Mazzarino a Pescina

Discorso pronunciato da Mme Madeleine Laurain-Portemer il 29 giugno 1972 a Pescina (L’Aquila), all’inaugurazione della « Casa-Museo Giulio Mazzarino ». Madeleine Laurain-Portemer, profonda conoscitrice della vita e dell’opera di Mazzarino sul quale ha condotto minuziose ricerche storiche, è stata la principale organizzatrice del Museo dedicato al grande Statista.
La nascita di Mazzarino a Pescina è dovuta a molte e remote cause, perché a priori nulla, proprio nulla, chiamava i Mazzarini qui. I Mazzarini, come si sa, erano oriundi di Sicilia, e di li – leggenda o verità che sarebbe fin troppo bella – sarebbero stati scacciati durante i Vespri Siciliani perché troppo compromessi col partito francese Ma, probabilmente, il fascino del paese natìo era in loro rimasto potente, poiché tre secoli dopo, un loro discendente, Geronímo, dopo aver guerreggiato in Lombardia nelle file dell’esercito imperiale, lasciò la regione di Genova dove si era sistemata la sua famiglia, e andò a stabilirsi a Palermo.

Vi prese moglie, ed ebbe numerosissimi figli: si pensi che dal primogenito al più piccino correvano trentadue anni di differenza. Quel primogenito, il primo Giulio Mazzarino diventato celebre, entrò dai Gesuiti e fu rinomato predicatore. Dotato d’una spiccata personalità, è noto soprattutto per essersi opposto a San Carlo Borromeo al quale, dal pulpito, a Milano stessa, non risparmiò acerbi attacchi. Quando un suo giovane fratello, Pietro, ancora minorenne, rimase orfano di padre e madre, Giulío ne prese cura, lo condusse a Roma dove gli fece proseguire gli studi, prima al Collegio Romano, e poi alla Sapienza. E, finalmente, gli diede in moglie un’orfanella di nome Ortenzia, « bella, pia e buona », nipote d’un suo amico, l’abate Giulio Buffalini.

Questi Buffalíni, venuti da Città di Castello a Roma nel Quattrocento, erano di antica nobiltà e assai bene imparentati ma sprovvisti di beni, perché anch’essi avevano avuto una discendenza numerosa. Così venne conclusa l’unione fra quel giovane ventiquattrenne, appartenente a quella borghesia media, laboriosa, attiva, competente, in piena ascesa sociale, e una giovane di venticinque anni, di buona schiatta e perfettamente educata, ma povera. Le nozze furono celebrate a Roma, il 12 marzo 1600, nella parrocchia di Santa Maria in via Lata.

Dieci mesi dopo, l’11 gennaio 1601, nasceva la prima figlia, chiamata Geronima, in ricordo del nonno paterno. Il battesimo, che avvenne sei giorni dopo nella chiesa di San Marcello, fu particolarmente brillante. Padrino della neonata fu un cardinale (il cardinale d’Este), e madrina un’ambasciatrice di rango elevato (il nome non è conosciuto). Abile, Ortenzia sapeva, come si vede, procacciarsi relazioni altolocate. Ahimé! Alla gioia seguirono tosto le lacrime. La bambina morì durante il primo anno di vita. Bisognava affrontare la disgrazia. Pietro, uomo dal cervello saldo (che non turbò nemmeno la gloria immensa raggiunta più tardi dal figlio), era provvisto di ottime qualità: coscienzioso, esperto, indubbiamente autoritario, talvolta collerico, era destinato, per via degli studi giuridici compiuti in gioventù, alla carriera amministrativa che, allora, prometteva un brillante avvenire. Nelle funzioni che gli furono assegnate e la cosa è notevole per un’epoca in cui la concussione dilagava corrodendo tutto – egli seppe soddisfare tanto i suoi superiori quanto i suoi amministrati Presentato dagli zii della moglie, i Buffalini, che erano al servizio dei Colonna, venne assunto dal connestabile Filippo, desideroso di riassestare una casa alla quale la gloria di Lepanto era costata parecchio. Il connestabíle gli diede l’incarico di riprendere in mano il governo di alcune sue terre. E così, i coniugi Mazzarini, mandati negli Abruzzi, si stabilirono nell’autunno 1601 ad Avezzano.

