Prosciugamento del Fucino

L’anno 1862 segnò una svolta capitale non solo per la popolazione di Paterno, ma per tutte quelle del circondario del Fucino. Il principe Alessandro Torlonia riuscì a realizzare quel progetto che era già rientrato nei disegni di Giulio Cesare, che fu iniziato dallo imperatore Claudio, incanalando le acque del Fucino nel fiume Liri, per mezzo di una galleria scavata sotto il monte Salviano. Il disegno, ripreso dagli imperatori Traiano ed Adriano, succesivamente fu abbandonato e rìtentato in epoca recente. Con i cunicoli di Claudio si strappò una buona parte di terre al dominio delle acque e si allontanò il pericolo delle inondazioni. Ma in epoca successiva, specie durante il periodo delle invasioni barbariche, i cunicoli si ostruirono e il Fucino tornò al suo antico alveo.

Periodìcamente le escrescenze del lago, inondando i campi coltivati, gettavano nella miseria le popolazioni rivierasche. La causa delle oscillazioni del lago era « chiaramente riferìbile alla instabilità del rapporto (valutato in periodi di una certa ampiezza) fra il volume delle acque immesse, per precipitazioni dirette o per apporto dei nuovi corsi d’acqua immissari, raccoglienti le acque di un bacino imbrifero di circa 840 Kmq. nonché da qualche sorgente sotterranea, e quelle perdute per evaporazione e per svuotamento degli inghiottitoi, soggetti a periodici intasamenti » (1). A Paterno le acque del lago giungevano normalmente all’altezza di quella pietra grossa che diede il nome alla via omonima. li punto preciso corrisponde alla particella n. 396, riportata in catasto al foglio 74, situata in via Pietragrossa nelle immediate adiacenze della casa costruita da Vincenzo Di Berardino, dopo il terremoto del 1915.

Nei perìodi di escrescenza dobbiamo ritenere che le acque del lago arrivassero all’altezza dell’attuale via Milano. Un anno particolare fu il 1816, allorché il lago si ingrossò talmente da superare di circa sei metri il livello medio, con grave danno dei campi coltivati nelle adiacenze delle acque. E’ di tale anno, appunto, un documento del dottor Tommaso Brogi, scritto per denunciare il grave disagio che la crescita del lago causava ai paesi rivieraschi. Il documento fu letto al Reale Istituto d’incoraggiamento alle Scienze Naturali di Napoli, nella tornata del Nove gennaio 1816 ed inscritto da pagina 9 a pagina Il negli Atti di quell’Accademia. « Dal fin qui detto si deduce benvolentieri, non essere possibile che la penna possa descrivere le rovine, i mali e i danni che il Fucino abbia recato a queste contrade. Ad ogni modo tutto ciò che potrà scriversi sarà un abbozzo della luttuosa catastrofe della medesima. Prima di tutto la miseria delle popolazioni dì Avezzano, Luco, Trasacco, Ortucchio, Venere, S. Benedetto, Pescina, Collarmele, Cerchio, Aielli, Celano, Paterno e S. Pelino, che accerchiano il Fucino, è massima, per non esservi rimasto che il solo terreno sterile e infruttuoso.

Il lago si ha ingoiato quello che incoraggiava il colono, il quale ora appena ricava il doppio da ciò che semina. Al quale oggetto non corrispondono il risultato alle fatiche ed attraversata l’industria degli animali per la deficienza dei pascoli, egli vive in tutto l’anno immerso nell’indigenza e nel bisogno. E che sia così, Avezzano piccola città, una dei quattro capo distretti della Provincia del secondo Abruzzo superiore, che forma il decoro dei Marsi, per avere un mercato ogni settimana, ove accorrono le comuni vicine, ha perduto quasi quattromila moggi di terreno vignato, seminatoio, e vestito di alberi. Ma il peggio è che la stessa trovasi in tale vicinanza al lago, che minaccia di volersela assolutamente ingoiare al più presto che possa credersi.
Il comune di Luco è rimasto affatto privo di territorio, e le acque del Fucino che sono entrate nel suo abitato, coll’urto han fatto cadere metà delle case. Or siccome questa popolazione è dedita alla pesca, quella che forma la sua sussistenza, così la preda del pesce è divenuta rara per essere il volume del lago eccessivamente cresciuto.

