Mazzarino si allontana di nuovo

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
La situazione dei frondisti andava peggiorando giorno per giorno. Il re ai primi di agosto decise di dare un nuovo colpo politico ai ribelli. Spostò la corte a Pontoise e vi convocò i membri del parlamento che erano riusciti a fuggire dalla città e a riunirsi al sovrano. Il 7 agosto 1652 fu insediato il parlamento, presieduto da Molé; esso fu anche riconosciuto dalle altre corti di Francia, consolidando così la qualifica di rinnegati ai prìncipi asserragliati nella capitale. Il parlamento di Pontoise restò in carica fino al 20 ottobre.

A Parigi i capi frondisti cercarono di giustificare legalmente la loro ribellione, sostenendo che essi non facevano guerra al re, ma solo a Mazzarino, e che avrebbero deposto le armi, appena il cardinale se ne fosse andato.
Mazzarino, a questa uscita dei rivoltosi, prese, ancora una volta, una decisione da protagonista sicuro di sé e padrone della situazione. Per favorire un accordo fra le parti, egli decise di allontanarsi dalla corte, ma volle dal parlamento di Pontoise una dichiarazione che il suo allontanamento era riconosciuto come volontario. Il parlamento accolse la richiesta il 5 settembre. Il re la ratificò, riconoscendo « il disinteresse del suo ministro, lo zelo, l’abilità e che era stato vittima di una persecuzione che non l’aveva risparmiato nei suoi beni, nella vita, nella reputazione »; il sovrano acconsentiva a separarsi temporaneamente « da un ministro che l’aveva sempre servito con tanta passione e fedeltà ».

Mazzarino, tuttavia, restò nel territorio francese e continuò segretamente a consigliare la corte sul da farsi, mentre personalmente si recava dove riteneva più urgente la sua presenza. Sarà superfluo rimarcare ancora una volta che la Francia era prostrata a causa della guerra civile. La situazione diveniva sempre più disperata. L’esercito regio era ridotto a ottomila uomini.
La Spagna approfittò della debolezza interna francese per prendersi delle rivincite sulla rivale. Il porto di Dunkerque, importante posizione strategica, fu occupato dagli spagnoli, ai quali diede man forte la flotta inglese che, con un attacco a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, distrusse i pochi navigli francesi il 14 settembre 1952. Mazzarino scrisse, commentando la sconfitta: « Credo impossibile arrestare il seguito delle nostre sciagure se i francesi, come gli spagnoli, continuano ad essere contro la Francia ».

Un’altra minaccia veniva rinnovata da Carlo iv di Lorena, che con 25.000 uomini armati era rientrato in suolo francese e progettava di raggiungere Parigi per soccorrere i prìncipi frondisti. Mazzarino si rese conto della pericolosità della manovra e decise di intervenire con energia contro il Lorenese. Mandò a Servien e a Le Tellier, due membri fra i più influenti del Consiglio del re e fedeli amici del cardinale, l’ordine perentorio di combattere contro il duca di Lorena, prima che egli potesse riunirsi agli altri. Lo stesso cardinale entrò in contatto con Carlo iv per convincerlo a spostarsi subito verso Parigi, mentre egli preparava un’imboscata, sostenendo che la presenza del duca avrebbe potuto affrettare la pacíficazione. Carlo iv abboccò e fu bloccato dalla cavalleria del Turenne sulle colline di Villeneuve-Saint-Georges.

A Parigi nel frattempo il cardinale di Retz, che già abbiamo avuto occasione di incontrare altre volte, era stato fino ad alcuni mesi prima uno dei più accesi e dichiarati antimazzarinisti. Era ancora piuttosto giovane, non ancora trentenne, ma dalla descrizione che i cronisti ne fanno non doveva presentare un aspetto gradevole, pur essendo un donnaiolo. Egli stesso ci fa sapere che era stato fatto prete contro la sua volontà e di ciò si lamentava sempre.
Mazzarino lo temeva, perché era abilissimo negli intrighi, e aveva in lui uno scaltro rivale per il posto di primo ministro. Il Retz era stato nominato cardinale nel febbraio del 1652 e il 13 settembre si recò presso la corte a Compiègne per ricevere il « berretto » cardinalizio dalle mani del re, in verità per intrigare e rientrare in grazia presso il sovrano. Ma fu accolto con molta freddezza.

Sempre a Parigi, come nel resto della Francia, si stavano intanto ripetendo, aggravate, le miserevoli condizioni dell’anno precedente. La capitale non riceveva più rifornimenti, la campagna circostante era stata completamente devastata dal passaggio degli eserciti, il popolo era arrivato agli estremi. San Vincenzo De’ Paoli correva di qua e di là per organizzare soccorsi e salvare dalla disperazione la gente; ma poco si poteva contro uno stato di cose che tutti gli altri continuavano a peggiorare. I parigini cominciarono a convincersi che solo il ritorno del re avrebbe riportato la calma e la normalità. Già Mazzarino in una lettera del 19 settembre a Le Tellier diceva che « un accomodamento con i principi è preferibile a qualsiasi altra cosa, perché ottenuto questo cesseranno i torbidi nel regno ».

Il 24 settembre più di duemila borghesi si riunirono nel palazzo reale, si armarono ed ottennero da Monsignore, il duca d’Orléans, il lasciapassare per una commissione che doveva recarsi a trattare col re. Qualche giorno dopo una deputazione delle sei corporazioni di Parigi si recò a Nantes, dove si trovava allora il re, per pregarlo di rientrare nella capitale. Luigi XIV accettò l’invito, ma disse di voler prima sentire il parere di Mazzarino. Inoltre, egli pose altre condizioni: lo sgombero immediato delle truppe del Condé e di Carlo IV di Lorena, e che fossero reintegrate nell’incarico le persone nominate dal re. Quando ebbe ottenuto quello che desiderava, il Sovrano fissò la data del suo ingresso a Parigi per il 21 ottobre.

Dal canto suo Mazzarino scriveva a Fouquet, sempre in formatore fedele e assiduo del cardinale, che egli non si poneva tanto il problema di rientrare a Parigi con il re, quanto di « servire il re e assicurare la tranquillità del regno con ogni mezzo, anche se dovessi sacrificarmi interamente ». Era il suo trionfo.