L’uccello nella cupola

Il tema della morte che, per dichiarazione dello stesso autore, ha ispirato l’intero Cimitero cinese, ha dettato anche le più belle pagine de L’uccello nella cupola, un romanzo breve che arditamente l’editore Bompiani, nella presentazione ai lettori, definì ” una opera prima non solo per l’autore, ma per la nostra letteratura “. Non c’e solo la morte in effetti; c’e anche il peccato, che del resto e morte dell’anima, e la grazia, che e base della sua redenzione. Una problematica veramente nuova, dunque, per la narrativa postbellica disposta a recepire prevalentemente le afflizioni e le esaltazioni d’ordine temporale. Per misurare con una certa esattezza il distacco che corre tra l’opera di Pomilio e il clima letterario del momento, si pensi che il ’54 e anche l’anno in cui si pubblicano, ad esempio, Il disprezzo di Moravia, La mulora di Fenoglio, I misteri dei ministeri di Frassineti, La raganella d’oro di Landolfi, Il mio cuore a Poetemilvio di Pratolini, Figli difficili di Prisco, La naora di Cicognani, Barbaresco di Arpino, La monaca di Sciangai di Anna Banti: tutti libri interessanti, ma d’un interesse diverso da quello de L’uccello nella cupola perché dominati o dall’aperta pretesa di un’oggettivazione integrale o dalla segreta esigenza di una stilizzazione parimenti spersonalizzante o, ancora, dalla ricerca di una umanità fatta di bisogni primordiali.

Pomilio non e mai disposto a scambiare i suoi personaggi per degli oggetti o per dei complessi d’istinti e nemmeno a ritenere le sue pagine come campo di prova per dei vuoti esercizi di stile; in lui, semmai, anche gli oggetti e i moti istintivi acquistano un senso e una voce in armonia o in contrasto con la coscienza umana, e le parole sono sempre come limpidi cristalli, cioè capaci di far trasparire il messaggio che portano con se. L’uccello nella cupola ha nel suo fondo le radici di una narrazione neo-veristica, che la critica non ha tenuto finora nel debito conto solo per il fatto, crediamo, che la vicenda nel romanzo e colta nei suoi momenti culminanti, quando cioè giunge a sconvolgere le plaghe dell’anima. Protagonista della prima parte e una giovane coppia di profughi istriani dell’ultimo dopoguerra stabilitisi a Teramo, con una squallida storia di miseria e di fame che la donna, di nome Marta, una sera cosi sintetizza in poche parole al suo confessore:
” Al principio, quando ci conoscemmo nel campo di concencentramento, che lui era fuggito da Fiume e io da Pola, molte cose erano diverse. Eravamo disperati, si, ma lui voleva lavorare, e anch’io, e insieme non ci sentivamo più tanto soli. Quando uscimmo, Che avevamo il sussidio del governo, lui trovo da lavorare, era ebanista. Ma poi non fu più contento, e si volle mettere da solo, e cambiammo e venimmo qui. Ma qui lavoro ce n’era poco, e avevamo solo il sussidio, e lui si scoraggio di nuovo, fu di nuovo disperato, e riprese a bere ” (p. 63).

