Quando le strade erano bianche Presentazione

Il successo di un libro dipende da due fattori importanti: la critica e la vendita. Io ne metterei un terzo: il giudizio dei lettori.
Esso si manifesta con una stretta di mano, con una telefonata, con una parola. Io non ho una vasta schiera di lettori. Alcune lettere, che conservo gelosamente nel cassetto tra le cose più care, mi hanno colpito.
Ecco perché mi sono avventurato in questa nuova fatica letteraria.
Mi tengo i lettori che ho. Non sono pochi, non sono tanti. Mi bastano. Se sono riuscito a creare qualcosa di buono, e merito certamente di quei fatti, di quei luoghi, di quelle persone che fanno parte, anche dopo tanti anni, della nostra stessa vita.
Il tutto nasce da un’inquietudine che non mi abbandona mai, pure attaccato come sono alla vita meravigliosa, cosi impetuosa e cosi imprevedibile, che Iddio mi regala ogni giorno, nel lavoro, nella famiglia, tra amici sinceri.
Vorrei un mondo migliore e diverso. L’ho scritto gia. Lo scrivo ancora, con più forza. Vorrei ridare il sorriso a chi lo ha perduto da tempo. Vorrei che chi riesce a sorridere ancora non conosca mai i nemici dell’anima, dei sentimenti, della intimità familiare, per non cadere in un mutismo che sconvolge il cervello e soffoca il cuore.

Molti mi hanno scritto che alcuni racconti rivelano una profonda tristezza. Una giornata di sole e sempre più bella dopo un temporale. E dopo un temporale, da quando esiste il mondo, e arrivata sempre una giornata di sole. Il tormento precede sempre il momento della gioia. E non c’e gioia se non c’e tormento. Un alito di fiducia e di speranza soffia sempre anche nelle situazioni più drammatiche.
E’ vita quella che viviamo o era vita quella che abbiamo vissuto? La meraviglia che suscito anche nei più giovani e una iniezione di umanità in una realtà che abbiamo creato, per molti giusta, per molti sbagliata, ma da vivere ugualmente.

Mentre scrivo queste brevi note, un uccello manda un suono rauco e irritante. Non mi era mai capitato di sentire un cinguettio cosi ,strano e cosi snervante. Poi penso che forse anche la natura più semplice va cambiando e anche le cose anche le più belle come il canto di un passerotto, stanno morendo.
L’aria intrisa di fumo, il marciume nelle strade, la caligine appiccicata alle vetrine, i rami insudiciati, stanno uccidendo anche il canto di un uccello che, stordito e spaurito, finisce sopra una poltrona del mio studio, rannicchiato, quasi in cerca di aiuto, sognando forse un albero che non trova, un giardino che non vedrà piu, una collina sorvolare, un fiore da toccare, un chicco di, qrano, una compagna, il cielo libero e sereno, il sole limpido… Se tenta di volare, batte la testa contro il vetro.

E se non vola, morirà nel cestino delle cartacce. Ho paura di toccarlo. Si posa sulla scrivania. Ha gli occhietti socchiusi e quasi spenti. Non lo guardo per non impaurirlo. La mia mano lo accarezza, lo prende, lo stringe. Poco dopo lo lancio nel giardino e lo vedo volare, volare, volare, non so dove… lontano… lontano… lontano… con le ali più agili, con il cinguettio più dolce… Noi siamo come passerotti sperduti, con le ali intrappolate, lo sguardo spento, perchè questa società ci tarpa le ali.
Cosa voglio dire, allora, con questo nuovo libro? Vorrei aggiungere qualcosa a quello che ho già scritto nei libri precedenti. Vorrei portare un po’ di calore umano, dove c’è solo freddezza.

Vorrei creare nuovi sorrisi. Il linguaggio? La prosa? La forma? Giudicheranno gli altri. Mi sforzo di fare meglio e di più. Il mio grande desiderio e quello di ridare agli uccelli, capitati in un mondo sbagliato, il canto di una volta, quando uscivano dalle fratte, salivano sui rami di un albero in fiore, facevano conturbanti acrobazie, giocando in un cielo azzurro e più pulito. Il resto davvero non conta. Un’ultima cosa vorrei dire. Dare al mio lettore, importante o meno, l’occasione di sostituire alle lagrime sempre nuovi dolci sorrisi. A lui, agli altri, a tutti. Ci riuscirò. Non posso dirlo. Ci provo sinceramente. Credimi. E ancora una volta, fammi sapere.

