t1

Comune di Tagliacozzo

t2

Testi a cura del Prof. Fernando Pasqualone maggiori info autore
Senz’altro la perla del patrimonio artistico tagliacozzano, anche se decenni di incuria e di sciagurati interventi di ristrutturazione ne hanno compromesso l’integrità, ne si può dire, ancora oggi, che il calvario del monumento sia finito. La fondazione, gli ampliamenti e gli interventi decorativi del complesso spettano tutti alla famiglia Orsini. Il palazzo risulta gia costruito ed agibile agli inizi del XIV secolo, come si evince da un contratto – conservato in copia presso l’Archivio di Stato di Roma – in data 20 aprile 1336, rogato appunto da Orso Orsini nel palazzo stesso. Il suo aspetto doveva tuttavia essere ben diverso dall’attuale: limitato al solo primo piano, esso doveva presentare in basso un portico aperto (li dove ora sono gli scantinati) secondo un tipo non diffusissimo ma abbastanza ricorrente nei palazzi pubblici dell’Italia centrale. Le finestre di questo primo piano sono bifore rettangolari, ma e evidente che le due di sinistra – dalle colonnine poligonali e dai motivi decorativi nervosi, con profili angolosi e taglienti – sono senz’altro diverse come stile e come gusto e più antiche delle due bifore di destra, più semplici ed arrotondate nelle colonnine e negli spigoli. Il motivo decorativo delle seconde (una semplice dentellatura) e poi identico a quello del portale principale, per cui si possono attribuire ad uno stesso artista. E siccome un motivo analogo si riscontra nel portale di S. Cosma, non e troppo azzardato ipotizzare anche in questi elementi di Palazzo Ducale l’intervento del de Biasca. Altri elementi gotici o tardo-gotici si riscontrano sparsi all’esterno (la mensola angolare su via Romana) o all’interno (portali, capitelli, cornici, mensole).

L’ulteriore fase costruttiva si colloca nella seconda metà del ‘400, sotto l’illuminato e splendido conte Roberto Orsini. Fu cosi innalzato il secondo piano, che rese indispensabile la costruzione del grosso muro a scarpa per owiare alla insufficienza delle strutture di sostegno del primo piano. Il palazzo crebbe anche in superficie, diramandosi al di fuori del blocco originario con l’ala detta Corsia (alloggio per la guarnigione) ed inglobando nuovi spazi aperti usati come cortili. Il portale d’ingresso al cortile principale (coperto da una tettoia) e stato rimaneggiato in parte quando i Colonna fecero asportare il motto e lo stemma degli Orsini, sostituendoli con i propri: una sirena bicaudata (simbolo della Fortuna) ed una colonna lievemente inclinata e l’iscrizione (con riferimento a questa colonna): RECTA EST OBLIQUAM NON TIMET INVIDIA. Le finestre del secondo piano sono tutte di gusto prettamente rinascimentale, con archi a pieno sesto e decorazioni di grande finezza e maestria: candelabre e festoni, formelle, cherubini e panoplie per le quattro che affacciano su via del Teatro.

Circa la paternità dell’impresa – su cui qualche dubbio e stato pur avanzato – non vi può essere incertezza alcuna, se si osservano gli stemmi Orsini inseriti nelle formelle sugli stipiti delle due finestre sulla sinistra. Nel cortile d’onore, oltre a due finestre con analoghi motivi decorativi, da notare la Finestra dei Guerrieri, con due sol3ati in armatura sugli stipiti e due elmi piùmati nell’arco, evidenti richiami al mestiere di condottiero di Roberto Orsini. Gli stemmi sugli scudi e quello nella chiave dell’arco (tenuto di due angeli – putti di classica ispirazione) furono scalpellati (come quasi tutti gli altri) dai Colonna. Altre splendide finestre si possono vedere nell’altro cortile e sul prospetto a valle della Corsia, dov’e anche un elegante balcone dal parapetto a cerchi intrecciati. Il portale d’ingresso e la rampa di scale che porta al secondo piano sono del XVIII secolo. Al primo piano, la prima stanza era decorata con grandi monumenti equestri ad affresco, oggi purtroppo scomparsi.