Triste condizione d’esuli in patria, disoccupazione e sottoccupazione, alcolismo: ce n’era abbastanza per far disgregare e naufragare anche la famiglia più solida, figuriamoci che sconquasso doveva derivarne nei già fragili rapporti di due sposi irregolari e per giunta senza figli. Fu la fine anche d’ogni parvenza d’amore e la donna stessa lo ammette, senza mezzi termini, in confessione:
” E cosi e finito tutto, e non c’è stato più che il tormento di sentirci legati l’uno all’altro senza poterci liberare. E cosi io l’ho odiato, per il pensiero di non sapere come sfuggirgli, e lui pure m’ha odiata e da allora ho aspettato soltanto che morisse. Ho desiderato che morisse, e ogni giorno lo vedevo morire, a poco a poco, e non l’ho più aiutato. E’ tremendo pensare che uno vi sta morendo accanto giorno per giorno “. A raccogliere questa confessione fu dan Giacomo, un prete ancor giovane che s’era ormai assuefatto ai monotoni uffici di una parrocchia tranquilla, rinunciando alla sua concezione eroicamente apostolica del sacerdozio. Divenuto l’amico confidente e sicuro delle sue penitenti, che venivano giornalmente a raccontargli sempre le stesse mancanze veniali, per le quali gli pareva perfino superfluo l’uso di certe parole messianiche – come redimere, salvare, riscattare – in cui egli, prima, aveva racchiuso l’ideale supremo della sua missione, improvvisamente una sera don Giacomo, messo di fronte al caso straordinario di Marta, sente tutta l’insufficienza delle consuete esortazioni alla pace e alla rassegnazione: gli si ridesta nella coscienza ]a nozione spaventosa del peccato, di quello vero e grande, che i teologi chiamano mortale, poiché provoca lacerazioni e angosce che non si sanano senza una ferma volontà di riscatto. Forse, nei recessi della sua anima, covavano da sempre come un’oscura attesa e un vago desiderio d’un caso di coscienza simile a quello di Marta, per la cui soluzione occorreva ” la presenza integrale di se, il dispiegamento di tutte le proprie energie spirituali e quelle qualità che i testi teologici elencavano con tanta chiarezza, la pietas, la fortitudo e tutto il resto ” (p. 62).

Di qui lo sbigottimento e insieme l’esaltazione che egli prova intimamente di fronte a quella povera donna: la interroga come un inquisitore inflessibile, con tono pacato ma deciso, e quando sa quello che basta per aver chiare le proporzioni del peccato, e cioè che non si e sposata con l’uomo con cui vive ” more uxorio “, che con pratiche illecite si fece uccidere nel seno un figlio di tre mesi poiché lui non lo voleva, che per questo e per altro lo odia al punto da farlo morire lentamente di polmonite senza far nulla in suo aiuto, allora si sente come sconcertato e, anziché la via del perdono, imbocca quella dell’aspro rimprovero, imponendole di non giustificarsi e chiedendole, un po’ smarrito, perché mai sia venuta da lui. Marta reagisce prontamente e con durezza:
” perché sono qui? Ma perché me lo chiedete? Dove dovevo andare? E poi, e poi, che ne sapete voi? Come potete capire? Voi non l’avete mai provato, voi, tutto quello che ho provato io “. E subito dopo, in uno scatto impetuoso: ” Ma perché Dio ha voluto tutto questo? Non ero cosi, io! Se voi sapeste… ” (p. 69).

Da quel momento s’instaura nella vicenda il clima di una fortissima tensione morale, il cui protagonista principale viene ad essere il prete, che si lascia sempre più dominare dall'” ambizione di far propria a tutti i costi la vittoria “, sostituendo ” all’impulso disordinato, ma sincero, di quell’anima, l’orgoglio della propria ” (p. 71). Eppure l’orgoglio non riesce a campeggiare sembra il contrasto nella Sua coscienza: Spunta ben presto il Dubbio circa la sua funzione di mediatore della grazia divina, oltre che una sottile angoscia di chi sa che da un suo gesto o da una sua parola può dipendere la salvezza o la dannazione di un’anima. Nel suo duello col peccato don Giacomo, senza avvedersene, stava commettendo ” l’errore di pensare al male come a una sostanza che va annientata, quand’esso e il contrario, e un’assenza, l’assenza d’amore che va riempita d’amore, il vuoto che va colmato ” (p. 73).

