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Comune di Celano

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Nota Introduttiva

Nell’ambito del progetto d’Istituto di educazione ambientale ”Cuore verde”, noi alunni della classe 1 D della Scuola Media Statale ”Tommaso da Celano” siamo stati impegnati in un lavoro pluridisciplinare dal titolo misterioso di ”L’antico percorso del sole: vite parallele”. Con esso abbiamo voluto riscoprire alcuni aspetti naturalistici e storicoculturali della nostra Celano, posta, secondo un’idea del tutto fantastica, al centro del percorso del sole, contravvenendo in maniera spiritosa, al concetto copernicano. Abbiamo ricostruito la storia di Celano dall’incastellamento alla Celano di oggi, in una forma di parallelismo, tra alcuni elementi naturalistici e due personaggi illustri: fra Tommaso, primo biografo di S. Francesco e il professore Vittoriano Esposito, poeta e critico letterario. Conoscere le poesie giovanili di V. Esposito e stato per noi come scoprire un piccolo tesoro, nascosto, da anni, sotto la terra dell’antico lago, bagnata ancora di lacrime e stille di sudore.

Un tesoro, non di monete d’oro o di baiocchi e marenghi, ma di perle, prodotte dall’assiduo lavoro dell’ostrica; perle più o meno regolari, alcune bianche, con riflessi argentei, gialli o azzurri, altre nere, le più pregiate, legate da un filo sottilissimo, sgranate, come rosario, da dita invisibili del nostro pensiero. Con esse abbiamo conosciuto un mondo diverso, fatto di sacrifici e duro lavoro, impensabili in questa nostra era tecnologica e consumistica. All’inizio non e stato facile capire quei messaggi, entrare nell’eterno problema del giusto e del non giusto, delle astuzie dei pochi a scapito dei molti, dell’eterno soffrire di alcuni e dell’indifferenza degli altri, poi, man mano, quei sentimenti sono penetrati in noi come una boccata di ossigeno e di aria pulita. Abbiamo compreso che a distanza di 50 anni, le poesie di Vittoriano Esposito possono ancora far riflettere!…

Premessa
di Vito Moretti

La poesia di Vittoriano Esposito, almeno quella edita, e tutta circoscritta nel decennio degli anni Cinquanta, con la silloge d’esordio, Primavera di un’anima, del 1950, appunto, e con le successive tre raccolte Cuore e speranza, del 52, Palpiti di un solitario, del ’53 e Per non sentirti perduto, del 61: un decennio che pone in essere le più ardite speranze sia per la liberta da poco riconquistata alla vita civile sia per i temi di riforma che entrano a gareggiare nei dibattiti politici e sindacali della nuova democrazia e che anche nell’Abruzzo del dopoguerra sollecitano gli intellettuali e gli esponenti della cultura a prendere cognizione dei bisogni più urgenti e dei doveri di solidarietà che s impongono nel resto della penisola.

Sono gli anni, del resto, in cui la Marsica riscatta l’antico sogno di Berardo Viola, il ”cafone” siloniano di Fontamara, e in cui le terre del Fucino vengono espropriate ai Torlonia e cedute ai contadini che le lavorano, non senza pero 1’estremo sacrificio di due braccianti, uccisi a Celano la sera del 30 aprile 1950 dopo una lunga serie di mobilitazioni e di altre morti. Vittoriano Esposito ha da poco compiuto vent’anni e il suo orizzonte culturale ed umano si identifica con questa stessa realtà, filtrata dalle letture che riesce a mettere insieme nella biblioteca del socialista Agostino Carusi (al quale dedicherà il sonetto Santa alleanza) e dall’incontro con l’intellighenzia celanese del tempo, riunita proprio nella casa del Carusi; qui, peraltro, nei medesimi anni, il giovane Esposito ha modo di incontrare Ignazio Silone e di avviare con lui un intenso rapporto che si trasformerà, per alcuni aspetti, in una vera e profonda intesa ideale, nel nome soprattutto della liberta dell’uomo e della sua insopprimibile dignità, da ribadire sia contro le mediazioni pur necessarie della vita pratica che contro i mimetismi e le diaspore del pensiero contemporaneo.

