t1

Comune di Carsoli

t2

Si legano direttamente sul piano compositivo agli affreschi lepini quelli pressoché inediti nella tribuna della chiesa di S. Maria (poi S. Maria delle Grazie) a Pietrasecca di Carsoli (1), arroccata su un ripido sperone rivolto all’autostrada A24, ma discosta dalla Tiburtina-Valeria e dai maggiori transiti per il Reatino. Il centro passo con la vicina Tufo nel tardo Quattrocento dal governo Orsini di Tagliacozzo a quello dei signori della vicina baronia di Collalto, che dominavano parte del Cicolano bagnato dal Salto, a cavallo dei monti Carseolani, rivendicando con orgoglio una discreta autonomia dal papa e dal re di Napoli (2)

Gli Aragonesi tolsero loro il potere prima del l’497, affidandolo ai Savelli (3) mentre i Maccafani della vicina Pereto, vescovi dei Marsi, conservavano sul territorio la giurisdizione ecclesiastica. Campeggia nella profonda abside una teofania , più complessa e meno armoniosa di quella pontina(4). La Vergine e incoronata dal Figlio alla presenza del Padre, avvolto in un alone popolato di serafini dalle simboliche tinte rosso e verde. La scena campeggia in un vasto clipeo contornato da una doppia fascia che marca con colori e spessori diversi il passaggio dei gradi angelici. Dapprima cherubini a sei ali su un fondo giallo, poi putti isolati o affrontati, raccolti in preghiera o con le palme in mano, intramezzati da terne di angeli abbigliati, che portano libri aperti, battono tamburelli o suonano trombette per animare con un’allegra melodia la beatitudine del cielo; si irradia anche un nastro alveolato con lunghi raggi serpentinati, analogo a quello che il Maestro di Farfa dipinse nel cenobio sabino intorno all’Immacolata Concezione.

Ai lati infine, presso due astri a luce bianca, allusivi forse al vaticinio dell’Incarnazione pronunciato da Balaam, svolazzano su nuvole terne di angeli musicanti. Il paesaggio e ridente (gustosa e la scena di un contadino che ara i campi con i buoi al giogo, con i consueti promontori lacustri, alberi sullo sfondo e raccolti borghi fortificati, appena segnati con il pennello. E poi conservata una delle due figure maschili dai lunghi capelli biondi giacenti in posa specchiata su un fianco, forse associate a due virtù alate, che sedute in simmetria poggiano i piedi su di loro; una dovrebbe essere la Fede, coronata da un serto vegetale e vicina a un gruppo di angeli, di cui uno ha la s fera armillare; l’altra e la Carità, che riceve l’omaggio di una corona, accoglie le primizie della terra e ha un bambino in braccio. Domina nel tamburo (assai logoro) l’arcangelo Michele, con la spada sguainata e la bilancia a due piatti, di cui uno pende vistosamente da un lato per premia re un sottostante (e consunto) defunto, sdraiato su una lettiga.

Questi ha uno scettro in mano e poggia il capo su un cuscino a rullo di gusto orientale, che lo caratterizza come persona di riguardo. Potrebbe essere Pipino, figlio di Carlo Magno, che una leggenda locale dice fondatore di Pietrasecca (5), figura che poteva meritare un giudizio particolare, tema che nel secondo Quattrocento ebbe un discreto successo iconografico insieme a quello universale, combinato a volte all’Incoronazione della Vergine Maria, glorificata in cielo, siede in trono nel tamburo e porta in mano un calice per attestare il mistero salvifico del Figlio, che a sua volta regge il candelabro per la face della vita. Sotto il gruppo giace una figura (di difficile lettura), forse un vescovo defunto (la mitria e logora sul capo). Ai lati vi sono i tradizionali angeli con gli strumenti della Passione di Cristo e gruppi di apostoli , precisati da un’epigrafe assai frammentaria (si legge solo SANCTUS MACTEUS).

Riconosciamo Bartolomeo, con il coltello del martirio, e Giacomo maggiore, con il bastone da viandante, ma ci sono anche Pietro, con le chiavi del Regno, Paolo, con la spada della fede, e Giovanni Battista, con il cartiglio dell’Agnus Dei; s. Rocco invece, con la piaga sulla coscia, avvicina più direttamente i fedeli nell’estremità destra del tamburo. L’opera e pregevole perché documenta in modo quasi intatto le fresche ed esuberanti doti del pittore, che utilizza i colori come fossero acquerelli, di tinta forte per ravvivare l’ambiente, illuminato in origine da una sola finestra (poi tamponata), sul cui imbotte tornano a monocromo due ibridi affrontati gia visti in diverse cornici a Cori. Infine una sequenza di riquadri in prospettiva illude sulla profondità di un vano, spunto che il pittore riprenderà a Marcetelli, sviluppando forse soluzioni del Maestro di Farfa nella volta sinistra del presbiterio della Madonna dei Bisognosi.

E’ invece eccellente per effetto illusionistico l”alta zoccolatura della parete a finte specchiature marmoree policrome con punta centrale , di un tipo gia visto a Cori. Molti sono dunque i contatti con il cantiere pontino: si vedano la capigliatura e la barba di Dio e del Figlio, le pose e le tipologie degli angeli con i tamburelli in mano e le trombe, che ricordano anche quelli dipinti dal Maestro di Farfa sul portico del paradiso nella collegiata sermonetana. I paesaggi inoltre ricordano quelli dipinti dal maestro sabino nel santuario della Madonna dei Bisognosi, ma a ben vedere le chiome degli alberi e i pochi arbusti sono resi come a Cori; le virtù infine richiamano quelle dipinte dal maestro di Farfa nel castello di Sermoneta. Tutto ciò porta a collocare i nostri affreschi tra il cantiere abruzzese (intrecciato a quello del castello Caetani), e poco prima l”intervento del 1507 a Cori, ove la composizione e più ampia e più sorvegliato e il programma figurativo. Saremmo quindi fra la fine del Quattrocento e i primi anni del nuovo secolo.

