Comune di Gioia Dei Marsi

Testi a cura di Florinda Alfonsi e Danila Angelone
“In quello stesso tempo fu portato a compimento il taglio del monte che separa il lago Fucino dal corso fiume Liri e, affinché la grandiosità dell’opera fosse ammirata da un maggior numero di spettatori, si allestì una battaglia navale nel lago stesso, come aveva fatto un tempo Augusto in un bacino artificiale costruito nei pressi del Tevere, ma con navi leggere e in minor numero. Claudio fece equipaggiare triremi e quadriremi con diciannovemila uomini; all’intorno dispose un cerchio di zattere per impedire fughe disordinate, lasciando tuttavia uno spazio sufficiente per la spinta dei remi, per le manovre dei piloti, per lo slancio delle navi e per tutte le consuete esigenze di uno scontro navale.

Sulle zattere erano schierati manipoli e squadroni delle coorti pretorie e davanti a loro erano stati eretti dei ripari da cui si potevano manovrare catapulte e balestre. Il resto del lago era occupato da marinai della flotta su navi fornite di ponti. Le rive del lago, i colli e le cime dei monti si riempirono, come se si trattasse delle gradinate di un teatro, di una folla immensa accorsa dai vicini munici pi e persino da Roma, per curiosità o per un atto di omaggio verso il principe.

Presiedevano allo spettacolo l’imperatore stesso, avvolto in uno splendido mantello, e Agrippina, che spiccava non lontano da lui in una clamide dorata. I combattenti, benché si trattasse di criminali, si batterono da uomini valorosi e, dopo molto spargimento di sangue, fu loro concesso di sospendere il massacro. Al termine dello spettacolo, appena si apri lo sbocco del le acque, fu subito evidente il difetto di costruzione del canale, che non era abbastanza profondo per raggiungere il fondo del lago.

Perciò, trascorso un po’ di tempo, si scavo di nuovo il canale per abbassarne il fondo e, per richiamare nuova mente una gran folla, si diede uno spettacolo di gladiatori, gettando dei ponti adatti a una battaglia di fanteria. Durante il banchetto imbandito presso lo sbocco del la go nel canale di scarico vi fu un momento di panico generale perché le acque, prorompendo con violenza, travolsero quanto si trovava nei pressi e, anche nei luoghi più lontani, sconvolsero il terreno e seminarono terrore con il fragore dello scroscio.

Allora Agrippina, sfruttando lo sgomento del principe, accusò di avidità di guadagno e di disonestà Narciso, che era l’appaltatore dei lavori; ma quello non tacque e, a sua volta, le rinfaccio la sua femminile prepotenza e le sue smodate ambizioni.” (TACITO, ANNALES, XII). Il lago del Fucino, un tempo rifrangente specchio azzurro, teatro di battaglie e di violenze, testimone di crudeli spargimenti di sangue, di affannate e fustiga te schiene di schiavi, ora non c’è più; è scomparso sotto la spessa coltre di terra che ricopre il suo letto. L’accarezzevole fruscio di canneti si è perso dietro tristi nenie di aride e brulle zolle di terra restie al ferro dell’aratro. L’aria non risuona più di onde spezza te dai remi affondati nelle acque, ma si sentono solo cupi e forti colpi di zappe e picconi sferrati dalle braccia del contadino.

Ora il lago si presenta trasformato in una delle più fertili pianure agricole che solo poco più di cento anni fa era una infinita distesa di acqua che Impera tori e Re hanno tentato più volte di prosciugare. Giulio Cesare, primo fra questi, manifestò il desi derio e la necessità di riversare parte delle acque nel la vicina Valle del Liri. L’ardito progetto venne sviluppato, nell’arco di tempo di 11 anni, dall’imperatore Claudio (54 post Christum natum) grazie all’impegno e alla forza di circa trentamila uomini, impiegati nella realizzazione della galleria sotterranea lunga 5653 m. che attraver sa il Monte Salviano, tale da chiudere ad anello la conca del Fucino.

La galleria fu ripristinata da Traiano, poi da Adria no, funzionando a pieno ritmo fino al VI sec.d.C. Si arrivà all’abbandono dell’emissario in seguito al le invasioni barbariche, ragion per cui le acque che tornarono a ricoprire le terre prosciugate, resero di nuovo il Fucino un lago chiuso, a regime assai irregolare. Altri tentativi di prosciugamento, senza risultati apprezzabili, furono compiuti da Federico II e Alfon so I d’Aragona, successivamente da Ferdinando IV re di Napoli e da Giuseppe Bonaparte. Il prosciugamento completo e definitivo del lago ebbe luogo tra il 1854 ed il 1878, quando una società francese prese in appalto il progetto ricevendo in cambio la proprietà delle terre che sarebbero emerse dalle acque.

Dato che l’impresa prevedeva l’impiego di ingenti capitali, per sostenere il progetto, il Duca Alessandro Torlonia pensò di rilevare le azioni della società francese e di affidare l’incarico e la direzione dei lavori agli ingegneri H. S. Bermond, svizzero, e al francese A. Brisse. L’emissario Torlonia venne scavato sulle tracce di quello claudiano, ma con una maggiore profondità ed ampiezza. Fu costruito un grande canale collettore. dighe e canali minori, per convogliare le acque dalla conca nell’emissario favorendone la bonifica. L’immane impresa valse al duca Alessandro Torlo nia il titolo di principe del Fucino: tranne alcune zone rivierasche, tutto il territorio prosciugato divenne di proprietà dei Torlonia.

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L'ultimo remo e l'ultima barca
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