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Comune di Avezzano

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PREFAZIONE
di Giovanbattista Pitoni

Se il terremoto del 1915 non l’avesse cancellata, Avezzano avrebbe oggi -come tutte le città- il suo centro storico con un dedalo di vicoli, le residenze patrizie con gli ingressi monumentali e le sue piazze assomiglianti ad invitanti salotti: il cataclisma, purtroppo, spazzò via il frutto delle fatiche e dell’ingegno umano e gettò nell’oblio gli usi, i costumi, le leggende e le tradizioni locali.

Grazie ai preziosi libri di studiosi locali quali Armando Palanza, Giuseppe Pennazza, Giovanni Pagani, Antonio Falcone, Ugo Buzzelli e Nino Mai, non tutto andò perduto ed oggi è possibile, anche attraverso le ricerche presso le biblioteche provinciali e gli archivi storici dei comuni, andare alla riscoperta di quei valori che hanno fatto ricca ed interessante la cultura popolare dell’epoca.

L’amore per la nostra città, tramandatomi da mio padre, la rilettura delle opere degli autori sopraccitati, la consultazione dei volumi editi nel secolo scorso da Gennaro Finamore e Antonio De Nino, i suggerimenti di Enrico Veri, i consigli di Tommaso Orlandi, la costruttiva critica di Ugo Buzzelli, l’aiuto di Pasquale Palumbo e gli indispensabili incoraggiamenti di tantissimi amici, mi hanno portato verso… “Je Furne de Zefferine!” I fatti narrati sono tutti veramente accaduti e talvolta taluni personaggi -realmente esistiti- sono stati “sacrificati” per esigenze di copione: Don Fedele fu un generoso chimico farmacista e non un parsimonioso, Aspreno non fu uno scansafatiche noncurante della famiglia ma un ottimo lavoratore ed un buon padre e marito.
La commedia è stata messa in scena presso il Castello Orsini di Avezzano: il numeroso pubblico accorso durante le ripetute rappresentazioni ed il gradimento da esso sempre manifestato, mi ha incoraggiato sino la punto di spingermi verso la pubblicazione di questo volume.

L’intenzione è quella di divertire e, nello stesso tempo, di riportare all’attenzione degli avezzanesi momenti di vita di inizio secolo con l’uso del linguaggio popolare crudo e realista, senza ipocriti veli o pudiche omissioni: spero di esserci riuscito!

PREMESSA

Avezzano, all’inizio del secolo, era una paese – come tanti altri – popolato da onesti lavoratori, grandi risparmiatori, gente assennata, rivoluzionari generosi ed altruisti, ferventi credenti timorati di Dio, ottime madri di famiglia, sapienti artigiani ed esperti contadini; non mancavano, però, come in tutti i piccoli centri di provincia, le pettegole incallite, gli irriducibili superstiziosi, gli instancabili…. scansafatiche, i mezzani, i bigotti, le nubili in spasmodica attesa della sospirata sistemazione, il chiacchiericcio delle comari, il chiasso dei vicoli… In mezzo a questa variopinta e poliedrica folla di popolani, emergevano personaggi, quasi tutti legati al mondo rurale, dei quali ancora oggi – è trascorso quasi un secolo – tanto si parla:

“PIRIJE”, il cafone legato al suo padrone da un contratto vessatorio contenente clausole di tipo leonino;

“ZUCCONE”, con il suo asino velocissimo nei primi cento metri ma che, successivamente, puntava le zampe a terra e neanche cento bastonate lo smuovevano dalla sua posizione;

“GIALLORETE”, con la sua gigantesca pianta di granoturco le cui pannocchie erano prive di semi;

“ZANNETELLA”, con il suo porcellino voracissimo che dopo due anni non era cresciuto di un solo chilo;

“NATTONE” che -mentre lo condannavano a vari anni di galera per aver tentato di uccidere l’amante della moglie- apostrofò il Procuratore del Re con parole non troppo…lusinghiere;

“PARMIRA”, sempre puntuale nel baciare i morti prima che questi venissero sistemati nelle bare;

“MARIA PRENELLA”, donna eternamente incinta che aveva sempre voglia di tutto ciò che vedeva;

“PITOCCHIELLA”, litigiosissima, che pretendeva di avere sempre ragione e la pretese anche nel momento che, caduta accidentalmente in un pozzo, stava annegando;

“CORPETOSTE”, che – nel giuoco del tresette – era abituato a giocare immediatamente le carte migliori rimanendo così “disarmato” per le mosse successive;

“DON MATTIUCCE”, tipico personaggio flemmatico, abituato a fumare ben due sigari prima di uscire dal bagno per la sua abituale mattutina “seduta”.

E non si parla ancora oggi di “ZI’ MIMME”, il custode del cimitero, “GIACINTA ZIRIONA”, instancabile parlatrice, “FILOMENA SANGUEREFRIDDE”, sempre pronta ad accorrere ove c’era bisogno del suo aiuto? Questa, dunque, era l’Avezzano dei primi anni del secolo: un microcosmo che aveva i suoi cardini in Piazza San Bartolomeo e nella quasi contigua Piazza Umberto I ed i suoi incrollabili punti di riferimento per il popolo di cui si è appena parlato nel forno di Zefferino, nella farmacia di Don Fedele De Bernardinis e del bar Centrale di proprietà di un certo Mascigrandi.

Il forno di Zefferino, all’interno del quale si svolge il 1°atto, produceva una pane fragrante e ben cotto: in esso affluiva la quasi totalità delle famiglie avezzanesi. “Ad ogni arrivo di donne al forno” – come racconta Armando Palanza in “Avezzano dei tempi andati” – “era un succedersi di domande e di risposte. Le notizie che partivano dal forno di Zefferino si diffondevano con una celerità incredibile ed avevano (o perlomeno si riteneva che avessero) il crisma della ufficialità, specie se di natura scandalistica”….

La farmacia di Piazza San Bartolomeo, all’interno della quale si svolge il 2° atto, era gestita dal proprietario, il popolare Don Fedele De Bernardinis che, dietro il suo bancone di noce massello, era sempre intento a preparare e mescolare polveri e sciroppi, contare gocce, elargire consigli ai sofferenti ed ai familiari di questi. La farmacia, specialmente verso sera, era un ritrovo di cacciatori poiché‚ egli stesso, il nostro Don Fedele, era un provetto ed accanito cacciatore.

Si parlava di cani, di fucili vecchi e nuovi, di selvaggina abbattuta e di quella sfuggita: la conversazione veniva interrotta quando il suono di un campanello azionato dalla porta a vetri avvertiva che un cliente stava entrando. La piazza antistante la Chiesa Collegiata di San Bartolomeo, già Piazza del Pantano, sulla quale si svolge il 3° ed ultimo atto della commedia, era considerata – insieme alla contigua Piazza Umberto I° (poi Piazza Vittorio Emanuele III°) – una specie di passerella serale per i tipi di ogni specie: la coppia di fidanzati guardati a vista dagli arcigni genitori di lei, la signora appartenente alla borghesia terriera pronta ad esibire il suo ultimo tallieur, gli spasimanti che consumavano scarpe nel monotono andirivieni nella segreta speranza di essere notati dalla ragazza agognata, il sensale o mediatore (con calze rosse e calzoni alla zuava) in attesa dei clienti, il signorotto con il suo panciotto e la sua paglietta acquistata per due lire e mezza al negozio di Modestino Seritti.

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Premessa

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