Origini di Paterno

A chi osservi la posizione di Paterno Vecchio, alla ricerca ínconsapevole delle « vestigia degli antichi padri », non sfuggirà la posizione del paese, adagiantesi sul declivio della collina, degradante dolcemente verso il lago.
A monte delle case, a 900 metri d’altitudine, simile ad una chioccia che cova i pigolanti pulcini, si ergeva e si erge tuttora la sommità della collina, che aveva tutti i requisiti nei tempi passati, per essere una fortezza quasi inespugnabile. L’esistenza di un tale luogo strategico favori il popolamento della terra di Paterno in epoche remote.

La famosa Alba Fucens, situata sui colli di S. Pietro, Pettorino e Albe Vecchia, dominava le terre all’intorno per un raggio di diversi chilometri. Il suo territorio, protetto a nord dai monti Velino, Cafornia e Magnola, raggiungeva i confini di Ovindoli, scendeva tra Celano e Paterno, ricongiungendosì con la sponda nord del Fucino e la percorreva fino al monte Salviano. Da qui, passando per Cappelle, raggiungeva il fiume Imele e si spingeva fino a S. Anatolia, nei cui pressi fu rinvenuta la lapide con la scritta « Albensium Fines »; di qui andava a ricongiungersi con il Velino. Nei punti strategici dei suoi confini erano stati costruiti dei fortilizi che rendevano assai arduo, per non dire impossibile, qualsiasi tentativo, da parte dei nemici, di sorprendere la città.

Abbiamo visto che ad est il confine del territorio albense coincideva con il Rio La Foce; il tratto dove si aveva maggior possibilità di controllare il passaggio tra il monte ed il lago era proprio quello, dove ora sorge l’abitato di Paterno, perché era il punto in cui la collina avanza maggiormente, degradando verso il lago. Proprio sulla sommità di detta collina, come narra il Febonio (1), a circa tremila passi da Alba, era stato costruito un fortilizio, una rocca, con lo scopo preciso di controllare con facilità sia il tratto che corre fino ai Tre Monti, sia quello in ripida discesa fin dove arrivava l’acqua del lago. La posizione, dunque, delle terre di Paterno, situate ad est dell’agro albense, in un punto strategico di notevole importanza, spinsero gli Albensi alla costruzione del fortilizio. Per un lungo periodo di tempo non abbiamo alcuna notizia che riguardi non soltanto le terre di Paterno, ma la stessa Alba Fucens. Però, a seguito di ricerche recentemente effettuate da parte di alcuni studiosi, sono stati localizzati due vici o villaggi antichi, uno in località S. Silvestro (Paterno Vecchio), l’altro in località Porciano (2).

Con molta probabilità, il vicus in località S. Silvestro, comprendente anche il fortilizio, sorse per l’abbondanza dei pascoli e per la fertilità dei terreni, ma soprattutto per una precisa esigenza militare. Generalmente, a questi villaggi facevano riscontro degli oppida, che erano cinte murarie d’altura, costruite per scopo difensivo, tra i 900 ed i 1500 metri sul mare. Grazie all’opera di studiosi preparati ed appassionati, si stanno scoprendo molti oppida sulle montagne che sorgono intorno alla piana del Fucino. Le alture che si elevano alle spalle dì Paterno conservano tracce visibili, anche da lontano, di cinte che un tempo servivano da ricovero a uomini, animali, allorché tristi avvenimenti venivano a minacciare l’esistenza stessa degli abitanti. Così un oppidum è stato localizzato sul monte Cervaro tra la Rocca di S. Felino e Colle Lanciano, a nord di Panciano; un altro sul monte Uomo, a quota 1391; un altro ancora sulla vetta localmente denominata Sinarica; un quarto sui Tre Monti a quota 1398; un quinto ai Prati d’Oro a quota 1385, al margine nord-est dello stesso crinale (3).

In base ai reperti si può far risalire la costruzione degli oppida non oltre il IV secolo a.C. Essi perderanno importanza gradualmente fino ad essere abbandonati nel corso del 1 secolo d.C.. I vici, invece, prosperarono fino al V secolo d.C., come è possibile constatare, soprattutto in base alle monete, per Porciano (4). Notizie certe di Alba e quindi del territorio paternese si hanno in occasione della seconda guerra sannitica (327 a.C.). Alleati dei Sanniti furono gli Ernici, gli Equi, i Marsi, i Peligni, i Marrucini, i Frentani; ognuno di questi popoli, a conclusione della guerra (304 a.C.), battuti da Roma, seguì il suo destino: gli Ernici furono sottomessi, i Sanniti debellati, gli Equi distrutti,i Marsi e tutti gli altri battuti e dispersi. In questa occasione Livio, riferendoci che i Romani vi dedussero una colonia di seimila uomini, ci fa sapere che Alba era degli Equi.