Trasacco, sperimentando il medesimo disastro, ritrae il suo sostentamento dal legname da fuoco che commercia con le vicine popolazioni. Ortucchio presenta la più lacrimevole situazione. Questa terra posta su di un’amena collina è divenuta un’isola perfetta, in modo che tutto ciò che necessita ai comodi della vita de’ suoi abitatori vi si conduce all’aiuto delle barche. Le acque del lago hanno circondato il suo abitato nella maggior parte distrutto e quel poco che vi è rimasto è quasi tutto inondato. Gli abitanti per ricoverarsi nei piani superiori delle loro case sono nella necessità di salirvi con le scale, ed entrarvi per le finestre. La loro faccia è lucida, scolorita e cadaverica. Venere ha perduto il miglior territorio. S. Benedetto, che è succeduto all’antica Valeria, è priva ugualmente di due terzi dell’abitato, e trovasi nell’evidente e prossimo pericolo di perdere l’altro terzo senza che vi rimanga orma della sua esistenza.

La Chiesa di questo villaggio che fu una volta la casa di S. Bonifacio IV P.P., regnante nell’anno di Cristo 607, ed indi dal medesimo convertito in tempio consacrato a Dio, è situata tanto vicino al lago che i suoi abitanti affermano per certo che nel corso d’un anno possa rimanere sommersa nelle sue acque. Questo fatto autentica vieppiù la verità dimostrata da noi, che l’escrescenza attuale non abbia avuto eguale. Finalmente tutti gli altri indicati comuni sono nella dura e gravosa circostanza di piangere la loro barbara situazione per la perdita delle migliori terre fruttifere che sono rimaste allagate; dirò, meglio, che da un’ora all’altra a passi da giganti il Fucino minaccia d’inondare » (2).
Mentre altri paesi rivieraschi, come risulta dal documento, in simili circostanze vedevano minacciate le proprie abitazioni dalle inondazioni, Paterno non correva simile pericolo, perché l’agglomerato si trovava in posizione piuttosto elevata.

Simile fortuna aveva pure S. Pelino, anch’essa sorgente alle pendici del monte Cervaro. Questa felice posizione aiuta a capire perché gli antichi cittadini dell’Urbe preferissero le terre di S. Pelino e Paterno: furono attratti da questi luoghi oltre che per l’amenità del paesaggio e per il clima, anche dalla felice e sicura posizione delle terre rispetto alla minaccia delle inondazioni. Perciò, durante l’impero, le colline di Paterno e S. Pelino furono popolate da ville, alcune delle quali sontuose, di facoltosi cittadini romani. Se le popolazioni stavano al sicuro dalle inondazioni, non così era per le terre coltivate nelle adiacenze del lago, non solo di quelle di Paterno, ma di tutti i paesi ripuari. Le istanze inviate dai cittadini dei vari paesi al re di Napoli, perché provvedesse a porre riparo ai danni causati dalle escrescenze del lago furono molte. Nel 1851 il Consiglio Distrettuale di Avezzano formulò la seguente deliberazione: « La flebile elegia dei mali che affliggono gli abitanti lungo il cratere del Fucino, si rende lunga e penosa a narrarsi e ancora il doverne essere diurni testimoni.
Come il possente nemico invada tuttodì le sostanze di quelli tolga il vivere e la sussistenza ad essi, dopo avervi spesi tanti sudori, è il più duro ricordo.
Conoscere tutti i benefici Sovrani per domare l’aggressione impetuosa del lago, le ingenti spese, senza alcun frutto, gettate per lo, spurgo del Canale Claudiano, sembrato solo mezzo per ritogliere dalla miseria tante migliaia di sudditi, è il più dolorante pensiero, il più dispiacevole quadro che si offra al Consiglio.

Era il due di Agosto ultimo ed una disposizione Sovrana emanava che si accorresse all’opera, se ne formassero le condizioni, se ne rinvenissero gli appaltatori. Una classica dimostrazione dell’Egregio Sig. Direttore de’ Ponti e Strade dava modo al Sovrano rescritto, ma disgraziatamente senza effetto. E pure un torrente precipitando per uno de’ pozzi del gran Canale, prossimo al lago, ingrandiva nel passato anno il volume delle acque. Pochi fecondando a proprie spese quello sgombro naturale ne ottenevano maggiore effetto, cresciuto poi con l’elargizione del Governo di oltre i Ducati cento.
Ora però deserto di altri aiuti artificiali, rimane a secco quel gorgo e le speranze restano assonnate. Le condizioni intanto dell’appalto si conoscono; strano è pretendersi che appaltatori locali si rinvengano per opera tanto grandiosa e degna solo di un Sovrano, aggiungendosi la miseria in che le invasioni del lago ne lasciano gli adiacenti abitatori.