Con tale disposizione egli si reca in casa del moribondo per assisterlo nel difficile trapasso e, ottenutane la riconciliazione con Dio, accede alla sua richiesta di sposarlo con Marta, la quale, convinta che non serve più ormai, acconsente con molta riluttanza, ma non senza emozioni, solo dopo che ” gli occhi di don Giacomo s’infiammarono e le esplosero un cenno ” (p. 81). Marta si ritrova sposata proprio nel momento più disperato della sua solitudine e non può rendersi conto che il suo incerto ” si ” e servito a far spirare in pace un uomo cui un tempo aveva pur voluto bene. D’altra parte don Giacomo, lasciandola sola col suo dolore dinanzi al cadavere di un uomo divenuto suo marito sul punto di morte, non comprende la necessità improcrastinabile d’aver cura di un’anima sconvolta e ormai in balia di se stessa: evidentemente egli rischia di ” perdere tutto il frutto della sua opera, impedendo che quello sprazzo di emozione ancora contenuta e inconsapevole, ma pure cosi sincera ” (p. 88) di Marta si tramuti in un sentimento duraturo di cristiana pietà.

Quanto grave fosse tale rischio poté egli stesso verificarlo il giorno dopo, durante le esequie, quando l’operaio delle pompe funebri esito un attimo per avvitare il coperchio alla bara, forse per consentire alla donna di salutare per l’ultima volta il defunto, ma lei non si mosse, anzi si rivolse a don Giacomo ” con un atteggiamento ormai aperto di sfida ” (p. 95). Di qui il suo tormento:
<< Forse pensava che tutto fosse dipeso da me >> l’idea che ‘la sua fuga insensata della sera prima e il suo disinteresse aspro, innaturale, quasi astioso della mattina avessero interrotto processo spirituale in via di lenta maturazione, il ritorno timido e inconscio d’un’anima alla grazia, si faceva man mano di dubbio certezza (p. 96).

La rinnovata convinzione delle tremende responsabilità che ricadevano sul suo stato sacerdotale, aggravate da una irrimediabile tristezza derivante dalla propria solitudine d’uomo, fece subito scivolare don Giacomo sotto il peso di una schiacciante disperazione e, nei giorni che seguirono al funerale, gli diede un tale avvilimento da renderlo perfino incapace di riflettere sull’incontro con Marta. Eppure egli avrebbe voluto riparare, ammesso che qualcosa di male avesse compiuto. Ma in che modo? Trascorsero vari mesi senza sapere più nulla della donna, anzi rifuggendo dal pensiero di lei. Un giorno pero, meditando sulla conversazione tenuta una sera col vecchio canonico della città, trovo la forza di riscattarsi dal torpore che avviliva la propria coscienza, e decise di rintracciare Marta. Saputo dal sagrestano che la donna menava da tempo vita corrotta, pubblicamente, e che da ultimo aveva stretto rapporti con un industriale del luogo, ne resto sgomento e, senza frapporre più indugi, si reco a farle visita.

In preda ad una trepidazione mai provata, don Giacomo affronto il colloquio con toni troppo indecisi e arrendevoli, scoprendo ingenuamente i suoi propositi di riparazione, si che a Marta riuscì facile ribattere con ironia ad ogni sua affermazione e infine, per fargli provare in concreto il senso del peccato, gli afferro d’improvviso il capo e lo bacio a lungo, mollemente, sulla bocca. Il prete ne fu sconvolto:
In quegli istanti don Giacomo si sentì saltando carne, fiacca carne d’uomo. E non avrebbe mai saputo dire come fosse riuscito a svincolarsi e a imboccare l’uscita mentre il riso della donna lo inseguiva giù per le scale (p. 125).
I giorni che seguirono, d’un agosto allucinato, ” senza neppure un segno di quell’afa che fa presentire la pioggia ” (p. 127), furono per don Giacomo pieni di insofferenze e di stanchezze interiori che gli impedivano perfino di concentrarsi nella preghiera. Riesaminando tutta la propria condotta dal primo all’ultimo incontro con Marta, a volte lo confortava una blanda certezza di non aver in nulla peccato, ma più spesso lo assaliva una gran quantità di interrogativi e dubbi tormentosi e, sopratutto, il timore che il male si fosse insinuato nella sua coscienza per via di certe immagini e sensazioni che non riusciva a scacciare:
L’impressione causatagli dai capelli di lei, dalla bellezza del volto di lei quando l’aveva osservato la prima volta, dal rosa della sua quella e dei suoi indumenti, dalle sue labbra, soprattutto dalle labbra di lei e dallo sfaldarsi improvviso dei suoi sensi, dal sommergersi nebuloso della sua volontà quando Marta l’aveva abbracciato (p. 130).

