Lenticchie

Si seminavano a novembre dopo il grano e lo iervo (moki) e si raccoglievano da metà giugno fino ai primi di luglio.

Solcato il campo con l’aratro spinto dai buoi, le donne con la parannanza piena di semi, li seminavano a mano ad una distanza di 20/25 cm l’uno dall’altro. Si procedeva in questo modo, perchè poi, era più facile zappettare il terreno (l’atterratura) che si faceva fra aprile e maggio.

Alla raccolta le piante delle lenticchie si cavavano dal terreno e venivano messe con le radici sopra ed il frutto sotto, in modo che si seccassero bene.

Venivano lasciate seccare così per circa una settimana.

Successivamente, i coltivatori tornati sul campo, adagiavano le piantine su un telo e con la mazzafrusta venivano battute (mazzoccate) per separare le lenticchie dalla piantina. A quel punto si scamava (aspettando il vento) e messe dentro i sacchi, venivano riposte nelle cantine.

La forte produzione permise un commercio delle lenticchie, ma per venderle bisognava passarle al passaturo, oggetto fatto con una pelliccia di fil di ferro per togliere eventuali impurità.

Le lenticchie si produssero fino agli anni sessanta ed erano arrivate a costare fino a 23 mila lire al quintale.

 La scelta  delle lenticchie. “Erano le migliori lenticchie della Marsica” “Raplone”. “Allora se ne mettevano assai” “Rasitt”. “Poi il terreno le ha rifiutate tutte e ci nascevano i mazzocch che bruciavano tutte le piante” “Raplone”.

Grano

Il grano si misurava a coppa, che equivaleva a circa 11 chili. Per i terreni di Collelongo occorrevano circa 700 metri quadrati per raccoglierla.

Il periodo della semina cominciava a San Matteo e durava fino ad ottobre e novembre.

Si cominciava dalle cese alte: Casale, Guicia, Aranello e Canale e poi si continuava partendo dal confine di Villa, quindi si scendeva verso Trasacco. La raccolta invece avveniva in senso inverso.

Le zone migliori erano: Piani Gentili, La Casarina, Roveto, Le Forme e la Val di Cerro.

Si seminava il grano tenero (nostrano), poi si cominciò a seminare anche il “Rietino”, che dava una spiga più roscetta.

Si preparava il terreno arando con i buoi, si seminava a mano e poi si ripassava con i buoi per ricoprire i solchi. La semina avveniva in questa maniera: si considerava una larghezza di nove passi, si facevano tre passate dalla destra, tre passate dalla sinistra e tre dal centro.

Il seme si lanciava a mano con un movimento abile e sempre uguale.

La concimazione avveniva  con il bioammonio.

La raccolta cominciava il 24 giugno dalle zone basse e per le feste del 15 agosto era tutto finito.

La mietitura, prima, la facevano a mano con il sarrecchio e si formavano i manoppi (la Regna) per poi fare la casola. I mietitori venivano anche dalla Valle Roveto e si mettevano nelle piazze Ara dei Santi e San Rocco, in attesa che qualcuno li assoldasse per mietere i propri terreni.

I soldi per pagarli si erano  recuperati precedentemente vendendo le lenticchie al mercato.

Dopo 15 giorni si ricacciavano i manoppi dal terreno con il carretto e si portava all’ara, dove si faceva la casarcia. Quando arrivata la trebbia, che all’epoca era a carbone, il grano veniva diviso dalla paglia.

Si andava in gruppo con i familiari, i quali, l’uno accanto all’altro, portavano avanti la trebbiatura.

Una volta, prima dell’invenzione della trebbia, si faceva la trita. Consisteva nello stendere su di un selciato di pietra  il grano raccolto, per poi farvi passare sopra buoi e vacche, affinché avvenisse la trita che separava il chicco dalla spiga. Una volta finito il lavoro di trita si toglieva la paglia e sotto rimaneva il chicco di grano. Dai Ricordi dei Moschettieri e di Cesta Antonio “Lauretino”.

