Notizie su Pietro Marso (Cese-1442 / Roma-1512)
Parlare di Pietro Marso, dopo la dettagliata ed approfondita documentazione fornitaci da Mario Di Domeníco con la pubblicazione “Cese sui piani Palentini” , potrebbe sembrare superfluo; con questo capitolo però, oltre che aggiungere qualche particolare, si cerca di riassumere dati storici e notizie attinenti questo nostro concittadino, soprattutto per chi non ha avuto la possibilità di documentarsi a dovere. Nato da genitori contadini, di umili condizioni economiche, Pietro ebbe altri due fratelli: Domenico e Giovanni. Della sua famiglia si sa solo quel poco che scrive I autore su citato. Fin dai primi anni fu indirizzato verso gli studi ecclesiastici e li approfondì trasferendosi a Roma, dove fu discepolo di due celebri umanisti del tempo (Pomponío Leto e Domizio Calderini) che lo formarono e gli fornirono le basi necessarie a divenire in seguito un erudito letterato.

Divenuto canonico di San Lorenzo e Tommaso, diede alla luce I Commentari sopra il poeta Silio” Recitò un’apprezzata orazione sull’immortalità dell’anima davanti al Cardinale Riario e dedicò al Cardinale Giacomo di Milano un altra sua opera: “In Lode di Santo Stefano” Non sono mancati, comunque, critici e studiosi – come ad esempio il maestro Mantovanì – che hanno dedicato a Pietro Mastro opere e versi. Fu membro della fiorente “Accademia Romana”e cambiò il cognome originario, Mei, prendendo il soprannome Morso in onore della zona d’oriqíne. Alla scuola di Pomponio Leto si perfezionò nelle scienze umane e letterarie, divenendo attento studioso di autori qreci e latini, come Aristotele, Platone e Cicerone.

Quale membro dell’Accademia di Pomponio si trovò denunciato, nel 1468, come cospiratore, venne arrestato e rinchiuso in Castel Sant’Angelo, ma – riconosciuto innocente – fu poi scarcerato. Fu quindi uno dei più apprezzati studiosi del tempo e cattedratico, di fama internazionale presso le maggiori università italiane. prime fra tutte Bologna e Roma. Molti studiosi europei venivano a trovarlo per apprendere lo scibile umanistico, altri solo per poterlo conoscere. Fu un prolifico scrittore fino al 1511, anno precedente quello della sua morte, avvenuta a Roma il 3 gennaio 1512. Nel 1583 fu seppellito nella chiesa di S. Damaso e Damiano.

Fra i suoi tanti discepoli ci fu il nipote Ascanio Marso di Cese (figlio di Giovanni), chierico e notaio in Roma, il quale impresse sulla lapide tombale la seguente epigrafe (1), una sorta di elegia funebre:

A PIETRO MARSO
CANONICO DI QUESTA CHIESA DI SAN LORENZO
UOMO DOTTISSIMO INTEGERRIMO
FRA TUTTI I BUONI
E AI VOTI CON ONESTA’ FEDELE
ASCANIO MARSO ALLO ZIO PATERNO
BENEMERITO POSE

Fra le varie opere di Pietro Marso vanno ricordate: (2)
– Panegiricus in memoriam S. Joannis.
– Oratio de immortelitatis animae, Roma, in 4
– Oratio dicta in die S. Stephoni primi martirys.
– Panegiricus in memoriam S. Agustini.
– Oratio in f unere Pomponii Leti.
– De officiis M. Tulli Ciceronis cum commendariis Petri Marsi, Venezio, 1841, in fol.
– Silii Italici de Bello Punico cum eiusdem Commentariis Argentoratti, 1506, in 4.
– De Divinatione lib. II, Venezio, 1507, in fol. – De Natura Deorum, Venezia 1507, in fol. – Cat. Major, seu De Senectute, Leon 1556, in 4.

e sul dittamo

Pietro Marso, nel XV secolo, ricordava con orgoglio le sue origini ed il paese natale nel passo che riportiamo di seguito, opportunamente tradotto in lingua:

Un piccolo villaggio
che i locali chiamano Cese.
E’ è il mio paese natio.
E’ sito alla radice dei monte
dove nasce il dittamo
e dista quattromila passi da Alba.
Questo lo dico per non apparire ingrato
verso la mia patria ecc. ecc.

Nell’esaminare questa citazione, oltre ad apprezzare i sentimenti dell’autore verso la propria terra, non si può sorvolare sull’ímportanza che si dà al “dittamo”. Per questo motivo sono stato preso da una curiosità che mi ha indotto a proseguire in una appassionata ricerca. Con tutta onestà, debbo confessare che all’ínizio non sapevo nemmeno che si trattasse di una pianta più precisamente di un arbusto). Girovagare per il Monte Salviano, fra l’ampia vegetazione, cercando non si sa bene quale esemplare è impresa abbastanza ardua; sarebbe stato tutto molto più semplice, ovviamente, se si fossero conosciute le caratterístiche, la forma o le dimensioni dell’arbusto stesso.

