t1

Comune di Avezzano

t2

Narrano le cronache dell’epoca che don Gennaro Pace, figlio di don Satiro Ermenegildo di Antrosano, corteggiava Romana Di Pangrazio dello stesso luogo, giovane povera, figlia di Clemente, giornaliero di campagna. La giovane e bella ragazza era al servizio nella famiglia di don Francesco Greco di Albe. Gennaro era innamorato follemente della Romana la quale cercava di evitarlo sapendo che per le differenze economiche e sociali il loro rapporto non avrebbe avuto futuro, tanto che un giorno la giovane gli disse: che la lasciasse in pace non essendo suo pari. Ad Albe don Gennaro non si fece più vedere, ma quando Romana ritornava ad Antrosano lo spasimante non la lasciava in pace. La madre di lei avverti la figlia di tenersi lontana da quella amicizia.

Don Gennaro Pace, ai rimproveri della madre di Romana e di alcune donne del paese, reagì anche con le mani, il quale batte ancora alcune donne. Il figlio del Conte non volle sentire ragioni: i parenti lo sconsigliavano, i genitori di lei e la stessa Romana erano perplessi, egli andò avanti tanto che la sera prima del matrimonio torno in casa dei Di Pangrazio dicendo alla futura moglie che la mattina seguente (ndr 6 dicembre) voleva in ogni costo sposarla, e che perciò si fusse fatta trovare nella chiesa di S. Lucia in campagna, ed avendo colei replicato, che questo matrimonio non poteva succedere, e che l’avrebbe fatta avvelenare dai suoi parenti per la gran disiguaglianza, che tra di loro correva, il Don Gennaro ostinatamente le disse, che non pensasse ad altro perché egli avea aggiustato tutto. Clemente Di Pangrazio, padre della sposa, fu avvisato dal futuro genero di alzarsi presto perché dovea mandarlo per suo servizio. Tutto il programma ideato e portato a termine da don Gennaro ando in porto fino alla sera del sei dicembre 1789, ma come dice il proverbio: il paese e piccolo e la gente mormora. La notizia del matrimonio venne difesa sommessamente per non irritare don Satiro Emenegildo Pace, signore potente del territorio di Massa D’Albe, uomo riverito e temuto dalla popolazione, paragonabile al don Rodrigo manzoniano.

La famiglia Pace era originaria di Rocca Preturo (AQ); Camillo Tollis – Origine e Vicende di Massa d’Albe – pag. 46 Fabiani Pescara, 1977

Sacerdorte e sposi arrestati: matrimonio nullo.
Era l’anno di grazia 1789, sei dicembre, quando il piccolo centro di Antrosano venne messo a rumore per la celebrazione di un matrimonio tra una popolana ed il figlio di un conte. Un affronto che sorprese e sconvolse la quiete della famiglia dei Conti Pace. Un caso che fece scalpore nel territorio marsicano come quello narrato da A. Manzoni nei Promessi Sposi. Il Don Abbondio di Antrosano, Don Lorenzo Ruscitti, rifiuto di celebrare il matrimonio, lo sostituì invece quello di Luco del Marsi fino a farsi sospendere ed imprigionare; il figlio del Conte Pace, Gennaro, sposo clandestinamente la popolana Romana Di Pangrazio; il matrimonio si celebro nella chiesa rurale di Santa Lucia il giorno 6 dicembre 1789; le funzioni di sagrestano furono assunte da Antonio Iucci che si fece consegnare dall’abate curato i paramenti sacri; Francesco Boleo ebbe il compito di preparare certa roba per cucinarla; il canestro con la roba fu portato da Domenica Di Pangrazio, cugina della sposa, per una ricreazione in campagna; il giorno cinque di dicembre il prete Don Domenico Alfidi di Luco dei Marsi venne prelevato da un cocchiere e portato in casa dei Conti Pace dove pernotto. Domenica sei dicembre, di buon mattino, il prete e Gennaro Pace si recarono alla mentovata chiesa di Santa Lucia.

Al termine della funzione religiosa, ovvero al Dominus Vobiscum si fecero avanti al sacerdote Gennaro e Romana, dicendo di volersi sposare, testimoni furono Francesco Boleo ed Antonio Iucci. Ego vos coniungo in matrimonium in nomine Patri, Filii, et Spiritus Sanctis. Dopo aver consumato un pasto frugale nella vicina chiesa di Santa Lucia, Don Domenico Alfidi fu riaccompagnato a Luco dei Marsi da Gennaro Pace, la sposa e la cugina Domenica fecero ritorno ad Antrosano; Clemente Di Pangrazio prese la strada per Albe, altra via presero i testimoni.

