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Comune di Gioia Dei Marsi

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Miti e leggende direttamente collegati ad Aschi, alla sua storia e ai suoi abitanti, sono pochissimi, data la scarsa bibliografia sull’argomento e dato il fatto che le ricerche sul campo sono state, finora, orientate in tutt’altra direzione . Sa di favola, certamente, il racconto (o, meglio, la spiegazione) che ci dà il Di Pietro circa l’origine del nome, laddove parla « dell’asilo che i Marsi autonomi avevano stabilito nel loro seno per accrescere il numero della loro popolazione » (68).

Così come sanno di favola o, per lo meno, di trasfigurazione leggendaria e fantastica le interpretazioni che vengono date dell’impronta di un anello, visibile fino a pochi anni fa su una colonnina di pietra, che ancor oggi esiste in località S. Veneziano: anello che, secondo alcuni, sarebbe appartenuto alla « duchessa » (identificata erroneamente con Giovanna di Durazzo); e, secondo altri, sarebbe stato depositato su quella pietra da due giovani fidanzati (lui di Aschi, lei di Ortucchio), sorpresi dalla famosa peste del 1656 69.

Più concretamente « storica », invece, appare la rievocazione delle « sette fanciulle », che si vedrebbero ancor oggi, di notte, vagare per le campagne tra Aschi e Vico facendo udire la loro voce lamentosa durante le notti di bufera: ricordo di un episodio realmente accaduto, quando il 22 febbraio 1731 una tormenta di neve sorprese, appunto, sette giovani donne che, da Aschi, si stavano recando giù nella valle, come riferisce il Giustiniani nel suo « Dizionario » del Regno di Napoli 70.

Comunque, la storia stessa e la geografia di Aschi sono un terreno fertile per la nascita di racconti fiabeschi e letterari: la natura selvaggia, le difficoltà di vita, la durezza del clima, la forte e scontrosa temperie degli abitanti non potevano non ispirare, a poeti ed artisti, a pastori e contadini, seducenti immagini di amore e morte, di affetto e odio, di dolcezza e violenza insieme. Emblematica, a tal proposito, è la storia – narrata dal Buccella – del pastorello Battista, « figlio di un mandriano di Santa Maria », innamorato e promesso sposo di Marietta, « una pastorella giovane di Aschi che viveva con una vecchia zia alla cui custodia era rimasta affidata da quando [ … ] il padre e la madre eran morti [ … ] per un’epidemia di febbre maligna che aveva mezzo decimato il paese » 71.

Un giorno, però, giunse ad Aschi la « bella bionda creatura figlia del nuovo affittuario della montagna di Ortona ». Il suo nome era Marta. Di lei si innamorò pazzamente Battista, dimenticando il suo primo amore e la promessa di matrimonio. L’intervento di Antonio « lu maghe », che fa bere a Battista un filtro magico; la pazzia di Battista; la morte nel burrone, abbracciate insieme, di Marta e Marietta, sono tutti ingredienti che ben si adattano alla natura del territorio di Aschi e al carattere antico della sua gente.

D’altra parte, che in Aschi fenomeni di magia e superstizione, episodi di « scongiuri » e di « malocchio » fossero frequenti nei secoli trascorsi, è dimostrato da numerosi documenti d’archivio, quindi documenti non sospetti di adulterazione letteraria o fantastica. Eccone alcuni, ricavati qua e là dalla lettura di inediti fascicoli manoscritti, e che potrebbero costituire un’interessante « antologia » di « storia della magìa nera » del paese di Aschi.
Nel 1841 così testimonia Rosata de Joriis, accennando allo strano comportamento del prete Di Tommaso: « [. . .] ultimamente pochi giorni prima il passato S. Natale una sera dopo le ore ventitre ritornando a casa [ … ], intesi scagliare vari sassi ad un muro [ … ], per cui mi posi a gridare, e guardando vidi che don Domenico stava sotto il vicino supporto quasi nascondendosi, e tirò un altro sasso vedendolo io e gridando: Il prete di Tommaso tira sassi. che deve uscirne qualche demonio.

Così se ne fuggi muto verso la Chiesa [ … ] » 73. Un secolo prima, esattamente nel 1742, era accaduto un fatto più allucinante, quasi macabro. Protagonista ne era stata una certa Cecilia di Pietro, così come risulta dalla testimonianza di una sua compaesana, Caterina Simonetta: « Io ritrovandomi vicino a casa, perché è contigua alla chiesa, intesi dentro di essa un certo tumulto, ed ivi giunta, erano Maria Maddalena moglie di Benedetto Gentile, Francesco Antonío de joriis sagristano, e Cecilía di Pietro di Mutio, quale fa l’officio di seppellire li morti, e viddí con proprj occhi aperto il sepolcro sotto la cappella di S. Giovanni, e seppellita la quondam Francesca di Pasquale di Tommaso; uscito poi il sudetto Sagrístano, la prenomata Cecilia pigliò per un braccio il cadavere della defonta, e tirandolo fuore con dire: Francesca di Scale viene con me, abbracciatala nel mezzo la portò al sepolcro ultimo vicino la cappella di S. Antonio Abate, e rícoperse la sepoltura [ . ] » 74.