Cesidio Di Gravio

Racconti
IL RITORNO

Il tratturo lungo e pianeggiante, coperto da nubi caliginose, quasi sonnecchiante, con il profumo delle zolle aspre e umide, si ripresento a Giovanni, appena sceso dalla corriera vicino alla taverna diroccata e abbandonata, con il suo aspetto maestoso, con i suoi tormenti e le sue gioie. Egli sosto per alcuni minuti al crocevia, guardando le montagne ed i piccoli paesi quasi stampati alle loro falde, come quadri d’autore, tinti di rosso, di giallo e di bianco. Il suo turbamento fu dolce e triste. Nel suo animo ripiombarono le immagini ed i ricordi di tempi lontani.

I suoi occhi erano fissi alle stesse case, agli stessi campanili, alle stesse colline ondulate, alle stesse rocce brulle e secche, alle stesse strade.
Aveva sognato da anni quel ritorno. Il successo e la ricchezza erano diventate conquiste insignificanti di fronte a quella realtà rivissuta improvvisamente, alla semplicità di una natura incontaminata, nell’aria fresca e pulita. Era tornato solo, come solo era partito. La solitudine gli era stata sempre cara anche in terre lontane e nella solitudine riusciva a ricacciare nella sua mente un mondo mai sbiadito, fatto di pace e di quiete. Riprese a camminare lungo un viottolo stretto. Gli alberi erano cresciuti. Le loro cime quasi si toccavano. Quanti anni erano trascorsi! Sfioro le fratte, ricordo le more, il chiasso, le corse, le cadute, il sangue sulle mani, i graffi alle gambe, la camicetta sporca di terra. Respirava lungamente, quasi a voler riempire il suo corpo di un nuovo anelito di vita e di speranza.

Era tornato nel giorno dei defunti. Voleva scambiare quattro parole con i suoi cari genitori, le stesse ripetute tante volte, con l’affetto immutato.
Sarebbe bastato uno sguardo, un segno di croce, un mazzo di fiori, un minuto di silenzio.
Lungo il viottolo incontro tante donne dirette verso il cimitero.
Camminavano a gruppi. Qualcuna sgranava il rosario. Riconobbe qualche volto. Incrocio qualche sguardo. Il tempo aveva cambiato tutti. Ad una curva rivide la vecchia fornace. Al ponte Cavalcavia si appoggio ad una croce di ferro, color nero. Faceva il chierichetto quando i missionari la posero all’inizio del paese. La solitudine gli era stata sempre cara anche in terre lontane e nella solitudine riusciva a ricacciare nella sua mente un mondo mai sbiadito, fatto di pace e di quiete. Riprese a camminare lungo un viottolo stretto.

Gli alberi erano cresciuti. Le loro cime quasi si toccavano. Quanti anni erano trascorsi! Sfioro le fratte, ricordo le more, il chiasso, le corse, le cadute, il sangue sulle mani, i graffi alle gambe, la camicetta sporca di terra. Respirava lungamente, quasi a voler riempire il suo corpo di un nuovo anelito di vita e di speranza.
Era tornato nel giorno dei defunti. Voleva scambiare quattro parole con i suoi cari genitori, le stesse ripetute tante volte, con l’affetto immutato. Sarebbe bastato uno sguardo, un segno di croce, un mazzo di fiori, un minuto di silenzio. Lungo il viottolo incontro tante donne dirette verso il cimitero. Camminavano a gruppi. Qualcuna sgranava il rosario. Riconobbe qualche volto. Incrocio qualche sguardo. Il tempo aveva cambiato tutti.

Ad una curva rivide la vecchia fornace. Al ponte Cavalcavia si appoggio ad una croce di ferro, color nero. Faceva il chierichetto quando i missionari la posero al1’inizio del paese. La gente usciva da piccoli portoni. Qualcuno portava le frasche ed un secchio in mano. Aveva capito subito che gli anni non avevano cambiato le abitudini di sempre.
Il portamento era uguale. Il passo era lento, quasi monotono. Era l’immagine di una realtà che non amava il progresso, di una serenità senza ambizioni, quasi di rassegnazione. Prima di arrivare alla stazione ferroviaria, Giovanni guardo uno spiazzo. Abbozzo un sorriso, ripensando ai carretti che lo riempivano la sera, quando i contadini tornavano dalla campagna. Era l’angolo delle illusioni giovanili, degli incontri fugaci, fatti di tanti sguardi e di poche parole. Le fanciulle discorrevano con i ragazzi con le stanghe dei carretti che impedivano l’abbraccio.

Erano dolci momenti sempre interrotti al rumore dei passi di un genitore o di un parente. Giovanni riconobbe una piccola casa ad un piano. Senti un fremito. Vide la stessa cucina, la stessa luce fioca, lo stesso camino. E vide una donna grassoccia, con uno scialle nero sul capo. Si fermò quasi istintivamente. E quasi istintivamente si mise a sedere sull’ultimo gradino di una lunga scalinata, con la testa appoggiata alla parete. […………….]