Ricorso al Vescovo di Pescina ed al re di Napoli
Appresa la notizia del matrimonio avvenuto con una donna povera del paese ed a sua insaputa, don Satiro Ermenegildo Pace, e il caso di dirlo, non si dette pace. Chiese notizie all’abate curato Don Lorenzo Ruscitti, raccolse informazioni in paese per procurarsi i nominativi dei testimoni oculari della cerimonia, ascolto la moglie, figli ed un fratello sacerdote per impugnare gli atti. Una volta fatta chiarezza sulla tresca amorosa conclusasi con un rito religioso cattolico, don Satiro Ermenegildo convoco nel suo palazzo l’avvocato dott. Sclocchi di Pescina per presentare una istanza al Vescovo Vincenzo Lajezza della Diocesi dei Marsi ed una querela criminale al Real Sovrano di Napoli, chiedendo una punizione esemplare per i protagonisti della vicenda, compresi i testimoni, e l’annullamento del matrimonio clandestina secondo i dettami del Sacro Concilio di Trento.

In una lettera inviata al Re di Napoli il Vescovo di Pescina, Vincenzo Lajezza, chiese come comportarsi verso il prete celebrante il matrimonio: 1) con la sospensione A divinis, come da Concilio di Trento provvede il Vescovo; 2) il Re deve infliggere la pena straordinaria che può essere l’esilio di tre anni, come avviene in Francia; 3) oppure la reclusione in un convento dei frati a discrezione del Vescovo; 4) tutt’ora e rinchiuso nel convento di Luco dei Marsi; 5) unica attenuante a favore del prete: ha agito non per fini di lucro, non ha ricevuto denaro.

E nella stessa missiva il Vescovo fece una lunga storia dei contratti matrimoniali innalzati alla dignità di Sacramento ricordando che il matrimonio fu sempre l’oggetto delle cure maggiori dei Principi. La chiesa che considero sempre come illecite congiunzioni, anzichè come legittimi matrimoni, le nozze non celebrate innanzi al Vescovo, o a un sacerdote da Lui destinato… Sempre nella lettera inviata al Re di Napoli il Vescovo Lajezza preciso: la Chiesa, dice, venne anch’essa nel Sacro Concilio di Trento a decidere per nulli, e punibili quei matrimoni, che non si contraggono innanzi al Parroco de sposi, o da un prete dal Parroco istesso, o da Ordinario del luogo autorizzato a ciò fare questa legge Conciliare gu generalmente accettata in tutti i Dominii Cattolici, anche dove l’istesso Concilio non erasi ricevuto riguardo ad altri punti, in guisa che non vi e oggi nell’Europa Cattolica alcun regno, in cui questa legge non sia stata adottata, confermata anche dalla Pubblica Autorità. Le Ordinazioni di Luigi XIV e Luigi XV nella Francia; l’uniforme legislazione nelle Spagne, nel Portogallo, nel Belgio, nell’Italia, ed in questo Regno la Prammatica sotto il titolo di De Matrim. Legit. contr…, dalla quale resto mitigato il rigore della cennata Costituzione di Re Ruggero, ben provano quel che io dico.

Il Vescovo dopo aver riferito sulla parte dottrinale e storica del Concilio di Trento e sull’applicazione delle leggi nei regni cattolici passo al fatto specifico accaduto nella sua diocesi, affermando Contro questa Legge della Chiesa non meno, che del Regno ha delinquito in mia Diocesi D. Gennaro Pace figlio di D. Satiro Ermenegildo della terra di Antrosano, avendo nel giorno sei dicembre del ultimo scorso anno 89 contratto matrimonio con Romana Di Pangrazio dello stesso luogo, figlia di un povero giornaliere di campagna, non solo senza i debiti Proclami, ma anche sen a la presenza, ne il permesso del Curato di Antrosano, che era il Parroco proprio di ambedue i sposi. A seguir questo suo disegno si avvalse il D. Gennaro del Sacerdote D. Domenico Alfidi di Luco anche Terra di mia diocesi.

Citazione dei testimoni
Dinanzi al Vicario Generale della Curia di Pescina sfilarono i parenti della sposa, i testimoni oculari che assistettero alla celebrazione del matrimonio ed il parroco Don Lorenzo Ruscitti, mentre don Gennaro Pace era fuggito nello Stato Pontificio, probabilmente per sfuggire all’arresto come gia era avvenuto per il celebrante del matrimonio e per la ragazza. I testimoni riferirono fatti e vicende di quel giorno, niente di eccezionale, ne particolari rilevanti al fine di annullare l’unione tra i due.