Non però questi rimangono vuoti di speranze, ché il nuovissimo pegno di affetto loro dimostrato dall’Augusto Borbone, che tanta parte prendeva alla loro calamità, rimanga senza effetto. Ed invero non puossi mirare ad occhio asciutto Ortucchio e Trasacco, vivere di stenti ed arbitrarsi alle dissodazioni per un solco di grano, di che ben caro pagano il fio: gemere Celano, S. Pelino, Paterno, Aielli, Cerchio, Collarmele, Pescina, sulle ingoiate piantagioni; sommersi i migliori fondi di Avezzano e Gioia; Luco campare la vita sulle onde e fra i pericoli di un naufragio di che non poche vite si contano. Le voci del Consiglio Provinciale faranno eco a quelle degli in felici e si prega promuovere che le condizioni si diffondono per la stampa. Per sopperire intanto alla bisogna procuri altra larga largizione dall’animo paterno di S. M., il Re N. S. per fecondare i moti della natura, che pietosa offriva il suo seno per accogliere le acque. Ma essendo questa la stagione in cui il lago aumenta per lo sviluppo delle erbe, così per riparare al danno momentaneo potrebbe il Sig. Intendente disporre una lieve sovvenzione sopra i Comuni circostanti il lago per approfondirsi il canale, apertosi naturalmente e far per esso fluire le acque » (3).

Finalmente nel 1862 si aprirono le saracinesche alle acque del Fucino che si precipitarono nel nuovo emissario per gettarsi nel fiume Liri. Grande fu la soddisfazione di quanti avevano contribuito alla realizzazione dell’opera, specie dell’ingegnere capo Enrico Bermont, succeduto a Franz Major de Montricher e del direttore dei lavori Alessandro Brisse. Per eseguire l’intero essiccamento fu necessario tracciare nel bacino lacustre una regolare rete di canali secondari e due cinte concentriche che, raccogliendo le ultime acque, le immettevano in un canale centrale per condurle all’emissario lungo metri 6.301, largo circa metri 3, alto metri 6 (4). L’impresa fu completata l’anno 1877. In questo periodo, e precisamente al 31 dicembre 1868, come ci informa il Di Pietro, la popolazione di Paterno era composta di 689 abitanti. Aveva decenti e comodi fabbricati appartenenti in buona parte ai forestieri che ivi amministravano i loro beni. Abbondava di tutto, ma specialmente di olive; godeva la bella vista del lago; l’aria che si respirava era assai salubre e il clima era uno dei più miti della Marsica (5).

Con il prosciugamento del lago si era schiuso davanti ai Paternesi, come davanti a tutti gli altri abitanti dei paesi ripuari, un avvenire più sicuro e tranquillo. C’erano da coltivare circa 16.500 ettari di terreno, di cui 13.500 circa rimasero di proprietà del principe Torlonia e furono divisi in 497 appezzamenti di 25 ettari ciascuno. I restanti tremila ettari furono assegnati parte a coloro che se ne erano impossessati durante le maggiori escrescenze del lago e parte ai comuni situati intorno al Fucino come risarcimento per la cessata attività della pesca. Per quello che è stato detto, si dovrebbe dedurre che a Paterno le acque nelle maggiori decrescenze arrivassero a via della Circonvallazione, in quanto le terre al nord di detta strada diventarono di proprietà privata.

Invece, per quello che è stato appreso dall’impiegato comunale per la frazione di Paterno, Onofrio Lisci, la strada di Circonvallazione doveva passare più a nord. L’attuale posizione è derivata dal fatto che, al tempo in cui si stavano definendo i confini fra le terre assegnate ai privati e quelle dì dominio dei Torlonia, i Paternesi notte tempo spostavano un po’ per volta i paletti che servivano da limite, guadagnando così terreno, fino ad arrivare all’attuale demarcazione tra Fucino e il fuori Fucino. Per questo motivo, sotto la zona di Paterno, la via di Circonvallazione che proviene da S. Pelino piega in maniera evidente verso sud, con la conseguenza che anche gli altri paesi ad est di Paterno ne hanno tratto giovamento, in quanto il tracciato della strada ha dovuto seguire la linea che sotto Paterno era stata spostata a sud.
In seguito al prosciugamento del lago e alla conseguente disponibilità delle vaste terre da coltivare, la popolazione dei vari paesi del Fucino aumentò; quella di Paterno, che nel 1868 era di 689 abìtanti, nel censimento del 1881 risultò dì 1059 abìtantì, con un incremento di 460 anime nello spazio di 13 anni.

