Problema dell’uomo e dell’Umanesimo

Queste le direttrici fondamentali con cui Pomilio ” ripensava criticamente ” i suoi due primi romanzi, se bisogna con lui ammettere ” che le poetiche i veri scrittori se le scrivono solo dopo i libri, e che esse non sono poi altro che un ripensamento critico del loro lavoro ” ‘. Erano gli anni in cui cominciava a notarsi una certa stanchezza nelle file del neorealismo più agguerrito, perfino tra i suoi sostenitori più generosi del primo decennio: vi era stato davvero un imperversare di ” documenti ” e di ” testimonianze ” artisticamente poco probanti, accanto ad opere di serio prestigio; l’arte appariva sempre più modesta ancella di una precisa ideologia politica, i cui ideali peraltro s’andavano sempre più indebolendo e sbiadendo.

Alcuni giovani scrittori cominciarono proprio allora a vagheggiare un’arte non più impegnata: la narrativa, secondo loro, discesa in pozze di sangue fratricida e deturpatasi nelle piaghe del vizio e della miseria, doveva risalire nel puro firmamento di una olimpica evasione. Altri, invece, postularono l’esigenza di un’arte diversamente impegnata: tra questi, in prima fila, Mario Pomilio, col suo (a noi cosi piace definirlo) neorealismo cristiano. Nel formulare la poetica di questo nuovo realismo, di cui l’ascendenza romantico-manzoniana e più evidente che ogni altra, Pomilio dal proprio impulso polemico si lascia trascinare fino a svalutare del tutto, o quasi, la complessa esperienza che da Flaubert e Zola passa, per vie diverse, a Capuana e Verga, a Proust e Hemingway, fino a Moravia. E i Bernari, i Pratolini, i Pavese, i Vittorini, ecc.? Tutti da buttare nel calderone dell'” engagement ” ideologico, in quanto ottusi o refrattari ad ogni tipo di trascendenza? Nel suo eccesso di zelo, sembrerebbe di si. Eppure Pomilio sa benissimo che, senza certi ” documenti ” del primo dopoguerra, sarebbe stato impossibile per la nostra narrativa riprendere un qualsiasi discorso con l’uomo e sull’uomo: questo merito notevolissimo, al neorealismo di prima maniera, non può e non deve negarlo nessuno.

Solo che, ritrovato finalmente l’uomo nella sua dimensione più naturale e nei suoi valori etico-politicosociali, occorreva davvero riaprire il suo sguardo a visioni non più soltanto settoriali della realtà che lo circonda e, anche, il suo cuore alle verità universali che lo animano e lo sovrastano. E’ qui, appunto, l’opportunità e la legittimità degli interventi polemici di Pomilio, dal primo, già abbondantemente citato, a quelli che verranno. A dir vero, nel periodo che abbraccia il decennio e che segna un momento decisivo per la cultura e quindi anche per la narrativa contemporanea, Pomilio ebbe a svolgere una intensa attività critica e saggistica, specialmente sulle pagine della rivista Le ragioni narrative, fondata nel ’60 a Napoli con Incoronato, Prisco, Rea, Savoj e Vene. L’impressione meno sfuggente che si ricava da questi scritti, raccolti per lo più nel già citato volume di Contestazioni, e che Pomilio abbia tentato negli ultimi anni di perseguire, tra l’altro, una ragionata sistemazione delle proprie idee in materia d’arte sul piano di una ” estetica dei valori “, che sia capace di fronteggiare e poi sopravanzare la metodologia crociana e quella marxista, l’una ormai da tempo in crisi e l’altra in fase d’incerto sviluppo.

Il richiamo ad una concezione cristiana della vita e del mondo si fa col tempo in lui sempre più esplicito nella parole e, nell’essenza del discorso, non perde nulla della sua perentorietà iniziale. Si veda, ad esempio, il concitato avvio del saggio su Brancati (1960), nel quale si ammette che, dopo l’utilizzazione fin troppo scoperta e strumentale di equivocabili verità ideologiche, ” un certo tipo di disimpegno arriva finanche troppo tardi “; ma nel contempo si riafferma la necessita di ” quell’altro non abolibile tipo d’impegno (a prezzo altrimenti di veder cadere le ragioni stesse della narrativa) che continua ad esigere da noi una presenza integrale in ciò che scriviamo: da noi, si vuol dire, con l’intero carico della nostra umanità e dei nostri problemi sia teoretici che pratici e delle nostre sofferenze e di quanto insomma di noi resiste in quanto presenza e in quanto situazione al di la di quel che di nuovo tenderebbe a farci passivi ripetitori di parole d’ordine del momento e di dati già verificati, o inversamente artefici d’una letteratura da specialisti per specialisti.