Proprio lì, secondo quanto ci rivelano, indiscretamente, certi documenti, fu concepito il secondogenito Mazzarini, che venne alla luce nell’estate del 1602.
P, certo che nella primavera i Mazzarini erano di nuovo a Roma; ma si sa che la futura madre, per non subire l’afa della città durante l’estate, ritornò negli Abruzzi per il parto. Perché fu scelta Pescina invece di Avezzano? Non si può dire con esattezza. Pescína non apparteneva ai Colonna, come Avezzano e tante altre terre della regione. Era un feudo dei Peretti (la famiglia di Sisto V), e lì i Mazzarini si sarebbero dovuti sentire meno a casa propria. Ma l’abate Niccolò Buffalini, fratello di Ortenzia, godeva a Pescina d’un ricco beneficio, poiché era priore dell’Ospizio dei Trovatelli detto di San Nicola di Ferrato, dipendente dall’Ordine di Santo Spirito in Sassia.

L’esperto Pietro aiutava il cognato nella gestione dell’orfanotrofio, e aveva addirittura una procura per sostituirlo in caso d’assenza. Certo, furono ragioni pratiche a dettare la scelta d’un luogo diventato poi celebre nella storia.
In quei tempi Pescina era una piccola città in piena espansione; il numero degli abitanti cresceva di continuo. Posta su un’altura, dietro il lago Fucino, al riparo dai vapori malsani, Pescina sorgeva, graziosa cittadina, in mezzo agli oliveti, e viveva di agricoltura e di pesca. Dal palazzo rinascimentale, fiancheggiato da una torre quadrata – vestigia d’una costruzione più antica dei tempi del Piccolomini, che già dominava la città – si godeva una vista magnifica e un’aria più fresca. Proprio lì, secondo la tradizione, nacque il futuro primo ministro, nel 1602, e precisamente il 14 luglio (data facile da tenere a mente per una memoria francese).

Il neonato fu battezzato nella chiesa di Pescina da Don Pasquale Pippo. I genitori gli diedero due nomi: Giulio, per riconoscenza verso lo zio gesuita che aveva tanto aiutato Pietro, e Raimondo, per ricordo d’un prode soldato della famiglia, sul quale non si hanno informazioni. Non si può fare a meno di notare la semplicità quasi dimessa della cerimonia rispetto all’eleganza del battesimo della sorella. Cosa strana: l’atto non indica la presenza d’un padrino, ma segnala soltanto una certa Cristina, cioè la buona levatrice che prestò assistenza alla madre.

Non vi furono, dunque, intorno alla culla, i grandi; ma quanti doni benedetti furono largiti al neonato! Da certi segni, si poteva intuire un destino eccezionale. Si diceva che fosse nato col cappello e con due denti, « fatti singolari che segnano sempre qualcosa di straordinario ». Fu notato anche che il 14 luglio coincideva con la celebrazione di San Bonaventura. Ma venne trascurato il fatto che il battesimo si era svolto sotto gli auspid della Madonna delle Grazie. Però una cattiva stella, o – per dirla come nelle fiabe una fata maligna lasciata in disparte, dovette far ostacolo ad influssi così benefici, fissando l’esistenza di Mazzarino sotto il simbolo della complicazione, per cui nulla doveva essere semplice nella vita sua. Mazzarino conobbe, sì, una gloria quale di rado una creatura umana può raggiungere; ma la ottenne in seguito a una fatica accanita, per via di un coraggio che mai fu smentito e d’una forza d’animo straordinaria.

Per certi esseri eccezionali – come pensava il generale de Gaulle – gli avvenimenti non sono mai eccessivi. Comunque, la complicazione e l’ambiguità hanno segnato la vita di Mazzarino: dandogli gusti da gran signore, mentre era di famiglia bisognosa, e protettori devotissimi alla Spagna, mentre il suo destino sarà in Francia; costringendolo a diventar ecclesiastico, mentre gli piaceva tanto la società laica; e aggiungerò, per esser totalmente verace, facendolo nascere a Pescina! Per ironia della sorte, infatti, la sua terra natìa stava in un angolo dei possessi spagnoli, di modo che, secondo le idee del suo tempo, si poteva benissimo vedere in lui un suddito degli Asburgo regnanti a Madrid. La sua devota fedeltà alla Francia poteva passare allora non solo per una diserzione ma quasi per un tradimento.