Anche Marta, intanto, era tornata alla sua solitudine: abbandonata dall’amante, che lei riamava sinceramente, si senti di giorno in giorno sempre più svuotata e come inaridita e, nel soffocamento dei ricordi, giunse spesso ad ” una voglia folle d’obliterarsi, e quasi di vedersi finita e dissipata ” (p. 143). Una sera, non potendo resistere alla disperazione, si reco da don Giacomo in cerca d’aiuto: il parroco non oso per qualche minuto alzare gli occhi su di lei, visibilmente imbarazzato, e con modi bruschi la invito ad una confessione totale e schietta. La donna prese a rinarrargli tutta la sua storia, prima con lentezza e poi a strappi e con fervore, ma ad un certo punto, richiamata con durezza perché incapace di rinunziare al pensiero dell’uomo che amava e accusata di aver indotto anche altri a peccare, si dispose con angoscia a ricevere un’assoluzione provvisoria e si congedo con la promessa, fatta a voce spenta, di provare a non rimpiangere e a non desiderare quell’uomo. Don Giacomo, rimasto solo con se stesso, capi di non aver fatto pienamente il suo dovere e, ciò che era più grave, di non essere in grado di porvi riparo:
Sapeva di chieder troppo. Sapeva che, nell’imporre delle condizioni troppo dure perché quell’anima potesse sperare, almeno per il momento, di realizzarle, poteva arrestare, forse aveva già arrestato quel lontano, delicato processo di rinascita. Ma ormai si sentiva come chi, correndo a precipizio giù per una china, sa che Potrà fermarsi solo arrivando al fondo (p. 152).

E al fondo ci arrivo rapidamente. Un tardo pomeriggio, infatti, mentre se ne stava pigramente distratto in una festa, fu fatto chiamare dalla madre superiora dell’ospedale. pensando di dover assistere qualche malato che moriva in fondo a qualche corsia, si sentì triste e si avvio con un certo malumore. Per la via non ebbe motivo d’affrettarsi: non poteva immaginare che la sorte gli stesse giocando il suo tiro più crudele. Appena giunto, nell’apprendere che si trattava di una donna che aveva tentato di suicidarsi, ebbe un sussulto e penso subito a Marta. Era lei infatti. Persuaso ormai d’averla esposta ad un sacrificio sproporzionato alle sue forze, fu preso da un’agitazione incontenibile e spero fervidamente che i medici la salvassero. Ma non ci fu nulla da fare: la pallottola aveva forato il polmone provocando una emorragia che non fu possibile arrestare.

Quando il parroco fu ammesso in sala operatoria, il corpo della donna non aveva più segni di vita: E parve a don Giacomo di esser lui solo, ormai, accanto a quel corpo, di soffrire lui solo per quanto era successo, di aver lui solo il diritto di piangere per Marta. E senti appunto nella gola il nodo d’un pianto, che certo si sarebbe trasformato in un fiotto di lagrime se appena avesse tentato di parlare (p. 160). La notte seguente fu in gran parte per don Giacomo d’una sofferenza immobile, quella sofferenza disperato su cui la volontà non può nulla e che solo si lascia sfiorare dal desiderio della morte. Riesaminando frequentemente se stesso e tutto l’accaduto, non appena si ridesto in lui la capacita di pensare, si consolo con una vaga speranza:
si disse che, se uno e tanto forte da perdere un altro, può forse espiare per un altro; e che forse per Marta non tutto era perduto, purché lui riuscisse a riparare ai propri errori, purché gli fosse dato di offrire in espiazione la propria opera e la propria sofferenza (p. 163).