La paglia si usava per pulire la stalla dagli escrementi degli animali e tanti altri usi diversi quali imbasti od altro. L’uso della paglia risale a tempi antichi, dalla costruzione di corde all’imbottitura dei materassi (pagliacci o pagliericci) come alternativa alla lana. In allevamento viene ancora utilizzata come elemento integrativo del foraggio e, soprattutto, come lettiera sul pavimento nelle stalle, mischiata alle deiezioni, forma il letame.

Ora invece può rientrare nel cumulo di compostaggio  dei rifiuti organici, alzando il rapporto carbonio/azoto, quando troppo basso. Alcune industrie la utilizzano per ricavarne la carta di cellulosa, mentre, dopo un procedimento a base di zolfo, la paglia schiarita viene intrecciata ed utilizzata per la fabbricazione di cappelli e borse.

 

  

   

La mietitrebbia della cooperativa guidata da Cianfarani Virgilio, mentre si procedeva alla lavorazione del grano.

      Ceci

I ceci erano poco usati, spesso venivano piantati in mezzo al granturco. In molti casi mangiati dai ragazzi di notte, ancora verdi, ed i pochi rimasti venivano lavorati come le lenticchie e lo iervo.

  Granturco “tutari o mazzocche”

Il granturco veniva prodotto per uso domestico e come foraggio per l’allevamento.

Si seminava il mese di aprile e si raccoglieva fino alle feste di San Leucio di Villavallelonga.

Una volta raccolto il prodotto, i chicchi venivano successivamente tolti (macanati) a mano e messi a seccare al sole su teli stesi lungo le strade o le are (come in foto sottostante). Dopo essersi seccati i chicchi venivano portati al mulino per fare la farina rossa, che veniva poi setacciata (menata).

La fronda (foglia della pannocchia) veniva usata come foraggio per gli animali e serviva anche per riempire i materassi, mentre i turz (il torzolo) rimasto dalla macinatura, era utilizzato per accendere il fuoco d’inverno, tipo l’attuale diavolina.

Con la crusca della farina si faceva il “panone” che veniva consumato dai cani ed i maiali, ma in tempi di guerra veniva mangiato anche dalle persone.

Con la farina rossa si facevano la polenta,  che veniva servita condita e stesa sulla spianatora e la pizza rossa, che veniva fatta dalle mamme di famiglia tutte le mattine. Quest’ultima veniva condita con padellate di cipolle e per chi poteva con salsicce e ventresca.

Non  avanzava mai nulla. Da fonte ricordi dei Moschettieri.

  (nella foto in riquadro parenti di mia moglie con granturco steso al sole, la bimba è mia suocera Del Turco Giovanna, la signora è Negri Ascenza la mamma ed il nonno Del Turco Giuseppe Sciampone)     Patate pasta gialla.

Erano coltivate soprattutto nelle cese, si seminavano a primavera e si raccoglievano a settembre.

La patata coltivata a Collelongo era solitamente piccola e saporita. In tempi di guerra si cuocevano “allesse al callare” e si mangiavano con tutta la buccia. Viene usata per il pane, per gli gnocchi, per le minestre e come contorno per la carne. Ric. dei Moschettieri. Curiosità: alla “Cesa Mariani, zona Casale” un anno fu raccolta una patata così enorme che occorsero 17 muli per trasportare mezza patata al paese (burla dell’amico Mariani Emilio “Raplone”).

  Barbabietole.

Nel territorio c’era una piccola produzione di bietola da zucchero.

Si seminavano a primavera e si raccoglievano ad ottobre/novembre.

Erano usate per il foraggio degli animali e come alimento umano.

Un anno si provò a seminarle dappertutto per lo zuccherificio, ma a causa della siccità della Vallelonga e per le piccole dimensioni delle stesse, non vennero più piantate.

  Iervo (Moki)

Il prodotto serviva come foraggio per agnelli, aveva la stessa procedura di lavorazione delle lenticchie, però si raccoglieva come il grano, per poi venire lavorato come le lenticchie, con un telo per terra, sullo stesso campo di produzione.

