Per ricordare l’anniversario del terremoto di Avezzano una poesia di Maria Assunta Oddi



Il terremoto nella Marsica del 13 gennaio 1914, noto anche come terremoto di Avezzano, fu un disastroso evento che causò 30.519 vittime. I pochi sopravvissuti rimasero senza un tetto per giorni stretti in una morsa di gelo poiché tutti gli edifici sia pubblici che privati erano crollati sotto la violenta onda sismica. Restò in piedi solo una casa del cementista bolognese Cesare Palazzi come testimonia una targa commemorativa.

Anche oggi, in modo diverso, stiamo vivendo a causa dell’emergenza sanitaria della pandemia, che ancora non cessa nonostante la vaccinazione e l’adozione di comportamenti finalizzati al distanziamento, una catastrofe che invita tutti alla solidarietà. Pensare ed agire in termini di comunità sia locale che globale è un modo di considerarci appartenenti alla famiglia umana. Perché fermarsi a ciò che non è importante a discapito di ciò che veramente conta per un essere umano, cosa per la quale abbiamo fatto, dolorosamente esperienza durante la catastrofe del terremoto.

Non va dimenticato, in questa prospettiva, il sofferto cammino di quanti con fatica e spirito di sacrificio hanno contribuito alla ricostruzione della Marsica.

Mario Pomilio con sapienti parole esorta a conservare la memoria del proprio territorio: “ Ho pensato al Fucino come a una specie di scuola, per quel che mi ha insegnato, per come mi ha rovesciato problematiche e prospettive: una scuola nel senso sociale , ma anche nel senso dell’umiltà (…) perché il Fucino, per noi che veniamo di lì, è più di un luogo…è una condizione, a creare la quale si sono date la mano

La geografia e la storia, e gli uomini soprattutto che l’hanno modellata”.

A voi i versi per non dimenticare.

Terremoto.

Non lo schianto amico

Del ciocco sul focolare

Ha destato nel buio

Della notte fonda

La mia casa.

Un tremito improvviso

Terrore di morte

Striscia guardingo

Negli occhi smarriti

Del mio sposo

Niveo come fiocco di neve.

Non odo il boato della piazza

Posarsi sulle chiuse persiane

Né il rintocco delle ore

Né il lento e severo

Ondular della campana.

Il silenzio cerula tenebra

Intorno al borgo medievale

Sbigottito e muto

Appunta una spina nel mio cuore.

Il candido giorno ora

Si accresce di luce

A ricordar che tutti fratelli

Siamo nel mondo.

Stasera un bimbo dormirà 

Lontano dalla sua culla

E all’abbaiar dei cani

Caprettino affamato

S’accuccia tra le braccia materne.

E tu, amore mio, 

Istante per istante conti

La vita lacrimare e assonnata,

Guerriero sconfitto

Che non può lottare 

Dove natura 

Con sublime tempra

impera.



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