Narrativa d’ispirazione cristiana

In pochi altri casi, come in quello di Mario Pomilio, la lettura dei saggi critici di un romanziere riesce illuminante per la stessa comprensione della sua arte. Spesso, e vero, accade che tra le convinzioni teoriche e gli impegni pratici ci siano difficili e inesplicabili aporie; per Pomilio, invece, riesce non solo utile, ma appare addirittura indispensabile, per meglio penetrare nel suo mondo artistico e spirituale, la conoscenza del suo lavoro di critico militante. Qui pertanto non si farà cenno delle sue ottime monografie sulla personalità del Cellini (1951), sulla fortuna del Verga (1963), sulla formazione di Pirandello (1966), sul trapasso dal naturalismo al verismo (1966); e nemmeno dei suoi saggi su Erasmo, Foscolo, De Roberto, D’Annunzio, Svevo e altri di un passato più o meno remoto, sparsi in varie riviste: vasto materiale, che potrebbe domani interessarci per delineare un più completo profilo di Mario Pomilio come critico e saggista.

Per ora ci preme solo segnalare gli apporti più stimolanti da lui dati al dibattito, oggi ancora aperto, sulla narrativa e sulla cultura in genere del dopoguerra. A tale scopo, crediamo opportuno risalire innanzitutto ad un lungo articolo del ’56, dal significativo titolo Per una caratterizzazione della narrativa cristiana, in cui apparvero già precise e nette le linee della sua ” contestazione ” (cfr. Davide, n. 6, a. VI, ed. Miano). In esso infatti Pomilio (aveva appena pubblicato Il testimone) denunciava apertamente la prima esperienza neorealistica perché, in armonia con tanta parte della narrativa straniera, essa aveva prodotto un’insanabile ” scissione tra vero e reale, di cui in Italia più che altrove ” si avvertivano le conseguenze in una spaventosa aridità spirituale, che era indice di una altrettanto spaventosa povertà umana. Proprio a causa della sua ostentata negazione di ogni finalismo etico-religioso, la narrativa odierna – egli scriveva – ” ha perduto di vista il senso dell’unita fondamentale dell’uomo: in altri termini, nel rifiutare quel che di intrinseco, individuale, insostituibile c’e nella persona umana, nel disgregarne, per cosi dire, il nucleo spirituale, essa ha frantumato il personaggio e non sa più rappresentarci figure intere, uomini nella piena estensione del termine “. Riducendo la visione della vita in termini puramente fisici e sensoriali, essa finisce ” per porsi non più al centro dell’uomo, ma di fianco, non al centro della realtà, ma al limite “.

L’abbassamento dell’uomo ad ” una cosa tra le cose ” comporta la giustificazione dei suoi sentimenti unicamente ” alla luce e come risultato d’un ambiente che li condiziona e determina: quando invece la rappresentazione d’un personaggio consiste ne più ne meno che nella rappresentazione d’una coscienza in movimento e ogni personaggio senza vita, processo o esito morale e falso o inadeguato “. Pertanto il realismo contemporaneo ci fornisce dell’uomo ” un’immagine dimidiata, trita, minuta, non riferibile o proiettabile in alcun sistema di valori universali, impoverita perfino di quella parvenza di rigore scientifico e sperimentale che ebbe il realismo di altre epoche “. Da condannare e anche l’altro polo della narrativa odierna, l’autobiografismo, cioè il gusto smodato della confessione, l’assunzione del proprio ” io individuale a misura delle cose “, frutto ” d’un chiuso solipsismo “, sprovvisto d’ogni ” strumento che gli permetta di accostarsi all’uomo, e tanto meno al reale, nella loro totalità: i suoi limiti sono i limiti stessi della sua tecnica: negandosi a ogni sforzo d’obiettivazione, esso si nega a ogni contatto col reale “. Muovendosi tra gli eccessi ” documentari ” e quelli ” testimoniali “, la narrativa odierna sta addirittura rischiando ” di divenire inutile, di non trovar più una legittima giustificazione come attività spirituale, di ridursi a giuoco e intrattenimento “.

Proprio contro tali eccessi e tale rischio Pomilio proponeva, da noi, il ritorno ad una narrativa cristiana non ” sulla scorta di una professione di fede “, che potrebbe anche restare un elemento estrinseco, ma ” in quanto tecnica, gusto, procedimento letterario, senso dell’arte e delle sue vie, obbedienza, diremmo quasi, da parte dei singoli scrittori, e pur nelle loro necessarie differenze intrinseche, a una sorta di poetica comune e consapevolmente accettata nelle sue linee di fondo proprio in quanto intrinsecamente cristiana “. Per esemplificare il suo pensiero, Pomilio citava più volte Greene, Bernanos, Mauriac, ” la grande triade dei romanzieri cattolici del nostro secolo: tanto diversi tra loro, ma pur tanto simili e consentanei in quella loro accanita ricerca dell’uomo profondo “, visto nella sua contraddittoria natura di bene e di male, di tendenze peccaminose e di ansia di redenzione, e in tutto questo giudicato con una ” commozione intrisa di pietà “. A differenza di tutti gli altri, infatti, lo ” scrittore cristiano ci tocca dritti al cuore: non più in alto ne più in basso, non al cervello e neppure ai sensi: si direbbe quasi che ci punti il dito in fondo all’anima e ci costringa a ripiegarci su noi stessi. E da ciò la sua peculiare inarrivabile forza di commozione: il nichilismo disperato di Malraux ci sgomenta, l’intelligenza di Proust ci abbaglia, la spietata immobilità di Moravia ci amareggia e conturba, ma la Gertrude di Manzoni, ma la Karenina di Tolstoj, ma la Mouchette di Bernanos parlano a ciò che di più umano, cristianamente, c’e in fondo a noi: la nostra pietà “.

Contro la possibile accusa di voler avanzare, in tal modo, ” un’istanza convenzionalmente moralistica “, Pomilio si difendeva dicendo di non credere in nessun ” moralismo programmatico ” e che, comunque, la narrativa cristiana può fare affidamento ” in una impersonalità ben superiore a quella di qualsiasi poetica realistica, in una forza d’obiettivazione fantastica e di concretezza incomparabili “. E aggiungeva: il personaggio del romanzo realista e poco più che il prodotto d’una deterministica anche se agnostica impassibilità: la volontà dello scrittore e in esso sempre presente, il suo intervento scoperto e . operante […]. Mentre invece nessuno più del romanziere cristiano ha la capacita di mettersi al di fuori e diciamo pure al di sopra dei propri personaggi, di sondarli senza lasciarsene sommergere, di obiettivarli con l’atto medesimo con cui li giudica, di farceli sentire come altro da se proprio perché, oltre che il creatore, ne resta in ogni pagina anche il giudice.

Vittoriano Esposito