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Comune di Celano

t2

Di seguito riportiamo alcune poesie giovanili dell’Autore, tratte dal libro Perle, commentate ed illustrate dagli alunni della classe 1D della Scuola Media Statale  “Tommaso da Celano” di Celano (succursale “Madonna delle Grazie”) a.s 2001/2002.
 
 

Proposito

Mentre l’ape
laboriosa
cangia in miele
il nettare soave
d’alcuni fiori,
io voglio
d’ora innanzi
col mio canto
trasmutare in gaudio
pene e dolori
d’ogni cuore.

Il mio canto

In un clima d’incanto,
dolce frutto di sovrumano empito,
si eleva il mio canto
con note chiare e semplici,
intrise or d’ansia e di malinconia, ,
or di mestizia e di sommesso pianto,
ma sempre spoglie d’orrido e d’infame;
note che, sebbene attinte
al fondo inarrivabile del vero
dove gioia e dolore son congiunti,
dove notte profonda par che regni,
s’innalzano leggere,
con quali eroici e struggenti aneliti!
io in un’aura sottile di bei sogni,
simile a quella pura di prim’alba
quando il cielo e sereno
e brilla ancora in esso qualche stella.

Spaziare come le rondine

Dalla finestra della mia stanzetta,
sopra i tetti ineguali delle case,
oltre il colle che s’erge verso oriente,
il cielo vedo immenso e luminoso.

Libera l’anima da ogni terrena
scoria, dimenticata ogni fralezza,
vola il mio sogno verso l’infinito,
un sogno azzurro come il cielo, e antico.

Sentirmi sciolto dal consorzio umano!
Non più vedere tante cose note!
Spaziare come rondine nell’aria,
sempre più in alto, in cerca dell’ignoto!

Ma l’azzurro del cielo e troppo vivo,
fragile, vaporoso, irraggiungibile;
cosi i1 mio sogno, che non trova riva,
erra e svanisce dopo breve vita.

Alle Gole di Celano

Ecco un giorno goduto fino a sera!
Grata memoria serberò dell’ore,
che mi concede triste primavera,
senz’ombra di sospiri di dolore.

Porse nelle amarezze ancor lontane,
carezzerò nel sogno quel sentiero
greve di polvere, gole montane,
donde spirava un’aria di mistero;

e le balze e gli spalti e il gran torrente
serpeggiante furioso tra i querceti,
e il colle ameno con la risorgente

l’acqua sgorgante sotto un gran macigno;
e le rondini, il sole, i canti lieti;
e te, diletta, morbo mio benigno. 

Perché amo il passato

Melanconico rivedo
con l’occhio della mente,
un ondeggiar di lacrime
in un mar d’immani sofferenze,
e di pensieri tristi
un aleggiar tremendo
in un cielo bigio di sospiri.
Giorni,
di sconfitte,
per me, giorni
senza vaghezze serene,
giorni che non sapete la via
del ritorno, io non vi cerco.

Abruzzo terra di dolore

E’ partita dai grigi casolari
la mia povera gente contadina.
E’ tornata dolente alla fatica,
nutrendo solo sogni disperati.
Il paese è deserto. Ai limitari
s’adagia qualche vecchio sonnolento;
mentre frotte di bimbi abbandonati
saltellan tra la polvere contenti.

Mesti sui campi sudano i cafoni
del mio Abruzzo. Sugli occhi smorti
recano la triste eredita di antiche attese
inappagate. Per far fronte ai giorni,
che s’assiepano in petto come un gorgo,
non bastano i digiuni né gli stracci
che si portano addosso. Santi o eroi,
rassegnati o ribelli, si trascinano
in silenzio un destino di millenni.

Sepolti nelle angarie ereditate,
il tempo vi sollecita speranze
inutilmente. Contadini, io so
quant’è amaro il pane smozzicato
su terra inaridita, al sol d’agosto;

com’e duro il giaciglio a notte alta,
quando al canto dei galli voi vegliate
sul destino che sfianca i vostri figli.
E chi cancellerà questa condanna?
Riso amaro e la vostra vita pura,
miei contadini, per chi non ignora
1’angoscia che dilania i vostri sogni.
Conobbi in giorni teneri d’amore
le toppe che v’infiorano i calzoni,
1’aria che non vi basta pel respiro
quando il sole vi screpola la schiena,
1’acqua bevuta al salto delle rane
nei fossati ricolmi di fanghiglia.
Fratelli desolati, ancor potessi
Sbriciolare il mio pane sulle zolle
Profumate di stille di sudore!

Vate sublime, che all’aspro lavoro
Intessere sapesti un canto eterno,
e i potenti sprezzasti nella favola
dell’usignolo e lo sparviero, dimmi
come lenire il pianto dei miei poveri,
che preparano il pane per il prossimo
mentre la fame scava i loro zigomi.


Autoritratto

Non fiore dall’esile stelo
esuberante di profumi voluttuosi,
pur fragile alle carezze del vento;
ma tenero rampollo frondoso
io sono,
che ogni anno accresce d’un foglio
il suo fusto,
e affonda sempre più le radici
nella dura argilla,
resistendo strenuamente alla furia
delle intemperie.

 
Pace! Pace!
 
E dacci, sommo Iddio, l’ambito bene
senza del quale il mondo è gran calvario

Se s’accogliesse il sangue degli uccisi,
se s’accogliesse il pianto dei traditi,
un altro mare, ignobile e convulso,
allagherebbe noi e sassi e zolle.

«Pace!» gridan comunque afflitte genti,

anche se poi le mani tese al cielo
non sanno abbandonare le mitraglie.

 

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