Questo spiega dunque – horresco referens! – perché Mazzarino non abbia mai rivelato il luogo della sua nascita. Nei documenti romani, quelli della Curia o altri, a qualsiasi momento della sua vita, Mazzarino si fa presentare come « romanus ». Eppure, se – come dice il nostro Alfred de Vigny – « l’on est du. pays où l’on a été bercé » (si è del paese in cui si è stati cullati), ebbene, Mazzarino è veramente di Pescina. Non solo è nato qui; ma qui ha trascorso la prima infanzia. Può darsi che fosse, allora, un esserino delicato; a meno che i genitori, dopo la morte della primogenita, temessero una nuova disgrazia. Il fatto sta che lo lasciarono a balia a Pescina. Qui, nel cuore degli Abruzzi, .sotto il sole delle vostre montagne, sotto lo sguardo dei vostri avi, s’iniziò alla vita.

Quali i ricordi impressi nella sua memoria? Tornò egli, di quando in quando, nella città natia, per riprendervi nuove forze? Nessuno lo sa. Pure, i rapporti fra Pescina e i Mazzarini furono duraturi. Pietro si era acquistato una grande autorità nella regione, poiché fu, dalle popolazioni, eletto alla carica di uditore generale di Celano. Poi, passato dal servizio dei Colonna a quello della Chiesa, andò governatore in varie cittadine degli Stati Pontifici. Occupato da tali cariche, non poteva più tornare con la famiglia, liberamente come prima, negli Abruzzi. Mantenne, però, relazioni continue con Pescina e le città circostanti. Per merito dei vostri storici che hanno studiato i documenti prima che andassero distrutti nel 1915, conosciamo infatti il testo di alcune lettere scritte da Pietro al capitolo dei Marsi o di Pescina.

Due di queste lettere contengono allusioni al futuro ministro. L’una, del 1630, promette al capitolo dei Marsi i servigi di Metro nonché quelli del figlio Giulio; nell’altra, del 30 dicembre 1641, il padre ringrazia i canonici di Pescina per l’ ” affettuosissima lettera » mandatagli per il cardinalato del figliuolo. Pescína non dimentica il figlio suoi E ora, ecco, al di là dei secoli, nuovi legami a unire Mazzarino e Pescina, Pescina e la Francia. Pescina, come la feníce che rinasce dalle sue ceneri, Pescina, vittima degli elementi, sta rimettendo su, coraggiosamente, le sue ultime rovine. Ecco che, per un miracolo – uno di quei miracoli tipicamente italiani – sta sorgendo una nuova « Casa Mazzarino », dallo stile semplice e nobile, vero tempio dell’amicizia e dello spirito. Iniziativa, questa, che Mazzarino avrebbe quanto mai approvata.

Infatti, come sapete, nonostante il peso degli affari, Mazzarino è stato, in Francia, il primo creatore d’una biblioteca pubblica, la dispersione della quale, sotto la Fronda, l’ha fatto gemere dal dolore. Negli ultimi giorni della sua vita, già vinto e abbattuto dal male che lo rodeva, ha fondato un collegio per l’educazione dei giovani oriundi delle quattro province, delle quattro nazioni che egli aveva aggiunte alla Francia. Dunque nulla può corrispondere alle sue più care preoccupazioni, nulla meglio dell’Istituzione che viene inaugurata oggi.

La gratitudine che noi francesi dobbiamo esprimere ai promotori di questa opera straordinariamente riuscita è immensa. E l’incitamento ad aver fiducia nell’avvenire, sulle orme di Mazzarino, è, per noi, una magnifica lezione.
E ora, rievocando qui, sulla sua terra natìa, colui che doveva interporsi fra due eserciti pronti all’eccidio, colui che doveva diventare padrino del Re Sole, render salda la grandezza della Francia, pacificare e rimodellare l’Europa, come non vien fatto di pensare al bambino di Pescina, felice di vivere, e che, racchiudendo in sé il mistero dell’ignoto, se ne va, spensierato, verso quel suo destino prodigioso?