E, secondo altri testimoni presenti al fatto, la sunnominata Cecilia avrebbe esclamato anche le seguenti frasi: « L’anima mia non sia di Dio, che mo’ la vado a ricacciare … I. Non voglio che si accosti alle mura di casa quest’anima dannata » 75. L’anno successivo, il sabato 18 maggio 1743, mentre si stava officiando nella cappella della Madonna delle Grazie, all’interno della chiesa si intese « Caterina figlia di Marc’Antonio Macera parlare, e dire diverse cose e ripeter voccolare d’Inferno ». Denunciata all’autorità ecclesiastica e condotta davanti al Tribunale di Pescina, Caterina Macera venne tuttavia assolta con la seguente motivazione: « [ … ] qualunque atto irriverente e scandaloso avesse mai in detta Chiesa commesso, non deve attribuirsi a di lei malizia e determinata volontà, come quella che, essendo da demoni tormentata, non è di se stessa padrona » 76.

Accuse di magia e superstizione lanciate nel 1728 contro una tale Giacom’Antonia di Baldo Ianni, una donna che esercitava ufficialmente la professione di « strega » nel paese di Aschi. Secondo la deposizione di Elisabetta di Martino Albanese, di anni 25, la detta « Giacom’Antonia di Baldo Ianni buttò da una fenestrella vicino al tetto della sua casa un poco di cenere, et altra sporchitia con la scopa, e la buttò vicino dove teneva stesi ad asciugare li panni Dusolina di Pericone Albanese, dove doveva passare la medesima Dusolína; dice di più, che le sudette stavano innemicate, e che la detta Dussolina a vista della detta Giacoma ebbe timore interno, et esterno, e disse alla detta che aveva timore che non l’affatturasse; e che poi il Sabato si scoprisse spiritata la detta Dusolina, e da tutti pubblicamente si dice sia stata la medesima Giacoma (che) l’abbía affascinata et affatturata per ordine di Lonardo di Pietro per che non pigliasse per marito Venantío suo figlio ».
Un’altra testimone, la « fornara » Cecilia di Giacomantonio dichiara, anzi, « che la fattura a Dusolina fu fatta in notte di Natale in casa di Bernardino d’Angelo d’Ercole »; e che la « magara » si era fatta ricompensare « con due salme di cascio…, aglio, cipolla e fichi ».

Potrei continuare, per lungo spazio ancora, con episodi simili; ma preferisco concludere con un ultimo documento, che ci riporta a quel mondo di pastori aschietani su cui prima ci eravamo abbondantemente soffermati:
« Benedetto di Bartolomeo Gentile di anni 20 incirca depone che in questa caduta estate [siamo sempre nel 1728, N.d.A.] li morivano le sue pecore, ed incontratosi con un Pecorale di Villa Laco garzone di Onofrio di Marco Antonio di nome Nuntio le lo disse, e quello disse: Ci tengo un breve per guarirle dal male di melza, et appicciata una candela, fece passare sopra detta candela tutte le pecore ad una ad una ».

Non c’è noto, purtroppo, se le pecore fossero guarite da quel pericoloso « male di melza ». Sappiamo, però, che gli ultimi ricordi di manifestazioni magiche o superstiziose risalgono ormai, per Aschi, a molti decenni fa, quando operava « zì Vincenze » (alias « de Fiore »), esperto nel combattere i vermi e, forse, anche nello scacciare il malocchio; e quando, secondo una testimonianza del 1940, si raccontava che gli uomini di Aschi, quando dovevano « dare il giuramento davanti ai giudici », alzassero il piede destro, convinti « che alzando il piede e giurando il falso, come spesso fanno, il giuramento non attacca e quindi non peccano »

NOTE PAGINA

68 A, Di PIETRO, op.cit., p. 70.
69 Informatori: Giuseppe Grossi e Salvatore Di Salvatore (21 maggio 1983).
70 L. GiuSTINIANi, Dizionario geografico-ragionato del Regno di N’apoli, Napoli 1797-1805, tom. IV, p. 89. (Cfr. anche, in questo stesso volume: L. PALOZZi, Aspetti feudali e fonti demografiche di Aschi nel periodo medioevale e moderno, nota 8).
71 G. BucCELLA, Leggende marsicane, Casalbordino, tip. De Arcangelis, 1935, cap. « Il vallone dell’amore e della morte », pp. 25-32. ‘2 Ibidem. 73 Archivio Diocesano dei Marsi, fondo C/ASCHI, 1841.
74 Ivi, fondo C/AscHi, 1742.
75 Ibidem.
76 Iví, fondo C/AscHi, 1743.
Ivi, fondo C/ASCHI, 1728. Ibidem.
Ibidem. Ivi, fondo C/AsCHI, 1940.

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Miti e leggende

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