Palazzo Ducale: facciata Tracce di affreschi si vedono nell’intradosso delle finestre. Il monumentale camino e settecentesco. Nelle mensole delle travi gli stemmi dei Colonna. La successiva stanza, prospiciente verso la strada, e interamente rivestita di affreschi con prospettive architettoniche che vogliono illusionisticamente ampliare lo spazio della sala. La superficie fu interamente scalpellata per consentire la stesura di un nuovo intonaco, cosa per altro mai realizzata, per fortuna. L’architettura dipinta e di gusto tipicamente classicheggiante; nelle specchiature in finto marmo centrali, tra nastri fantasiosamente intrecciati, c’erano gli stemmi degli Orsini, poi scalpellati e sostituiti, su nuovo intonaco, da quelli dei Colonna; un grande stemma fu pero singolarmente risparmiato, sulla cappa del camino, con un grosso orso che sostiene due stemmi (probabile allusione al fatto che la contea era allora – intorno al 1470 – almeno nominalmente assegnata sia a Roberto che a Napoleone). Il caminetto e di stile tardo-gotico.

La suggestione dell’architettura dipinta e accentuata dalla quasi totale mancanza della figura umana. Solo sulla parete di fronte all’ingresso, nel vano di una porta (dipinta), si intravedono alcune figure (forse tre) di cui una maschile e l’altra femminile. Potrebbero essere il conte Roberto con la moglie (non ebbero figli) e qualche personaggio della corte. Lo conferma (e comprova altresì la paternità dell’impresa) l’iscrizione sul fregio della porta: … BERTV… ES ET CAPITAN… (RUBERTUS COMES ET CAPITANEUS). Il cassettonato ligneo del soffitto presenta gli elementi dello stemma Orsini (lo scudo con la rosa o la rosa soltanto) intervallati. Nella stanza a fianco si può accedere sia dal salone, sia da una stretta e bassa porticina (notare le belle mensole tardo-gotiche). La fascia decorativa e a monocromo, ed e costituita da motivi vegetali carnosi ed eleganti, non monotoni malgrado l’iterazione dell’elemento stilizzato. Anche qui un camino tardo-gotico.

La stanza successiva presenta anch’essa una decorazione vegetale a monocromo, ma più secca e ripetitiva. Di qui si dipartono varie diramazioni: a sinistra una serie di locali (utilizzati come cucine dalla GIL e dalle colonie estive) massacrati da rifacimenti vari; solo nell’ultima stanza si e conservato il soffitto ligneo con stemmi degli Orsini. Sulla destra una porta a vetri conduce in un vano da cui partono le scale che portano al piano superiore. Furono realizzate come scalone d’onore della GIL (tanto perché il fascismo curava e proteggeva il patrimonio artistico della nazione) distruggendo alcune stanze che erano interamente ricoperte di affreschi, di probabile contenuto mitologico (forse erano questi gli affreschi che alcune suore di clausura, ospiti estive del palazzo, fecero imbiancare a calce perché “licenziosi”). Per salire al secondo piano conviene comunque utilizzare l’altra scala, quella settecentesca. Le stanze maggiori ancora conservano tratti della pavimentazione antica e frammenti di affreschi sulle pareti, in genere fregi vegetali con stemmi. Tuttavia, le gemme del palazzo sono la cappellina ed il loggiato.

La prima e situata nell’angolo sud-est, e nel realizzarla si e tenuto senz’altro conto dell’effetto-sorpresa: il portalino d’ingresso, infatti, soltanto scanalato negli stipiti e nell’architrave, e di una semplicita spartana, con la quale contrasta la ricchezza splendida dell’interno, interamente decorato, nelle pareti e nel soffitto. Sull’intradosso dell’ingresso e raffigurato il Cristo benedicente, secondo un modulo diffusissimo nel XV secolo. Il dipinto deve pero essere stato restaurato malamente nel libro, poiche vi e scritto EGO SUM LAVS MUDI, mentre la dicitura corretta sarebbe LVX.