Anzi, da questa lontana esperienza, che alimenta la riflessione di fondo delle sue poesie, Vittoriano Esposito elabora il suo rapporto con il mondo e struttura la sua vocazione a testimoniare -anche negli anni della maturità la fede nel primato dell’uomo, con un assiduo ed intenso esercizio critico che rifiuta compromessi e tradimenti e che mira di volta in volta ad evidenziare quel che ognuno ha di suo o quel che ognuno arreca alla vicenda dell’arte e della cultura, senza concedersi mai a rigidità ideologiche o a posizioni di implicito settarismo. Un impegno di verità, dunque, che nelle quattro raccolte poetiche si traduce in una denuncia della miseria e della ingiustizia e in una scrittura attenta ai mali antichi e nuovi della società marsicana ed abruzzese, ma anche (e qui va sottolineato come elemento estemo al diffuso gusto neorealistico di quella stagione) in uno scavo nella propria pena di individuo, nel proprio microcosmo di creatura chiamata a mediare lacerazioni e dissidii e, ben più drammaticamente, ragione e fede.

Ecco, allora, componimenti come Un giorno di festa (”V’e modo e modo di tradire Cristo’ ), Dio, non ti credo (”il mio cuore tanto brama/ quanto respinge ed odia il mio pensiero” ), Svelati mio Dio! (”com io potro amarti/ se tu non mi ti sveli?’ ), Dove sei? ( Non so da quale fonte possa attingerti,/ potente Iddio”) e Come nacque il mio canto (”confesso che 1’unica favi11a/ che m’accese nel petto il sacro fuoco [della poesia],/ non fu verun amore di fanciulla,/ ma 1’ansia di congiungermi con Te,// Ricordo con tremore/ le segrete battaglie che il mio cuore sostenne nella prima adolescenza:/ quando, impotente/ a sciogliere il gran nodo del Tuo vivere,/ fui preda ad un tormento inenarrabile ), nei quali il sentimento religioso più che poggiare sulle certezze della metafisica e sui temi della riflessione teologica, si incentra sulle energie solidaristiche e sui valori della carità, per l’urgenza di ricondurre l’attenzione e il giudizio dei lettori sul dramma insostenibile dei diseredati e sui conflitti fra etica, politica, società civile e storia, il poeta sente di essere chiamato a manifestare la propria biografia e la propria pena in testimonianza dell’umanità sofferente, col proposito di perorare la definitiva liberazione dell’uomo -non solo marsicano, ma di ogni latitudine da tutte le forme di schiavitù e da qualsiasi minorità psicologica e sociale, come peraltro si ricava da Preghiera o da Tremula fiammella di candela (”la mia voce, ahime!, e somigliante/ a tremula fiammella di candela,/ che pretenda d’illuminare il mondo”) o anche da ’Buon Anno!” (’Formule vane resteran gli auguri/ finche chi vive agiato,/ non pensera che langue nei tuguri/ il popolo affamato’), da Ingiustizia, da La vita e prova e da Favola amara, in cui, per giunta, il giovane poeta grida tutto lo scandalo che prova la sua coscienza di fronte all’umiliazione de11 innocenza e alla mortificazione dell’equità, precorrendo a suo modo -e d’istinto, si capisce i temi della futura ”teologia della liberazione”, ben presenti ne11’area marsicana.

