Nota di Colore

Molto spesso, parlando di una città o di un paese, si narrano avvenimenti storici, fatti di cronaca, si celebrano i personaggi di un certo rilievo e solo raramente si sottolinea il clima di pace o di terrore che vi regna. Ebbene, nel vortice dell’esistenza che caratterizza il nostro tempo, Paterno è un’oasi di tranquillità, per cui viverci, non fosse altro per la serenità che vi regna, in fondo, è bello e non solo per chi v’è nato. Ecco perché molti provenienti da altri centri vi si stabiliscono e non vanno più via. E non è poco per un paese, dal quale son pochi quelli che fuggono: chi è costretto per motivi di lavoro o chi crede ancora che in città si viva meglio trasmigra, ma si tratta di pochi; gli altri restano e il paese cresce. Tanto è vero che mai dalle sue origini, che pure sono antichissime, ad oggi, Paterno ha i-aggiunto l’attuale numero di abitanti.

Qui la vita ha un’altra dimensione, forse angusta, limitata, ma pur sempre una dimensione. Basta accontentarsi. Solo vivendoci, almeno per un anno, si può capire qualche cosa del fascino sottile che emanano in genere le piccole cose e la vita semplice. Il giorno di Capodanno, nelle ore antimeridiane, si incontrano pochissime persone per le strade: quelle che hanno trascorso la notte di S. Silvestro normalmente e che non hanno atteso la mezzanotte per brindare al nuovo anno. La stragrande maggioranza della popolazione dorme fino a tardi o si sveglia per l’ora della messa, perché in fondo, la religione è sentita, anche se non si è assidui frequentatori della chiesa. Durante il giorno, se per caso ti fai un giretto per il paese, sentirai un ritornello cordiale e sincero: Buon anno!

E l’anno inizia sempre bene a Paterno. Nel mese di gennaio si verifica un fenomeno tutto particolare: tu senti di tanto in tanto, nelle ore del giorno più disparate, prima un grugnito che si fa sempre più frequente e più forte fino a sfociare in uno strillo acuto che diventa pian piano soffocato: si ammazza il maiale. E’ un rito antico e crudele che si ripete ogni anno quasi in tutte le famiglie con un cerimoniale consacrato dalla tradizione. E’ un giorno di festa intimo e familiare. Quando l’acqua bollente è pronta, si va al porcile, dove l’animale, che per un anno intero è stato allevato e nutrito, aspetta docilmente. Lo si lega ad una zampa, gli si fa passare una cordicella tra i denti e poi si tira fuori dal porcile tra i grugniti risentiti e soffocati della vittima. Nelle vicinanze è pronto generalmente un ripiano sul quale la bestia viene distesa di fianco con la testa penzolante. Siamo arrivati ormai al compimento del rito: gli uomini tengono immobile la vittima che si sfoga emettendo gridi acuti e accorati, mentre il boia gli infila un acuminato e lungo coltello nella gola fino a raggiungere il cuore.

Dalla ferita aperta zampilla un fiotto di sangue fumante, mentre la vittima si dimena, accelerando inconsapevolmente l’uscita del sangue che si mescola al fango, formando una chiazza fumante rosso-viva; altre volte il sangue si raccoglie in un recipiente per farne il cosiddetto sanguinaccio. Pian piano gli uomini allentano la presa, il maiale non dà più segni di vita: è pronto per la successiva operazione. Gli si versa sopra l’acqua bollente e con coltelli ben affilati si raschia per cavare le setole. Alla fine, ben pulito, viene appeso alle zampe posteriori, gli si apre la pancia, si tirano fuori le interiora e si lascia così per due, tre giorni. Una volta che la carne si è appassita, l’animale viene diviso e si ricavano prosciutti, salami, salsicce, lardo: la dispensa si riempie e l’inverno appare meno duro con tutto quel ben di Dio.

Così, grazie al maiale, succulenti pranzetti spesso e volentieri allietano le giornate invernali dei Paternesi. Ad onor del vero, non sono poi tanto ingrati se, mentre divorano la saporita carne dell’animale, ne tessono gli elogi. D’altronde, il 17 gennaio si festeggia S. Antonio abate, oltre che nemico del demonio, protettore degli animali domestici. Superfluo aggiungere che la presenza di una cantina sociale nel paese permette che il tutto venga innaffiato da abbondanti líbagioni. Così, gli inverni passano con la carne, il vino, il pane: vino genuino, fragrante, frizzante; pane saporito, odoroso di sole, di terra, di casa. In questo modo il freddo è meno pungente, la vita è tutta raccolta in un cerchio di gente e di abitudini che la rendono più gradita, più genuina, Più preziosa.

E quando la prima neve candida, immacolata, scende a fasciare tutte le cose, velando l’aria di certe bianche indefinibili luminosità, il paese, ovattato di candore, appare nitido e pulito, come uscito dalla magica bacchetta di una fata di passaggio.

Mario Di Berardino