A volte, però, la volontà aiuta e la fortuna aspetta se supportata dalla costanza, dall’impegno e dalla pazienza. Con l’ausilío di testi di botanica dei nuovi strumenti di ricerca, sono riuscito ad avere fra le mani le notizie che cercavo, e solo allora ho capito il motivo per cui, cinquecento anni fa, il nostro concittadino associava Cese a questo tipo di arbusto. Bisogna sapere, in primo luogo, che questa pianto è attualmente protetta da leggi regionali, in quanto pianto rara; inoltre essa ha delle proprietà non comuni.

Per le foglie, che ricordano quelle del frassino, è detta anche ” frassinella ” o ” limonella ” per il forte odore di limone che emanano le stesse se vengono strofinate. Inoltre è molto bella da vedere, specialmente quando è in fiore, ma non sono solo queste le caratteristiche che ne hanno determinato l’importanza. Molti altri scrittori e poeti l’hanno citata. L’ha fatto il Pascoli nelle “Myricae’ e il Tasso nella “Gerusalemme Liberata’. quando al cap. XI – 72, scrive:

“… colse dittamo in Ida
erbe crinito di purpureo fiore
ch’ave in giovanil foglie alto volore.”

Questa pianta è stata menzionata inoltre da: Baudelaire, Altidora Esperentosa ed Aristotele; quest’ultimo afferma che l’uso della pianta era ritenuto curativo per le ferite già a quel tempo e che questa proprietà fu scoperta casualmente osservando una capra ferita, che sistematicamente andava a strofinare la parte lesa sulle Voglie di questo arbusto. Altri autori hanno parlato del dittamo e delle sue molteplici caratteristiche. Il dittamo contiene, in particolare, un olio ricco di anetolo, estragolo, saponine e principi amari come colina e dittamina, oltre ad un alcaloide che agisce sull’utero. Quest’olio, assunto in dosi elevate, può provocare emorragie uterine ed è quindi controindicato durante la gravidanza, ha, però, anche proprie digestive, antispasmodiche e díuretiche, e svolge un azione tonificante sull’organismo in genere.

Le parti utilizzabili sono le foglie e la corteccia della radice. Fa parte della famiglia delle rutacee, è una pianta erbacea perenne alta dai 50 ai 70 centimetri; alquanto legnosa alla base, ha fusto eretto provvisto di peli e ghiandole nerespecie in alto. Le sue foglie sono di color verde scuro, ovali e lanceolate, a margine minutamente seghettate; i fiori a cínque petali sono bianchi tendenti al rosa e con venature porporine. Il frutto è una capsula ghiandolosa con cinque brevi cuspidi. Cresce nell’Europa centrale e meridionale, raramente in Abruzzo, dove fiorisce nelle radure, nei cespuglieti e nei querceti submontani fino agli 800 metri; si trova alle falde della Maiella e nella Marsica. Ne è vietata la raccolta dalla L. R. 2177, art. 4 a chiunque, poiché considerata pianta rara e protetta.

Durante questa ricerca, dopo aver girato per mesi con documenti e foto alla mano, ma senza esito, mi stavo convincendo che fosse da considerarsi estinta nel nostro territorio, anche perché era ormai trascorso mezzo millennio dalla citazione di Píetro Marso. Fortunatamente mi sbagliavo. Come premesso, sarà stata la tenacia, sarà stato l’aver scelto zone plausibili ed anche una buona dose di fortuna, ma nella mattinata del 3 giugno del 2001, duante una escursone, io e mia moglie abbiamo avuto gradita sorpresa di “incontrarla” proprio sul Monte Salviano. In virtù dell’esiguítà degli esemplari essa va protetta da chiunque la trovi, ma noi di Cese dovremmo ritenerla anche un regalo della natura e, soprattutto parte integrante della nostra storia, proprio perché riesce a fiorire ancora oggi sul nostro monte e 500 anni dopo, che un nostro conterraneo l’ha menzionata esplicitamente per le sue importanti ” virtù”.

Anche se fino ad ora questa tematica non è stata affrontata nè presa minimamente in considerazione, ora dovremmo valutare questa “ricchezza” e magari associare il dittamo a Cese; se non altro, infatti, perché questo simbolo floreale ha caratterizzato e fatto conoscere il paese anche attraverso la storia, la cultura e la letteratura dal XV secolo ad oggi.

Note
(1)Febonio – Hstoriae Morsorum” – lib. III – pag. 247, ed. De Cristofaro Roma 1991.
(2)Camillo Minieri Riccio: “Memorie Storiche degli scrittori nati nel regno di Napoli – Bibl. C. C. 61 – Biblioteca Casonatense.

Orme di un borgo (gente, fatti e storia cesense)

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avezzano t4

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