La lettura della deposizione del parroco Ruscitti e alquanto reticente per alcuni versi, ha paura di inimicarsi la famiglia Pace. Non sa nulla del matrimonio e tutto quello che dichiara e solo per sentito dire dalla gente, invece aveva fornito di nascosto camice, calice e candelabri su invito di don Gennaro che gli aveva inviato un biglietto tramite Francesco Boleo. Riportiamo qui di seguito alcuni passi della dichiarazione del parroco Ruscitti: Antrosano e un piccolo paese di quattrocento anime, dove non e possibile tener celato quel che accade. Sicche vociferandosi pubblicamente questo attentato commesso dal suddetto don Gennaro Pace, io nel ridetto mese di dicembre fui chiamato nella casa del padre, e fratello canonico di esso sposo, perché essendo il tutto accaduto senza mia saputa, mi fussi almeno informato della maniera… Il parroco, dopo aver descritto i fatti, passa a dare giudizi sulla coppia. Ecco che cosa dice al verbalizzante sulla condotta di don Gennaro Pace: Ha dato molti guai al povero padre, ed alla madre. Il di lui costume non e niente buono, era ben capace di fare l’attentato che ha fatto, e altri maggiori…

E sulla famiglia dei Di Pangrazio cosi depone il reverendo Ruscitti: Adesso si e inteso, che da molto tempo il Don Gennaro le andava appresso. la condizione della donna e disparissima. Di lei non si e inteso mai niente, ma il suo parentado ha ben poco buon nome… Il vescovo Lajezza di Pescina, dopo aver esaminato ricorsi, leggi e testimonianze, fece arrestare il celebrante del matrimonio Don Domenico Alfidi di Luco dei Marsi e la giovane Romana Di Pangrazio, altro ordine di cattura era stato emesso nei confronti di don Gennaro Pace; avvisato in tempo egli riparo all’estero, nello Stato Pontificio. Il matrimonio clandestino celebrato il sei dicembre 1789 nella chiesetta di Santa Lucia fu annullato secondo le leggi canoniche vigenti nel Regno Borbonico.

Lettera dall’esilio
E dall’esilio forzato nello Stato Pontificio Gennaro Pace scrisse una lettera al Vescovo di Pescina in data 5 settembre 1791 per sapere quale era la sua condizione dopo l’annullamento del matrimonio. Riportiamo qui di seguito un passo della missiva: …Giunta a notizia all’eccell., ill., e rever., tal matrimonio clandestino fece eseguire l’arresto del sacerdote ed indi della donna, ed avendo saputo che per l’uno, che l’altra siano stati assoluti; e non potendo sapere quale sia stata la sentenza definitiva da VS. Ecc. illus. e Rever. emanata per tal matrimonio, e ritrovandosi ora rifugiato nello Stato Pontificio, e volendo in qualche tempo situarsi. Supplica VE Illus. e Rever., che venga definita una tal causa, per sua regola, e governo e di Manifestarla altresi, se sia in Liberta con l’annullamento del matrimonio, o no…

Riconquistata la liberta torno in paese con il proposito di vendicarsi del torto subito; più di una volta invei contro il clero ed in modo particolare contro l’abate di Antrosano Don Vincenzo Altobelli che si ritenne offeso da proporre la scomunica al Vescovo di Pescina; la curia attenuò la proposta dell’abate Altobelli con una semplice censura. Il nove di agosto del 1802 Don Filippo Blasetti fu incaricato dal Vescovo Stemma della famiglia Pace di assolvere, davanti alla chiesa parrocchiale, sotto giuramento, l’alfiere Gennaro Pace dalla censura e i novizi Antonio Iacovitti di S. Pelino, Giuseppe Frosia di Avezzano, dopo averli imposta la salutare penitenza di esercitarsi in Esercizi Spirituali per giorni quattro nel convento dei padri Cappuccini di Avezzano.

Impedimento matrimoniale
Un altro matrimonio fu impedito dalla nobile famiglia Pace prima che la coppia convolasse a nozze. Nell’anno 1801 la rampolla Cecilia Pace si era innamorata di un tal Nicolucci di Avezzano definito in modo sprezzante miserabile, sguattero e garzone di San Francesco di Ave zano e del convento di Albe. Il ricorso fu presentato al Vescovo di Pescina da Don Pasquale ed i fratelli Pace. Le motivazioni addotte per l’impedimento matrimoniale erano alquanto fittizie; un miserabile, uno sguattero e un garzone non poteva far parte della nobile famiglia dei conti di Antrosano.

ADM – fondo D – b 16 – fasc. 617
ADM – fondo D. b 16 – fasc. 615 – 616

Testi tratti dal libro Antrosano memoria e storia
(Testi a cura di Giovanbattista Pitoni e Alvaro Salvi)

avezzano t2

t4

Promessi Sposi Don Satiro e Don Lorenzo

t3

avezzano t4

t5