Comune di Oricola

Con il 1721, viene ad apparire, negli atti dell’universitá di Oricola, la nobile famiglia Mariani, originaria da Mariano da Sarno, uno dei prodi della disfida di Barletta. Ebbe in più epoche guerrieri e fu insignita del cavalierato di S. Gennaro, che veniva ereditato dai primogeniti nella linea maggiorasca.

Per la illustrazione di questo casato basterebbe rammentare il nome sacro di Livio, nato in Oricola, il 24 febbraio 1793, dalla contessa Della Tosa, di Marano Equo, con cospicue proprietà in ben diciotto paesi dello Stato pontificio e dal valoroso generale Mariano. Questi, duce di prodi corregionali, nel 6 maggio 1799, per difendere le patrie libertà, dopo lunghi e ripetuti combattimenti, sostenuti meravigliosamente, contro eserciti francesi del celebre Championnet, nella contrada Miole di questo territorio, cadde da eroe con le armi in pugno, nella giovane età di anni quarantacinque.

Livio Mariani sposò, nel 1812, Vincenza Contestabile, appartenente a illustre famiglia di Subiaco, dalla quale ebbe quattro figli: Giannicola, che per l’amministrazione dei beni materni, si trasferì a Marano Equo; Mariano, che gli premori nel 1849; Adelaide, coniugala al mio avo paterno Achille Laurenti e Artemisia, maritata al nobile Teodosio De Vecchi, anche di Oricola. Nei moti politici del 1821, Livio Mariani, rifugiatosi per tempo in Marano Equo, riuscí a sfuggire la persecuzione della Polizia borbonica: ne fu domandata l’estradizione al Governo pontificio, non potuta ottenere per l’amichevole interessamento del cardinale Consdivi, che lo proteggeva.

Risiedendo colà ebbe la cittadinanza onoraria di Subiaco e scrisse parecchie opere pregevoli, tra le quali: La Storia di Subiaco e sua Abbazia; La continuazione della Storia d’Italia del Botta; Le vicende politiche del 1848-49 e L’Italia Possibile pubblicata dal suo amico intimo generale Morandi, capo della gendarmeria ellenica. Nel 1830 fu arrestato, unicamente a suo fratello Prospero, perchè accusato di nascondere in casa i prevenuti politici Tugoni (sic!) e Montanari, il quale ultimo fu poi uno dei martiri di Belfiore, giustiziato in quella fortezza, il 3 maggio 1853. Per due anni durò la prigionia dei fratelli Mariani, nel Castel S. Angelo in Roma.

Il giornale quotidiano di Aquila La bandiera il 1° aprile 1893, riportava per esteso una lettera di Livio Mariani, diretta alla figlia Adelaide, che io letteralmente trascrivo, con il piccolo preambolo del giornale stesso Glorie abbruzzesi. Livio Mariani, nato ad Oricola, fu tra coloro che si resero benemeriti della Patria. Nelle sue vene scorreva il sangue di Mariano da Sarno, uno dei valorosi, che a Barletta, nel 1503, tenne altro il nome d’Italia.
Nobile patrizio aquilano, fu deputato, Prefetto di Polizia di Roma, Ministro delle Finanze, Membro del governo provvisorio della Repubblica Romana, Presidente della Giunta di Stato, Triunviro, Preside di Roma e Comarca. Morì nel 1856 (sic!) in Atene, dopo sette anni di esilio. Siamo lieti di pubblicare una sua lettera diretta alla figlia Adelaide, nella quale scolpisce sè stesso e narra i principali fatti della sua vita con la più grande semplicità e chiarezza. Noi crediamo questa lettera di grande importanza anche dal punto di vista della storia contemporanea del nostro risorgimento.

La lettera che pubblichiamo fu sempre gelosamente custodita dalla signora Adelaide Mariani in Laurenti, che due mesi orsono (1893) cessava di vivere in Oricola:
Atene lì 21 settembre 1849
Carissima figlia,
Nel passar che feci avanti il golfo di Napoli, vi scrissi una lettera: non ricordo se la diressi a voi o a vostro suocero, pregai un Napolitano, che era a bordo del vapore inglese lo Scalandro, perchè l’avesse impostata per Aquila ed Oricola. Non so se l’avete ricevuta, per mancanza di tratto di amicizia del Napolitano, o per fatto di quelli esseri iniqui, di cui il mondo è ripieno, e si divertono contro tutti i diritti delle genti, dell’umanità e del cristianesimo di leggere e di togliere dalla posta le lettere, che sono affidate alla fede pubblica. Sul dubbio ripeto la presente per farvi sapere il mio buono stato di salute, sebbene non sia senz’apprensione del cholera. Esso fa strage in Trieste (giustissima ira di Dio su quell’infame Città cagione primaria delle sventure della infelice Venezia); e ieri l’altro un vapore austriaco era affetto di cholera, ed avendo due marinai infetti, il governo greco lo mandò a fare la quarantena nell’isola di Temos, isola disabitata, ma che vi è un’antico abbandonato posto.

Questi oppressori d’Italia, dopo avervi portato il cholera, procurano di portarlo anche in Grecia. Iddio sia quello che provveda contro il male che fanno da per tutto gli inimici dei nostro paese, gli austriaci.
Mi pare di avervi scritto che qui in Atene sono stati accolti benissimo tutti gli emigranti italiani. Anche il governo si presta a quel che può in soccorso degli emigrati poveri. Questo popolo greco a fronte di quattro secoli di turca oppressione, ha conservato la sua autonomia, la sua lingua, la sua religione; e non ha mai dimenticato il suo amore e le sue simpatie con l’Italia; esso è un popolo esclusivo: vede di mal occhio ogni straniero e ne eccettua il solo italiano.

Ecco un popolo piuttosto virtuoso, eccessivamente sobrio, e per conseguenza capace di libertá: vi basti sapere, che non vi è greco, che beva più di un bicchiere di vino: io non ho veduto niun ubbriaco in due mesi che sono qui.
Il Governo è dolce, buono e libero. Il re e ottimo esso fa godere ai Greci tutte le possibili libertà; la Carta Costituzionale è realmente, e veracemente mantenuta dal Re. Esso è amato, e rispettato dal popolo, perché non gli fa alcun male: il suo governo non s’interessa delle cose particolari; esce a cavallo accompagnato da un scudiero, ed un servo, senza niuna guardia, e onoranze; viene nella domenica a sentire la musica unitamente al popolo. Un re amato non ha bisogno nè di sgherri, né di baionette.

In quanto alla religione, essa è la greca separata dalla cattolica. Molte chiese sono in Atene: esse non possedono beni, i preti non possedono benefici. E questo è quello, che mantiene la religione nella sua purezza. Essa è rimasta semplicissima. Non hanno che vespri nella Vigilia, e Messa la Festa. Tolte le feste, le Chiese, sono sempre chiuse. Nelle chiese vi sono tre piatti, uno per i Sacerdoti, uno per i poveri, e uno per la manutenzione della chiesa e vedo molta oblazione dei greci appunto perchè non sono infastiditi. Vi sono monasteri, ma pochi: essi posseggono beni, ma i monaci lavorano la terra.
Ogni chiesa non può avere più di tre preti. Questi sono ammogliati: vi é qualche prete senza moglie, ma chi non ha moglie, non può essere confessore. I Preti non s’impicciano delle cose mondane: essi non hanno voto neppure nelle elezioni dei Deputati alla camera; sono estremamente buoni perchè son padri di famiglia.

Vi sono anche monache che pur posseggono: non hanno clausura, ma non vi è esempio di mancanza di onestà. La maggior distanza dalla nostra credenza cattolica è per il Purgatorio, tutte le altre sarebbero forse conciliaboli. Essi credono che desso sia un botteghino dei preti cattolici: pregano però per i morti. Vi è una chiesa Russo-greca, ove ho sentita bella musica vocale, è lo stesso rito dei greci, ma le cerimonie sono in lingua russa. Vi è una chiesa protestante inglese, ove ho veduta molta devozione, che mi fece molto sorpresa.

Vi è una chiesa cattolica, retta da un Prete pessima persona e da un Sottocurato piuttosto buono. Ho veduta essa chiesa frequentata da poche donne Maltesi e da pochissimi uomini: posso dirvi a nostra confusione, che i Greci Cattolici, è la peggiore gente che vi sia tanto nei costumi, che nei contratti; e per vergogna del Cattolicismo si vede il Console Pontificio (che dal Console austriaco di Pattasso si è detto esser stato in galera a Costantinopoli) vivere in scandaloso concubinaggio con la propria sorella.
Almeno è fama pubblica: io non lo conosco né di nome, nè di vista.
Io qui vivo ritiratissimo: non frequento niun luogo pubblico, né privato. Ho solamente fatto visita al Professor Kaftauzopuli, ai letterati Domnando e Levitis e ai famosi ex Ministri Maurocordato e Mataxas. Ho conosciuto il figlio di Tauromichali, ma evvi il solo saluto.

Non tratto neppur alcun italiano, tanto amo di vivere a me stesso, studiando, passeggiando ed annoiandomi. E cosi, mia cara figlia, eccomi in Grecia per imperiose forze delle circostanze. Io me ne viveva privato e tranquillo, e questi sono stati i frutti per avermi scelto deputato. Io vi faccio un riassunto della vita mia pubblica, per conoscere come mi sono trovato nelle terribili congiunture. Al cader del primo Ministero Mamiani, si disse che io ero stato designato Ministro di Polizia. E’ nel segreto della Corte Romana, come nascesse, e come svanisse questa idea.

Venuto al Ministero il Rossi, io fui chiamato sulla fine di ottobre per essere Prefetto di Polizia di Roma. Fu questo il motivo, che partii frettolosamente senza rivedervi. Fui in Roma: non potei convenire col Rossi in alcuni principi, e così l’idea del Rossi svani. Avvenne la rivoluzione del 15 novembre: ricorderete che fui uno dei Deputati eletti dalla Camera per presentare le petizioni al Papa, ricorderete che io fui trascinato per la corvatta dal popolo per essere ricondotto innanzi al Papa la seconda volta. Dopo qualche mese il Governo provvisorio mi elesse a Prefetto di Polizia di Roma, a quell’istesso posto che mi aveva designato il Rossi. Avvenuta la rnodificazione ministeriale, io nel 21 dicembre fui chiamato al Ministero delle Finanze. Fui svegliato a mezzanotte, e condotto al Quirinale. Chiesi al Governo due giorni a pensare: mi fu conceduto mezzo giorno: girai per tutti gli amici e uomini di tutte le opinioni: di 17 che ne interpellai tutti uomini di scienza e di prudenza, tranne uno tutti mi consigliarono di accettare.

Accettai e così mi trovai ad essere uno dei membri del governo provvisorio.
Contemporaneamente al Ministero delle Finanze fui Presidente della Giunta di Stato, e lasciai al mondo civile l’esempio di come si fa l’inquisitore di Stato cristiano, filosofo e umanitario. Si adunò la Costituente: tutti noi del governo provvisorio eravamo contrari alla Repubblica: l’idea più adeguata era di seguitare nel Governo Provvisorio per non complicare la diplomazia; il voto presso che universale era per la Repubblica: a noi non conveniva difendere il proseguimento del provvisorio governo, perché pareva che noi amassimo la conservazione e continuazione del potere: fu d’uopo rassegnarsi alla Repubblica.

Ma col nuovo Governo io fui alle prese, benchè nella seconda sessione noi sei -cioè io, Mazzarelli, Armellini, Galeotti, Sterbini, fummo dichiarati benemeriti della patria; e fu perchè un partito di speculatori, che a mio pubblico dire nell’Assemblea, volevano fondare la Repubblica dei Mercanti e dare corso forzoso ai biglietti della Banca Romana: io gridai contro questa legge che passò a una grande maggioranza, e siccome aveva dichiarato che mi dimetteva se passava la legge, io doveva essere di parola. Mi dimisi, e il governo della Repubblica per tenermi gratitudine mi nominò Preside di Roma e Comarca e seguitai ad esser membro del Consiglio di Finanza. Io non andai più alla Costituente: vi tornai nel momento del pericolo, gridai sempre contro i tristi, che si erano introdotti nella Repubblica: ne fui sempre il persecutore ed il cacciatore dagli impieghi, tanto in Finanza che in guerra.

Cosa dissi nell’Assemblea, tanto per la costituzione, che per la Religione lo han detto i fogli pubblici delle Sessioni. Peggiorate le condizioni dei tempi e rinunciato il Triunvirato, veduta dall’Assemblea la probità con cui aveva esercitati gli impieghi, verificatesi le mie predizioni in finanza e in politica, la necessità di un uomo forte per cacciar dagli impieghi molti tristi, che avevano ingannato la bontà del Mazzini, fui eletto a Triunviro della Repubblica.
Io non voleva accettare: l’Assemblea non voleva, neppure farmi parlare; pregata mi ascoltò. Dissi non poter accettare perchè si peggioravano le mie condizioni, perchè non aveva l’ingegno per un tanto carico, perché non potevo simpatizzare con alcuni tristi, che si erano cacciati dagli impieghi. A una voce mi fu risposto: “E per questo vi abbiamo scelto, la Patria desidera voi. Roma vi ama, obbedite”. Io dovei rassegnarmi alla voce di patria, al dovere di cittadino.

Entrati i francesi mi fu offerto il Ministero di Polizia, io lo ricusaì, come lo ricusarono Torre alla Guerra, Costabile e Valentini alle Finanze.
S’immaginó dai Francesi un governo di uomini probi; se ne fece una lista: Lunati accettò il Ministero delle Finanze purchè io restassi Preside di Roma: esso venne a persuadermi: promisi di si, purchè i colleghi al Governo fossero uomini probi e il governo liberale. Molti uomini venivano designati e tutti probi.
Tutto all’improvviso il progetto francese andò in fumo: Lunati si dimise, io mi dimisi lo stesso giorno e nella sera ìo, Sterbinetti e Galletti ebbimo l’ordine di abbandonare Roma entro 24 ore : tre giorni dopo ebbe l’istesso intimo il Mamiani.

Questa è la storia di vita pubblica di vostro padre, in ristretto. Tutto ciò è in generale: i particolari a me non conviene dirli. Sento dire che in Roma sia stata esaminata la mia Amministrazione, e si è trovata regolarissima.
In quanto a me non ne dubitavo, nè poteva dubitarne il paese, a meno che non fossi stato tradito da subalterni e dal computista Galli. So che Roma e gli uomini di tutte le opinioni mi amavano perchè sempre la probità e la giustizia è stata la mia guida. Spero di aver lasciato incontaminato il mio nome alla storia e alla famiglia: è per me u na grande consolazione che in tanta libertà di stampa niun foglio ha parlato mai male del Ministro Mariani.
Salutatemi ecc.
Aff.mo Padre
Firmato: Livio Mariani.

La residenza in Atene dell’emerito uomo di Stato, gli aveva procurato molte amicizie, tra le quali, quella intima del re Ottone. Ma la sua ferrea fibra, veniva minata dai dsgraziati destini della Patria, dalla lontananza della famiglia, che idrolatrava, e dalla nostalgia. Con queste incessanti costernazioni, e continuo travaglio, il 22 luglio 1855, dopo sei anni dì esilio, e non nel 1856 come erroneamente affermava il prefado giornale, cessava di vivere: nè fu permesso che i resti dell’illustre uomo tornassero in Patria. Ho voluto chiudere il ciclo dei cenni storici delle famiglie di Oricola, con l’esimio e nobile casato Mariani. Il suo ramo maschile, da tempo, si trasferì a Marano Equo e nella grande guerra europea, diede il prezioso contributo di sangue, con la immolazione dell’ottimo giovane Pietro, caduto nel campo dell’onore e annoverato come i suoi illustri antenati, quale fulgida stella nel gran libro d’oro della madre Patria.

Di detta famiglia rimane Prospero, emerito funzionario della direzione delle ferrovie vicinale in Roma, e gli eredi della buona memoria di Livio, deceduto immaturamente due anni orsono, lasciando un vuoto che non si ricolma nella famiglia e il compianto in quanti lo conobbero. Qui in Oricola, di questa famiglia, non rimaniamo che noi, discendeti della fu Adelaide Mariani, vedova di quell’Achille Laurenti, che rimase vittima delle persecuzioni borboniche.
Un ramo dei Mariani, si trasferì in Rocca di Botte, con Giacomo, fratello del prode generale Mariano dal quale discendono Giovanni, Antonio, Mario e i rispettivi figli. Oricola nulla ha fatto, in ricordo dei suoi illustri figli: non lapidi, non iscrizioni, non indizio qualsiasi che rammenti ai posteri le loro benemerenze. Si comincino, per lo meno, a intitolate le vie e piazze con i loro intemerati nomi.

Testi a cura del prof. Achille Laurenti  

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