Sulle pareti sono affrescate quattro storie della vita del Cristo, seguendo una successione non cronologica ma con corrispondenze affrontate.
1) Annunciazione (controparete d’ingresso): di impianto rigorosamente prospettico che tuttavia non condiziona, anzi esalta il lirismo della scena. Il paesaggio urbano che fa da fondale accentua, con il suo metafisico silenzio, l’intimo rapporto tra l’angelo (dagli splendidi colori) e la Vergine inginocchiata davanti al leggio. Le parole dell’angelo sono scritte sul fregio del finto portale, al di sopra compare la colomba dello Spirito Santo.
2) Natività (parete destra): la scena e di incantevole e fiabesca poesia, ricca di episodi gustosi narrati con mirabile realismo (il bue e l’asino, la testa di S. Giuseppe, la mangiatoia, l’angelo che annuncia ai pastori, l’altro pastore col gregge lontano) o con astratta eleganza (il disco di luce su cui e adagiato il Bambino, il panneggio della Vergine); lo spazio e irrazionale, per piani sovrapposti. Innegabili sono le somiglianze con lo scomparto di analogo soggetto nella predella della pala di Benozzo Gozzoli alla Pinacoteca Vaticana. Domina il retaggio tardo-gotico.
3) Adorazione dei Magi (parete sinistra): composta e solenne intorno all’asse centrale della Madonna col Bambino presenta anche un notevole interesse storico. perché il gruppo dei Magi e del loro seguito costituisce una galleria di ritratti di forte realismo e non e escluso che nei loro panni siano stati calati personaggi della famiglia Orsini. Sembra almeno certo che il giovane dal volto olivastro di tre quarti, con gli occhi rivolti verso lo spettatore, sia l’autoritratto del pittore. Sulla destra e ritratto S. Giovanni Battista (sul rotolo si legge: ECCE OMO DE QUO DECEBAM VOBIS), figura di grande potenza e tensione psicologica. Negli sguanci della finestrina che comunica col loggiato e ripetuto due volte lo stemma degli Orsini; sul davanzale un monogramma interpretato come l’unione di una N (Napoleone), una E (et), una R (Roberto) ed una V (Ursini).

4) Crocifissione (parete di fronte all’ingresso): barbaramente asportata per essere restaurata (!), ora e conservata nel castello di Celano. Opera di una drammaticità esasperata, pur nella rigorosità dello schema compositivo, costituiva il vertice contenutistico e formale del breve ciclo. Altri elementi figurativi che completano la decorazione dell’ambiente: negli sguanci delle due monofore trilobate, a sinistra a) S. Pietro; b) S. Paolo; in alto: profeta con cartiglio; sul piano inclinato: un vangelo aperto; nel sottarco: monogramma del Cristo (IHS); a destra: santo “strappato” (e di cui non si sa più nulla!); S. Giovanni (completano la decorazione il vangelo, il monogramma ed il profeta). Negli spazi laterali vedute di paesaggi con castelli e borghi montani.

Le figure dei santi sono inserite in una decorazione vegetale a girali che si concludono con fiori variopinti, che sembra ricordare un capolettera, cioè una grande iniziale miniata. Forse il pittore (che aveva avuto esperienze formative da miniatore), di fronte agli sguanci delle finestre (che ricordano appunto le pagine d’un libro aperto, e del resto due libri aperti egli dipinge sui piani inclinati), può aver recuperato, quasi istintivamente, dal suo bagaglio culturale quella sua antica esperienza, trasponendo un elemento ornamentale miniaturistico su scala amplificata. Ottiene cosi due risultati: in primo luogo, con lo sviluppo dei racemi occupa tutto lo spazio a disposizione, uno spazio molto irregolare essendo un trapezio poggiante non su una delle basi ma su un lato obliquo (questo spazio viene cosi ridotto a regola, razionalizzato, reso indipendente dalla sua condizione di parete sghemba); in secondo luogo, l’elemento decorativo ritaglia sul fondo piatto del muro un concreto campo figurativo che fornisce alla figura del santo la dimensione spaziale in cui si sviluppa la sua tridimensionalità, con gli scorci del braccio, del libro, delle dita, ecc. (in altre parole, l’elemento decorativo ha la stessa funzione dell’oculo in prospettiva che abbiamo visto negli affreschi del Soccorso).