Gli ultimi semi esistenti li hanno, per quello che so io, due soli allevatori e sono Romeo Abruzzo e Sucapane Franco Papill.

  Erba medica, la Lupinella ed il Fieno

Una volta erano poco diffuse, poiché i campi erano tutti coltivati con altri prodotti. Con l’abbandono dell’agricoltura, sono rimaste le uniche forme di coltura praticate nella Vallelonga, utilizzate per foraggiare le bestie da allevamento e quelle da esbosco.

  Mandorle.

Erano presenti in tutta la pianura di Collelongo, fino a Trasacco.

Cibo prettamente invernale di uso domestico, “nucci atterrati” mandorle con zucchero.

Le “mand’luzze” invece si mangiavano con buccia e guscio morbido quando non erano mature.

Con le  mandorle era attivo un commercio verso altri paesi. Le ritiravano Cesta Jolanda, Sansone Pasquale “Porce d’Oro” e Gemmiti Elisa “Lisa Morré” i quali le portavano al mercato di Avezzano. Da fonte Moschettieri.

  Noci.

Le piante erano poche e di conseguenza anche il frutto.

Non ne esisteva quindi il commercio e venivano raccolte solo per uso domestico.

  Le castagne.

Le castagne raccolte erano di piccole dimensioni. Le piante sono situate, nelle zone più basse vicino alle montagne, in zona “Vignaccia e Valle Civita” di proprietà dei De Caris ed in zona “Fontignara e Valle Castagna”, qui il frutto era leggermente più grande.

Si cuocevano lesse od alla brace, durante le festività di Natale si usava metterne quattro nelle calzette per i bimbi. Dai ricordi dei Moschettieri.

  Le Meluzza.

Sono mele selvatiche di piccola dimensione di colore giallo.

Per mantenerle, durante tutto l’inverno, si mettevano in mezzo alla paglia.

  Le Peruzza.

Pere di piccolissime dimensioni, ora molto rare, si mettevano nella paglia, dove poi da gialle diventavano di colore marrone.

 

Le prunchette, prugne selvatiche che si raccolgono a luglio.

 

Il Sorbo, si raccoglieva acerbo e, sempre in mezzo alla paglia, col tempo finivano la maturazione.

 

Le Nocchie, Sempre di tipo selvatico.

 

Le Tregnarelle, pianta selvatica chiamata Biancospino, le bacche, mature ad ottobre diventavano blu scuro.

 

Uva Spina, si raccoglieva in agosto e sono bacche bianche e lucide.

 

Cornioli, detti Vrignali, bacche gustose dal colore rosso scuro, si raccoglievano a fine agosto

 

More, Lamponi e Fragole selvatiche, con more e lamponi  si facevano marmellate e con le fragole un liquore, prodotto sempre in casa.

    

(Aratura fine anni 70 di un terreno agricolo, si nota come la giornata lavorativa finisse al tramonto)

 

Gli attrezzi di maggior uso per la campagna erano: l’aratro di legno, la pertecara di ferro, la zappa, lo zappone, la zappetta, il bidente, la falce, i sarricchio (falcetta a mano), le caglie di legno e l’anastrello (Rastrello). Altre attrezzature di minori dimensioni sono la lima ed il corno, che serviva come contenitore per l’acqua necessaria per la smerigliatura. Per curare la vigna: le forbici, il seghetto, la pompa a mano per il ramato ed il soffietto (mantacetto) per la zolfatura.

I trattori solo dopo la guerra iniziarono ad essere presenti. I primi vennero usati nelle campagne di Collelongo e permisero, con le dovute proporzioni, di fare un salto di qualità nella vita agreste.

Buoi con la pertecara di Costanzo Del Turco “Tanzetta”    (Trattore Testa Calda di Cianfarani Virgilio, insieme ad altri agricoltori)  

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Prodotti agricoli
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