A tali temi, del resto, sviluppati anche nello scritto coevo Marxismo, Socialismo e Cristianesimo e nel dramma inedito in quattro atti Fucino, conca di passioni, vanno ricondotti sia i molti riferimenti all’amore (un amore che non conosce ”le distanze” e che ”ad ognuno ugualmente si dona”, perché ”d un sol modo avviluppa i viventi’: A un monello che canta), sia le invocazioni di pace (Pace! Pace! ), sia infine i richiami alla 1iberta su orizzonti universalistici (”Non ha respiro/ i1 mio spirito sdegnoso e vagabondo/ entro confini imposti,/ Ama spaziare 1ibero pel mondo.// [”.]/ La mia patria e dovunque splenda il sole/ e brillino le stelle”, La mia patria; ”scelgo a padre sacro il mondo intero”, Cittadino del mondo), E tuttavia 1’Abruzzo resta il riferimento privilegiato del giovane Esposito, un Abruzzo non da ”cartolina” ne dei cliches letterari e veterodannunziani, ma la regione dell’oblìo, la geografia della fatica e del sudore, la terra dei digiuni” e degli ”stracci”, il paese dei ”cafoni” e dei ’ sogni disperati”, quale e tratteggiato nel componimento Abruzzo, terra di dolore, che e anche -in assoluto una delle poesie più vibranti della sua produzione (”E partita dai grigi casolari/ la mia povera gente contadina” …) ove la realtà dei protagonisti si identifica via via con quella stessa del poeta, in un afflato corale e spontaneo (”io so quant’e amaro il pane smozzicato […],/ com’e duro il giaciglio […]’ ) che scaturisce dalla condizione biografica e psiocologica del comune destino.

Ma per Vittoriano Esposito c’e sempre, nonostante il buio e i corrosivi presagi, una via di scampo, un’occasione individuale di riscatto e un’opportunità di salvezza, che e fornita, oltre che dall’amore, come s e detto, dal sogno’, inteso come fedeltà ai valori alti dell’uomo e della vita (Il mio canto, Spaziare come rondine), dalla volontà di resistere’ (Autoritratto) e dalla capacita (e volontà) di acquisire la lezione giusta dai fatti dell’esistenza benché 1 angoscia ci chiami a smemorarli o a rimuoverli (La mobile sabbia del destino), In ognuno, dunque, c’e una possibilità di resurrezione, ”come perla in un’acqua fangosa e sconvolta/ [.”]/ Ed e quanto ti basti, per non vederti spezzato,/ per non sentirti perduto” (Congedo), Il suo verso, pur cosi orientato al segno dei ”contenuti”, scaturisce pero dal fondo del cuore e reca anche un’istanza lirica che emerge in taluni momenti ad attenuare 1 asprezza della denuncia; capita allora di leggere: ”il sole si spalma come miele/ sulle foglie cadute”, in Lieve, nel tardo autunno, o ”il grido assiduo delle vostre rughe”, in Passano gli zingari, oppure Il sole gia va in bilico su i nembi”, in La giovinezza e la vecchiaia, o infine ”siepi […] irte di cardi”, nell’ultimo brano; una liricità che da più vasta prova di se nelle coeve traduzioni approntate dall’Esposito sui classici greci e latini, e che sono a tutt’oggi inedite come tanto altro materiale di questi lontani anni d’esordio. Il modello dei classici, d’altronde, che il giovane poeta va assimilando con esercizio diretto, si coglie anche in alcuni aspetti stilistici di queste poesie, nella elezione di talune assonanze, nella presenza della rima, nell’impiego -qua e la di aggettivazioni che diremmo non a la page e nell’assenza di certo gusto novecentesco.

Esposito sembra procedere ad excludendum, togliendo alla sua comunicazione e alle sue risorse espressive tutto quel che risulti estraneo alle sue scelte ideali e alla sua esperienza vissuta, senza neanche preoccuparsi di rifinire o di limare il suo dettato in direzione della raffinatezza estetica; ad Esposito, insomma, interessa soprattutto il ”messaggio”, come si suol dire, il senso della parola più che la parola in se, perché la sua poesia -e lo si sarà ben capitosi prefigge di testimoniare la realtà e la pienezza di una esistenza chiamata a fare i conti con il ”bene” ed il ”male; e perciò, in questo senso, la sua pagina e un autentico documento, che si affida alle generazioni future per mantener desta la memoria d’una età e di una gente, come anche -dal nostro versante per illuminare la personalità di un intellettuale a cui deve molto la cultura abruzzese di ieri e di oggi.

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