L’autore (gia identificato con Andrea Delitio, poi con Lorenzo da Viterbo) rimane a tutt’oggi sconosciuto. Si può solo precisare che non e lo stesso della Sala delle prospettive e del loggiato, e che possiede una cultura ricca e complessa, con elementi tardo-gotici sapientemente fusi ed armonizzati con quelli rinascimentali, nella quale si possono cogliere facilmente echi da Benozzo Gozzoli, da Filippo Lippi (gli affreschi di Spoleto) e da pittori umbri di area non peruginesca. Il soffitto e un capolavoro di intaglio ligneo: i motivi decorativi sono ghirlande di quercia contenenti la rosa dello stemma Orsini e cherubini in preghiera alternati, in foglia d’oro. Il loggiato e sostenuto da sei colonne con capitelli decorati da foglie di gusto ancora un tantino tardo-gotico, ma i rapporti tra gli intercolumni, l’ariosità del vano, il senso di colto ozio che ancora ispira parlano del più genuino rinascimento.

Il soffitto e un altro stupendo esempio di cassettonato ligneo intagliato e dipinto con grande maestria: le mensole a doppia voluta sorreggono grosse travi su cui poggiano i cassettoni, nei quali il motivo decorativo dominante (essendo la loggia pensata come ambiente laico) e la rosa dello stemma degli Orsini. La loggia appare ora chiusa da una pesante vetrata parzialmente oscurata per proteggere gli affreschi dai raggi del sole. Ma, con decisione a dir poco incomprensibile, subito dopo la messa in opera della vetrata stessa, gli affreschi sono stati staccati e dopo varie peripezie e spostamenti (assurdi, per oggetti cosi fragili e deperibili) giacciono ora parcheggiati nel castello di Celano.

La decorazione, profana come abbiamo detto, e costituita da 15 figure di personaggi illustri, la cui identificazione e purtroppo estremamente difficoltosa per le penose condizioni in cui versa il ciclo. Punti assodati sono i seguenti: – si tratta di personaggi sia maschili che femminili; – essi erano raggruppati a coppie, ciascuno dentro una nicchia e ogni coppia divisa dall’altra da lesene dipinte, in base a criteri di affinità funzionale (ad esempio, due imperatori: Costantino e Carlo Magno; due letterati: Ovidio e Varrone; ecc.); – lo spazio delle nicchie sulle tre pareti era unificato prospetticamente (quindi i personaggi illustri ed i frequentatori del loggiato “convivevano” nello stesso spazio); – le tre porte-finestre sul lato maggiore furono aperte o, più probabilmente, ampliate, molto più tardi dai Colonna, presumibilmente per dare maggior luce alle stanze retrostanti (specie le due centrali, per le quali la porta-finestra costituisce l’unica fonte di luce) ma cosi facendo furono distrutte quasi totalmente alcune figure (e le tre porte originali, giacche si può ipotizzare che i frammenti di portali ora appesi sui muri dei pianerottoli dello scalone appartenessero a questi portali). Il portale sulla parete di fondo e l’unico originale. La sua decorazione a girali di rose ricorda simili motivi nelle finestre. I Colonna fecero scalpellare sia lo stemma al centro dell’architrave, sia il motto che doveva essere inciso sul fregio. Il portale dava accesso alle stanze affrescate distrutte durante il fascismo.

Testi tratti dal libro Tagliacozzo Guida Storico-Artistica

avezzano t2

t4

Palazzo Ducale

t3

avezzano t4

t5