Nell’anno 304 a.C. Alba col suo territorio passò in potere dei Romani, dei quali restò sempre fedele alleata, tanto è vero che Annibale nella seconda guerra punica (219-201 a.C.), per ben due volte arrivò sotto le mura di Alba e tentò di impadronirsi di essa: la prima, dopo la battaglia del Trasimeno (217 a.C.), la seconda, tre anni dopo la battaglia di Canne (213 a.C.). Non essendo riuscito ad impadronirsi mai di essa, mise a ferro e fuoco tutta la contrada, perché ostile. Triste sorte dovettero sostenere i vici di Porcíano e di Paterno, essendo i primi baluardi ad est del territorio albense, da dove Annibale proveniva (5). In simili circostanze sicuramente i poveri abitanti si andavano a rifugiare negli oppída del monte Uomo, del Sinarica e dei Tre Monti e stavano lì fino a quando la bufera non fosse passata. In occasione della guerra sociale o marsa (91-88 a.C.), l’agro albense fu corso e ricorso dagli alleati, come pure in occasione della lotta tra Cesare e Pompeo il suo suolo fu calpestato dai Pompeiani prima e dai Cesariani dopo; similmente accadde nella lotta tra Antonio e Ottaviano (6).

Con il suo trionfo, quest’ultimo segnò una svolta fondamentale nella storia di Roma. Finito il periodo delle lotte civili, delle carneficine orribili, iniziò un periodo di gradita e prospera pace. L’agro albense è da annoverare fra le terre che maggiormente godettero dei benefici della pace. Una città potente e famosa, oltre che fedelissima alleata, collegata con la vicina Roma dalla comoda Tiburtina Valeria, non poteva non suscitare nell’animo degli abitanti dell’Urbe una certa attrazione i quali numerosi e volentieri visitavano la Marsica e molti incominciarono ad accarezzare l’idea di stabilirvisi. A tutto ciò si aggiunga il rigoglio e la bellezza della natura, specie delle colline che si estendono ai piedi del monte Cervaro, del monte Uomo e dei Tre Monti.
Il suolo delle terre di S. Pelino e Paterno era molto ferace e ricco di alberi da frutta; c’erano vigneti, i cui vini sono più volte menzionati da Marziale che, sebbene non li metta tra gli ottimi, tuttavia viene a dimostrarci che erano in voga. Ateneo dice che erano aspretti, ma che si confacevano allo stomaco. C’erano frutti squisiti d’ogni specie, tra i quali le pere invernali. Plinio ne lodò le noci, Simmaco i fichi o follacciani. Silio ricorda che con la frutta si soleva cambiare il grano. Nonostante l’altitudine di 700 metri, c’era tuttavia un clima mite, perché il lago Fucino, come un grande serbatoio calorifero, temperava i rigori dell’inverno e gli ardori dell’estate. A tutto ciò si aggiunga lo spettacolo maestoso e bellissimo delle cristalline acque del Fucino e la vista all’intorno della maestosa corona delle montagne verdeggianti e dei paesi, alcuni situati alle pendici dei monti, altri posti sulle sommità delle colline (7).

Una contrada così bella e attraente non poteva non attrarre i ricchi signori di Roma, che volentieri abbandonavano la vita convulsa dell’Urbe per trascorrere periodi di svago e di riposo tra la ridente e rigogliosa natura dell’agro albense, tanto più che, quando Augusto divise l’Italia in undici regioni, comprese nella quarta i Marsi, gli Albensi, i Carsolani, insieme ai Vestini, ai Peligni, ai Sabini, ai Sanniti, ai Volscí, ai Frentani (8). L’agro albense, con la Marsica tutta, fu sottoposto al prefetto o vicario di Roma. Ciò fu certamente un vantaggio, perché metteva in diretta comunicazione le nostre terre con la capitale, onde, sotto certi aspetti, veniva a partecipare della sua vita stessa (9).
Per tutti questi motivi era naturale che nella Marsica sorgessero residenze un po’ dovunque dei ricchi signori romani. Nei pressi di Alba, nel versante della collina che guarda il lago, sorsero numerose case di villeggianti che poi, man mano, si estesero verso le terre di S. Pelino e Paterno. Ormai gli Albensi erano Marsi, perché avevano compiuto quel processo di integrazione, iniziatosi dal momento in cui gli Equi erano stati del tutto distrutti da Roma.

NOTE
1. M. Febonio: « Historia Marsorum », Neapoli, 1678, 1. 111, c. V.
2. C. Letta: in « Fucino cento anni 1877-1977 », pag. 128.
3. C. Letta: op. cit., pag. 118.
4. C . Letta: op. cit., pag. 132.
S. T. Livio: op. cit., I. XXII, c. VI e I. XXVI, c. VII.
6. T. Brogi: « La Marsica », Tip. Salesiana, Roma, 1900, pag. 40.
7. T. Brogí: op. cit., pag. 59 .
8. R, Sclocchi: « Storia dei Marsi », Aquila, 1911, pag. 10 1.
9. T. Brogi: op. cit., pag. 61.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino