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“Madri del sud”, Maria Assunta Oddi omaggia le nostre donne del Fucino con racconti e poesia

Se conviene ai politici illuminati ascoltare la voce degli scienziati, che con laboriosa ricerca sono riusciti a creare il tanto atteso vaccino per liberarci dalla pandemia con la provvida “immunità di gregge”, è necessario avere anche la capacità di non dimenticare i nostri anziani travolti dal Covid-19. Conservare la loro memoria significa mantenere viva, come diceva Ugo Foscolo, “Corrispondenza d’amorosi sensi”.
Raccontare ai giovani le loro storie esistenziali, povere di beni materiali ma ricche di tenace resilienza alle mille difficoltà, significa presentare antiche comunità agro-pastorali dove la solidarietà fraterna si concretizzava nei semplici gesti della quotidianità.

Poiché nessuno si salva da solo è necessario testimoniare l’operosità semplice e umile di molti uomini e donne che in un periodo storico caratterizzato da sconvolgenti eventi bellici, dalla fame, dalla dittatura e spesso dalla negazione dei diritti fondamentali sono stati in grado di trasmettere il sogno di una società civile ed evoluta. Anche nei nostri giorni la subdola “guerra” dichiarata da un virus che ha causato morte e dolore ci chiama a rivalutare, con il calore domestico della famiglia, i sentimenti più autentici.
Chi ricorda il frugale pranzo della Vigilia con gamberi, tinche e trote pescate nei canali del Fucino?
Chi ricorda il presepe fatto artigianalmente in una creazione collettiva e posto nelle umili stanze dei braccianti? La rappresentazione della Natività, oltre ad essere un segno di devozione popolare, rappresentava i nostri borghi con i suoi personaggi intenti a praticare gli antichi mestieri. Al centro del paesaggio si poneva il vero significato della nascita di Cristo: l’amore. Racchiuso in un’illuminazione unica veniva presentato il mondo nell’abbraccio generazionale di grandi e piccoli. Ora che le piazze dei nostri Paesi con i “social” riflettono la nuova anima della globalizzazione la cultura “individualistica” ha sminuito il valore della “vicinanza”.

In questo tempo di solitudine, quale momento migliore per rivalutare la condivisione. Essere soli nella prova è devastante. Impariamo dai nostri avi, che vissero nell’epoca drammaticamente complessa dei conflitti mondiali, a maturare insieme il desiderio di costruire una società nuova perché fondata nella ricerca del bene comune per tutti e soprattutto per i giovani. Per realizzare la pace e il benessere delle nuove generazioni, a mio avviso, bisogna iniziare dalle parole, inquinate ancor più dell’ambiente naturale, smascherando ogni inganno.
Nell’epoca della banalizzazione, della semplificazione e dello svuotamento lessicale e storico della comunicazione è compito di ognuno e soprattutto degli artisti riportare il linguaggio, rifiutando la legge del mercato, ad una dimensione estetica e valoriale.
I nostri anziani con il loro parlare “autentico” perché rapportato alla realtà oggettiva e intima, facevano del “dialetto” connubio tra uomo e natura nell’ottica della sostenibilità che rispetta ogni essere vivente.
Ignazio Silone con il racconto dei “cafoni” del Fucino ha descritto in modo universale la lotta dei contadini per la liberazione dall’oppressione dei latifondisti. Rivalutare le nostre radici legate alla terra dei Marsi significa ricordare i nostri “vecchi”, ma solo d’antica saggezza, per costruire un futuro migliore. Solo seguendo l’esempio edificante di chi ci ha preceduto sarà possibile superare l’emergenza sanitaria apprezzando ogni persona a prescindere dalla prossimità e dal luogo dove è nata o abita.
La consapevolezza della dignità umana, al di là della condizione sociale-etnica o religiosa, ci renderà migliori. Sono trascorsi dieci anni dalla morte di mia madre, da quel lontano 23 dicembre del 2000. Oltre alla materna tenerezza, ricordo la fatica di una donna “bella” perché nobilitata dal lavoro e “sensibile” per l’empatica condivisione delle necessità altrui. Come tutte le donne del suo tempo era di poche parole.
Parlavano per lei i gesti delicati, morbidi e misurati delle sue mani affaccendate all’orto, al ricamo, alla cucina, ad accudire con cura gentile vecchi e bambini o semplicemente a rassettare stanze e cortili.

A tutte le donne “del Sud”, come era lei, dedico questa poesia, affinché possa donare a tutti il coraggio di tornare alle proprie radici per volare verso il domani senza smarrire il significato profondo del vivere.

 

Madri del sud

Madri gelosi lari del focolare

Dalla malinconia senza speranza 

E dalla pena senza conforto

Stanno in piedi sulla terra

Con voce notturna.

Madri dai baci desolati

Affondati nelle guance dei fanciulli

Curvi sui quaderni

A sillabar ignoti suoni

Con inedite emozioni.

Dove s’ode un lamento

Piangono accasciate:

non asciugate le loro lacrime

sono lacrime d’amore

cadute come foglie ottobrine

sulla veste tessuta

dai giorni che furono

e da quelli che verranno.

Tu chiedi che ne è ora

Del gaio loro sorriso?

Rammento solo un abbraccio tenero

Sotto un giovane oleandro

Gemmato di screziato rosa.

Nel giardino segreto

Lacera il rigoglio della memoria

Il pallido chiarore lunare

Dove l’assenza s’annuncia

S’allontana come ninfa

Che danza sulla spuma

Disfatta delle nubi.

Le donne del sud

Non fanno rumore

Assorte cantano

Con la voce del mare

Il naufragio dei figli

Ad impietosir gli dei.

 

Luco dei Marsi 25-12-2020
Maria Assunta Oddi

Mi sia concesso in ultimo augurare a tutti voi un Felice Anno Nuovo

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