Nello stesso censimento, S. Pelino contò 914 abitanti. Nel 1887, un nuovo avvenimento fu accolto e salutato con viva soddisfazione dalle popolazioni marse; la costruzione della ferrovia Roma-Pescara. La necessità di detta ferrovia fu riconosciuta da molti uomini illustri dell’epoca, ma ciò non tolse che venisse combattuta da altri. Dopo un lungo periodo di discussioni, di ripensamenti, di puntualizzazioni, la sorte della linea Roma-Sulmona-Pescara fu definitivamente assicurata, grazie alla capacità e sagacia dell’on. Depretis.
Con quest’opera, i paesi del Fucino, che per la verità non erano mai stati isolati, perché serviti dalla Tiburtina Valeria, si vedevano sempre più facilitati nelle loro comunicazioni. Purtroppo, a Paterno l’attraversamento della strada ferrata costò la completa demolìzìone della chiesa di S. Salvatore e dell’annesso monastero. La chìesa in questione era molto importante per il magnifico portale che conteneva e che ora si trova, come già si è detto, nell’interno della chiesa delle Grazie a Celano.

Certo fu una fortuna, se il portale venne salvato: ma fu nello stesso tempo una bella conquista dei Celanesi, governati allora dal sindaco Alessandro Venditti, e uno smacco dei rappresentanti di Paterno presso il Comune di Celano e dell’intera popolazione che permise la traslazione del portale, dichiarato monumento nazionale, privando così il paese di un’opera di notevole importanza artistica. In seguito, il terremoto del 1915 ha ulteriormente cancellato le tracce del passato: di veramente antico è rimasto ben poco che, purtroppo, non si sa conservare. Valga per tutti l’esempio di Fonte Vecchia. Essa è del 1762, come si rileva dall’iscrizione che vi si legge:
Paterni P. manus meae
1762
Hoc opus fierifer (6)

L’abbandono era totale e arrischiava di rovinare e scomparire quel poco che ancora stava in piedi. La via di accesso, lurida di stallatico, di porcili e stalle, costituiva una meraviglia vergognosa per i forestieri che si trovassero a passarvi. L’idea del Chiavone di collocarvi sopra l’icone di S. Gabriele dell’Addolorata, se da un lato non soddisfa il gusto estetico, per il connubio ibrido del sacro con il profano, dall’altro si è rivelato provvidenziale, assicurando la conservazione del luogo e dei resti di Fonte Vecchia e costringendo il Comune anche ad un intervento diretto (7). In seguito ai lavori effettuati per la costruzione dell’A25, anche via Cupa è stata quasi completamente cancellata: manca il rispetto per ciò che è antico, l’ambizione di conservare gelosamente ciò che un tempo appartenne agli antenati e che fa parte del paese e di noi stessi.

NOTE
1. L. Lopez: Lago di Fucino e dintorni, Iapadre, L’Aquila, pag. 110.
2. S. De Filippis: Il Fucino ed il suo prosciugamento, Città dì Castello, 1893, pag. 13.
3. S. De Filippis: op. cit., pag. 33.
4. S. De Filippis: op. cit., pag. 43.
S. A. Dì Pietro: op. cìt., pag. 161.
6. Nel 1762, le mie mani dedicarono questa opera ai bambini di Paterno. La interpretazione della P. per Pueris mi è parsa la più logica, poiché accanto all’iscrizione si trova un’altra pietra sulla quale è scolpito uno stemma costituito da una mano e due bambini in fasce. L’ignoto scultore settecentesco, spinto da naturale compassione, ha voluto dedicare il suo lavoro ai bambini di Paterno, molti dei quali avevano bisogno di cure e di protezione. Infatti, in un documento in possesso di don Evaristo Angelini, si legge che l’Università di Paterno chiede ad una casa per trovatelli dì Pescina, denominata S. Nicola, di voler accogliere, custodire e sistemare presso famiglie disposte all’adozione, dei bambini, inviati da Paterno. Quale la causa del fenomeno dei senza famiglia? La corruzione degli abitanti? Non credo. Piuttosto colpa dell’Arco di Paterno o dei diversi signori, molti dei quali forestieri, che potevano permettersi tutto.
7. Purtroppo come per tante altre cose a Paterno, ci si è poi fermati: stalle, porcili, mucchi di stabbio esterni sono riapparsi. Il luogo andava abbellito ed ornato con alberature e panchine. Gli ostacoli sono intervenuti pure dai possessi e dalle appropriazioni private, che le autorità locali e comunali non hanno mai scoraggiato. Ha, da ultimo, a ridurre la poeticità di Fonte Vecchia, contribuito la costruzione della conserva idrica.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino