Poesie

Testi a cura di Vittoriano Esposito maggiori info autore
DA ” L’UOMO IDDIO”

Si levaron da terra le chiassose
ali di uccelli in variopinta torma
ed inni ed inni da le sponde ascose
alti vibraron con perfetta norma…

Fra un intreccio di nubi vaporose
allor io vidi che prendeva forma:
da uno strascico biondo si compose
dentro il riflesso magico di un’orma.

Estatico all’evento volsi gli occhi
ma poi commosso e col singhiozzo in gola
chinai la fronte e caddi sui ginocchi:

tacque l’intorno, e come in una fola
sentii posare melodiosi tocchi
su corde inargentate di mandola.

II

Alzai la fronte. Un attimo la vidi bella,
Donna Poesia, ed armoniosa
e le dissi raggiante: – Tu che sfidi
l’Universo e la Morte maestosa

e in te raccogli tutti i nostri gridi
per farne eco solenne, o Pietosa,
son io già degno d’essere tra i fidi
cui spesso ti concedi desiosa? –

Mi sorrise il consenso, poi disparve
nel gorgo cilestrino ed ondeggiando
siccome fluidi astrali evanescenti,

il cielo empi di brividi stridenti
ed io allora seguitai cercando
quell’alma apparizione in altre larve.

III

Vinsi la tenebra. Ed insaziato
cercai ancora la diafana Donna:
ogni porta picchiai nell’abitato
e nel tempio scrutai ogni colonna.

Ma la trovai un pargolo vegliato
dall’industre preghiera della nonna
e qua trovai un misero prostrato
in lacrimosa lamentela insonna…

Cercai ancor, cercai ancora: nulla!
Mi parve poi d’un tratto ravvisarla
in un radioso volto di fanciulla…

e 1’ho seguita! Ed ora il cor mi parla
che in essa l’alta Donna si trastulla
e qui convien davvero ricercarla.

IV

Istanti. E s’immedesima nei versi
il dir presente col processo antico
dell’Anima che nacque dai dispersi
atomi in fuoco. E gaiamente dico

i vari modi, di lirismo aspersi,
ma si palesa il fine e nell’intrico
e irradiato un gioco d’universi:
fosco e il primevo, e il mio un mondo aprico

colmo d’Amore e vario in tenerezze,
ed il mondo futuro e l’insidioso
cui penetra il Pensiero, e il macrocosmo

che uccide con la smania delle altezze
l’Uomo che vince; l’Uomo, il valoroso
che tutto ardisce, il forte microcosmo!

V

E la trama si snoda, triplicata
nei lirici frammenti.: va il poema
verso la sua tricuspide dorata
che v’infutura una visione estrema

di vana apoteosi. La trovata f
anciulla assisterà, che sente e trema
un procinto d’amore. Una folata
di nebbie siderali a la suprema

mia prova m’urge: sian percorsi i miei
che lascino un pulvischio luminoso,
se non abbacinante, almeno chiaro

d’idee nei vasti strascichi febei.
Io tento! E valga l’opra. Ardimentoso
contro l’Eterno i miei vent’anni paro.

VI

E venne qui da un tenebroso speco
a saziarsi di mondo, alto e selvaggio,
e i fiori calpesto, le fratte bieco
riscavalco, la fresca ombria d’un faggio

ei non curo, ne lo trattenne l’eco
dolce del rio; stravinse il forte raggio
con l’aduste sue membra e porto
seco la teda e, con la teda, il suo coraggio.

S’avventuro nel buio della notte
terribile insensato e, sulla mano a
lta la teda, ispeziono le grotte

e s’avvio lontano, piu lontano
in cerca di fatiche e d’altre lotte
per contendere, belva, il sovrumano.

VII

Erro: uccise! Bevve sangue estinto
con la selvaggia sete e bevve loto
e si nutri di cespi di giacinto
ed altro non sapeva che il suo moto.

In un suo gergo scabro disse: – Ho vinto! –
ed istintivo alzo lo sguardo al vuoto,
intento per un attimo, sospinto
da un suo impulso intimo, all’Ignoto.

E cadde prono e rimiro l’intorno:
la teda bassa nella bassa mano,
lo sguardo fisso la nel disadorno

buio del Tutto, quegli attese piano
piano spuntare l’ora di quel giorno
che avrebbe rivelato l’ultra- umano.

VIII

La femmina lo scorse pensieroso
e corse a stargli, trepida, vicino
seguendo quel suo sguardo desioso
di scrutare 1’Immenso. Cristallino

era lo sguardo: ricercava ansioso
un indizio,. un concetto, nel cammino
aereo, infinito e tenebroso
che, grande, trattenesse lui piccino.

La femmina gioiva vuotamente
e vie piu s’inteneri, per cui
lo fisso, muta: era, non piu irruente,

placido, assorto a penetrare i bui
recessi dell’intorno e gia la Mente
del mondo in atto si mostrava a lui.

IX

Ed io per lui! Son io, d’un altro mondo,
il cantatore della cosa grezza
che risveglio quell’anima dal fondo
e la condusse ad infinita altezza.