C’e un modo, in altri termini, di restare impegnati, ed e quello di sobbarcarsi al lavoro letterario portandovi intero il nostro tessuto esistenziale, l’unica cosa, in definitiva, che di noi conti anche in quanto scrittori: a patto naturalmente d’offrirne, con lealtà e con coraggio, intera testimonianza ” . Non e che Pomilio non veda le ragioni o i pretesti che furono all’origine del vecchio tipo d’impegno, sorto intorno a quella ” specie di anno mille ” che fu il 1945: per gli scrittori che proprio allora venivano alla ribalta sulla spinta entusiasmante dell’antifascismo, il grande problema fu di passare dal ” puro dissenso ” politico ad una ” modificazione della realtà “, nel senso più concreto del termine. Ma già nel ’48, con la crisi del ” frontismo “, quella che doveva essere una ” conquista di slancio e senza sforzo apparente “, si rivelo invece irta di pericoli e difficoltà insormontabili; cosicché apparvero le prime incrinature nei rapporti tra ideologia e realtà e, in qualche caso, si avvertì il bisogno ” d’un compenso, e più propriamente d’un raggio d’azione non più moralistico, ma intimamente etico ” ‘. Tra il ’50 e il ’60, quelle incrinature si approfondirono sempre più, fino al punto di mettere in crisi tutta una generazione letteraria, che si vide costretta a interrompere un discorso che non trovava più ascolto in quanto non più rispondente alla realtà del momento.

Lo scrittore ” engage “, ad un tratto, si vide sgusciare tra le mani quel pezzo di realtà che credeva di poter controllare e modificare a suo piacimento: il mondo gli apparve allora nuovamente dominato da forze irrazionali, le quali andavano determinando nuovi rapporti tra capitale e lavoro, con soluzioni di convivenza che differivano ” sine die ” l’agognata rottura finale. E questa fine della convinzione che azione sociale e intervento politico, l’impegno, in altri termini, a modificare la realtà, fossero in grado d’esonerare l’uomo di cultura da tutti gli altri presumibili suoi doveri. Intanto, prese a circolare un’aria di soffocazione e di inerzia morale: Per malti e stato l’inizio del silenzio o del compromesso. Per gli altri il divorzio tra storia e ragione, tra un particolare senso della storia e un particolare concetto della ragione, comporta una sensazione d’insicurezza e d’inutilità […]. E un tale fenomeno s’articola poi in varie maniere: c’e chi esaspera il proprio solipsismo e magari se ne compiace, e dichiara ingrata o alienata la società odierna […]; o c’e chi prova un senso di colpa per il lavoro svolto prima e pel fatto d’aver prediletto una letteratura di contenuti, di problemi, di messaggi, e punta ormai esclusivamente sulle tecniche e sui più diversi avanguardismi formali […]. E naturalmente i due atteggiamenti convivono, interferiscono l’uno nell’altro e aggravano ciascuno la propensione nichilistica o astensionistica dell’altro .

Evidentemente, Pomilio si dichiara contro gli uni e gli altri, convinto com’e che ” se e vero che la tecnica sta portando l’uomo verso approdi rischiosi, la meccanizzazione, la disumanizzazione, e vero pur sempre che e compito anche dell’uomo di cultura […] di sforzarsi d’offrire quel supplemento d’anima […] di cui ha bisogno. Senza di ciò la sua presenza neppure forse si giustifica ” ‘. E a chi suole ripetere che ” ‘l’umanesimo e il grande sconfitto della prima meta di questo secolo “, egli osserva che quello dell’umanesimo ” resta sempre un problema aperto, il problema, anzi, dell’arte come dell’uomo “, la cui sussistenza oggi non si può negare ” con la scusante che il mondo e fatto di cose e ‘la società di masse meccanizzate ” crisi in cui sono entrati i vari storicismi, e in primo luogo quello marxista, con tutti i miti e le aspettative ad esso connessi, una cosa almeno ha significato anche per chi non si sentiva marxista: la rinunzia a credere che politica e sociologia bastassero a coprire intero il bisogno di verità (o di certezze, che e un po’ diverso).

Vittoriano Esposito