Note
(1) L’edificio Fu citato una prima volta nella bolla (apocrifa?) di Clemcnte III del giugno l1188 e nelle decime da pagare al vescovo dei Marsi nel 1308 e nel l’324 (Sella, Marsia, p, 25 n. 504 e p. 52 n. 9l’3).

(2) Dclogu 1990, pp. 12, 14. Non è facile ricostruire la storia dell’abitato per la totale perdita dei fondi dell’archivio comunale e parrocchiale.

(3) Cfr. ASC, fondo Sforza Cesarini, I parte, etichetta rettangolare, h. 843, perg. 44 (già A. VII, n. 44, secondo il registro compilato tra Otto e Novecento dal conservatore dell’archivio di quella famiglia). Il re Federico I confermava il 22 giugno l’499 la cessione pronunciata dal nipote Ferdinando II (vivente sino al ’97) e concedeva a Ludovico Eusebio, Antimo Savelli e ai loro legittimi successori i feudi di Macchiademone, Pietrasecca, Poggio Cinolfo, Peschio e Tufo (compresi anche Rocca di Sopra, Loffredi, Termicone e meta della valle di Varri), assorbiti gia dagli Aragonesi per l”ostilità di Battista signore di Collalto (ringraziamo per la segnalazione lo storico Adriano Ruggeri); simile cessione fu rinnovata ai Savelli da Ferdinando IV il 20 dicembre che vi rimasero per gran parte di quel secolo.

(4) Il parroco d. Fulvio Amici, che ringraziamo per aver agevolato i sopralluoghi, l”ha rinvenuta casualmente sotto pesanti scialbi nel l’998, mentre il tamburo era coperto per meta da una fodera muraria. La visibilità della tribuna e ancora disturbata dai tramezzi ottocenteschi, solo in parte smantellati dai restauratori della ditta Damiani Westemberg di Avezzano, intervenuti per conto della Soprintendenza di L’Aquila tra il l’999 e i primi mesi del 2000 (v.. Amici, pp. 24). Il vescovo dei Marsi Giacci, dopo aver effettuato una visita pasturale nel l’907, osservava che l’edificio era mal conservato (siamo grati ancora per la notizia a d. Amici).

(5) Cfr. Amici, p. 3. Ci auguriamo sia presto possibile arricchire il racconto di dettagli intervistando i contadini e i pastori più anziani, che custodiscono in genere la memoria di antiche leggende. In ogni caso alcuni toponomi di località vicine documentano il ricordo di fatti legati al ciclo carolingio: a Vallinfreda vi e la grotta di Re Pipino (Di Crescenzo, p. 30) e sappiamo che questi ottennc dal pa dre I’incarico nell’80l’ di conquistare il ducato di Benevento, ultimo caposaldo dei Longobardi il cui potere si estendeva al confine meridionale del Pescara; le truppe, rinforzate da quelle di Rieti e del ducato di Spoleto, occuparono l’intero Abruzzo, passando anche per la Marsica (Pansa l’899a, p. l’3l’l’33; Lorenzetti, p. 235; Gandolfi, Gennaro, Severini, pp. 243244). E noto inoltre che nella storia leggendaria di alcuni centri abruzzesi si citano spesso eroi carolingi, ripresi in età rinascimentale dai poemi cavallereschi molto amati dalla gente. Segnaliamo anche che vicino Pietrasecca vi c una collinetta denominata cima d’Orlando, a ricordo del noto paladino; pure la sommità del monte che domina il vicino passo di Monte Bove e detta Guardia d’Orlando, e il valico, come l’abitato, prende il nome da Buovo d’Antona, noto protagonista delle imprese di Rinaldo, che la tradizione ha poi identificato con l’omonimo conte dei Marsi; Macchia d’Orlando e invece una collina rocciosa presso Carsoli (v. Pansa l’899a p. l’4l’ e quanto egli ha corretto e integrato in l’899b, pp. 263265 e in l’927, vol. l’I, pp. 297, 30l’, 3073l’0; v. anche Lorenzetti, p. 237). A Posta infine, nel vicino alveo del Salto, vi e una Forca Lolanda (v. Del Lungo, vol. 2, pp. 5257 c tav. l’ a p. 59).

(6) L’utile il confronto, anche se datato post l’388, con quello dipinto nel coro della parrocchiale di Zeliezovce/Zseliz nell’estremità meridionale della Repubblica slovacca, a nord della confinante sede primaziale ungherese di Eszertgom, eseguito da un anonimo pittore per celebrare un personaggio legato al re. Interessanti sono anche due miniatura di produzione nordeuropea del primo ventennio del Quattrocento, v. Vegh, da cui selezioniamo le figg. 5 c 6; ne fa un rapido cenno Baschet l’995, pp. 178-179.

(7) Per qualche esempio, v. la miniatura a piena pagina nella c. 90 di apertura del canone dei defunti, nel Messale 99 conservato nella biblioteca di Evreux (Baschet l’993, p. 427 e sua tav. VII) e gli affreschi di autore anonimo sul muro destro della navata della chiesa di S, Lorenzo a Bastia Mondovi (prov. Cuneo) del l’472, analoghi a quelli di meta secolo sulle pareti del coro della cappella della Madonna Piana nella vicina San Michele (Baschct l’993, catt, 15 e 16).

Pittori di frontiera

Testi a cura della Prof.ssa Paola Nardecchia 

avezzano t2

t4

Madonna delle Grazie

t3

avezzano t4

t5