Ma io diro da me, per lui. E, mondo
da metodi e da cifre, l’allegrezza
dei voli e del suo genio fecondo
qui cantero con lirica bellezza.

Oh, saprò dire quel che sa la mente
e lo contornerò col mio contorno,
v’infonderò il sapore del presente:

cristalli vaghi, nel mio verso adorno,
di scienza brilleranno; differente
sarà soltanto nell’Eterno il giorno.

DA ” PAROLE GETTATE ”

Tu sei parte di me

Se il chiasso dell’autostrada
soffocasse il silenzio dei prati
io perderei una parte di me.

Se il sole di luglio e d’agosto
asciugasse i ruscelli di valle
io perderei una parte di me.

Se un vento insidioso, se un vento
denudasse le siepi d’estate
io perderei una parte di me.

Se un giorno io non ti trovassi
sulla porta di casa in attesa
io perderei tutto di me.

In chiesa

Sono entrato in chiesa troppo piccolo:
non sentivo il fetore delle sottane,
lo stridio dei rosari,
il chiacchiericcio delle confessioni, le prediche minacciose.
Sono entrato ch’ero un grumo di carne tenera
e mi hanno fatto subire la prima violenza
le mani sulla faccia
il sale che mi da fastidio
il latino che non capisco
i legami che non sopporto
l’acqua fredda che mi fa star male…
sono entrato in chiesa troppo piccolo!

Brividi

Sul davanzale l’aurora posa
un tenue lembo della veste rosa:
sorgi.

E piano felina insidiosa
ondeggi guizzando strisciando
e a brividi d’incarnato
ti sporgi
e l’intorno rimuovi con fiato
affannato
o viscido o blando
o crudo e t’accorgi
che, accanto, io scudo
stille di gelo che spando.

Da ” LA CITTA’ SCAPPA ”

Ho gettato

Ho gettato parole
entro fratture di fiato
entro pause di voci intensita
di sguardi, ondose.
Logore parole, vecchie parole.
Ho gettato parole a pugni
sementi dorati luccicanti
tra gli acquitrini che straripano
ed invadono ginestre fra le rocce.

Ho gettato parole fra i rami
cinguettii fruscii parole
ho gettato fra i venti nell’aria
assetato di suoni assetato di luci.

E le parole gettate non rimpiango.

Quando viaggia…

Quando viaggia il capo del mio stato
si porta appresso un lembo – forse
un frammento – della mia persona
perche io gli ho dato
una procura: dicono.

Ho sentito strappi talvolta dolorosi
o erano incisioni, oh via carezze
grasse che mi scotevano quel poco
che spegne un foco.

Quando viaggia il capo
del mio stato, un lembo uno strappo
una carezza un fuoco.

Il terremoto della Marsica

E queste spume, dimmi, questa notte
che biancheggiano intorno intorno al lago,
questi cumuli bianchi ininterrotti,
questi filari, questi interminabili
filari d’olmi, salici, di pioppi
che serpeggiando sulla vecchia gobba
del lago morto, della valle verde,
dan sussulti di vita, questi spalti
e queste rocce, questi poggi,
queste gole gettate in mezzo agli Appennini,
questo smeraldo, questa robustezza,
e tutti questi tetti rosseggianti
avviticchiati a tanti campanili,
e queste spume, dimmi, questa notte
perche non le ha coperte l’ombra nera
e perche il tenebrore non e sceso
dal cielo della Marsica, stanotte’?
E’ nell’aria un pulviscolo rossastro
e dai tetti si spande lentamente
il fumo dei camini delle case,
ov’e la gente che non puo dormire,
ov’e la gente intorno al focolare,
bimbi e vecchi a pregare ed a pregare
e di fuori si sente il mugolio
d’un vento che ha paura di passare
perche porta gli odori della morte,
l’acredine dei ceri, la mestizia
dei camposanti, paura di passare
perche porta anche un suono che sgomenta,
porta anche un suono cupo: le campane
dei campanili stan suonando a morto.

* * *

Il tredici gennaio donna Morte
raschio le porte con le sue falangi
scarne, le porte sante e benedette
dalle croci di legno, infisse le unghie
nel pane, macchio 1’acqua delle fonti,
gelo il sorriso ignaro dei bambini
e molesto il respiro dei piu vecchi,
poi soddisfatta di terrorizzare
si trascino ghignando a mezza via
aprendo il suolo, rovinando tutto,
la neve si macchiava ed era sangue
ne il pianto, i gemiti, lo strazio grande
la commosse, che tutti li copriva
il fremito dell’aria inviperita.

Ecco perché il tredici gennaio
l’ombra nera non scende nella Marsica
e la gente vicino al focolare
a piangere rimane ed a pregare
e le campane mestamente sempre
ridicono il poema della Morte.
Non e per questo forse che non scende
dal nostro cielo, dimmi, l’ombra nera
su queste spume, dimmi, questa notte?

Testi tratti dal libro Poeti Marsicani