Il primo atto di riparazione fu la decisione, presa per mortificare il proprio orgoglio, ” di seguire, come fosse un congiunto, il funerale, anche se la cosa non aveva senso, anche se o forse proprio perché poteva produrgli delle conseguenze ” (p. 163). La mattina dopo diede incarico al sagrestano di attendere ai preparativi per le esequie e nel pomeriggio, soltanto loro due, accompagnarono la salma al camposanto. Quando la bara fu deposta nella fossa, il custode attese un cenno del parroco per ricoprirla:
Ma don Giacomo non sapeva decidersi. A un tratto, quasi senza pensarci, si slacciò dal petto la croce che portava nascosta sotto la tonaca e la lasciò cadere sordamente sul coperchio della bara. Quel tonfo improvviso e profondo parve esaltarlo: e si mise in ginocchio e cominciò a pregare a voce alta e fervida, trascinando quasi dalle voci dei tre uomini che rispondevano alle sue parole (p. 167).

Si chiudeva così la drammatica vicenda di Marta. Quali strascichi penosi essa avesse nella coscienza di don Giacomo e impossibile non solo dirlo, ma neanche immaginarlo. A scuoterlo e riscattarlo dal tormento venne provvidenzialmente, qualche giorno dopo, una chiamata di don Paolo, vecchio titolare dell’antica canonica cittadina, il quale, non potendo lui più muoversi per la sua salute sempre più cagionevole, lo prego di passare ogni tanto da suo nipote paralitico, per alleviarne la sofferenza. Fu forse un pio pretesto del saggio prete per tentare di soccorrere l’ancor giovane parroco che si agitava in brutte acque? Certo e che la conversazione scivolo lentamente sulle responsabilità sacerdotali, sui dubbi e sui timori che ingrandiscono smisuratamente, sui mezzi e sui fini dell’agire e del pensare, fino a che don Giacomo non senti sciogliersi gli ultimi suggelli del proprio ritegno e gli espose, nelle linee essenziali, il ” caso ” che lo aveva tanto angustiato e le perplessità che ancora gliene scaturivano.

Il canonico, dopo averlo attentamente ascoltato, volle alla fine tranquillizzarlo con queste parole:
” Puoi avere sbagliato. può anche darsi che senza il tuo intervento molte cose sarebbero state diverse. In peggio o in meglio, chi sa? Ma chi può dirlo, questo? La grande forza del cristiano, quella che gli da energia e rassegnazione, sta nella certezza che nulla accade senza che qualcuno l’abbia permesso o quanto meno tollerato. Ricordi la storia di Abramo? Allora mi sorprendesti. Ma poi ci ho riflettuto: quel che ci conforta, anche di fronte al male, e pensare che Dio possa avere in vista dei fini che ci sfuggono. sarà un’illusione, una dimissione di responsabilità, ma questo comunque ci rassicura. Altrimenti, in mezzo alle mille tentazioni d’ogni giorno, ai mille dubbi, alle mille difficoltà, come potremmo più vivere? ” (pp. 178-79).
Don Giacomo torno a casa finalmente rasserenato. L’incontro fu davvero salutare per la sua coscienza, se da quel giorno prese a vedere le cose e gli uomini sotto una nuova luce d’interessi e di affetti.

La figura e la storia di Marta sembravano perdersi in una lontananza remota e lo lasciavano in una pacata indifferenza. Non si turbo nemmeno al pensiero di doverne nuovamente parlare col vescovo quando, alcuni giorni dopo, fu invitato a recarsi nella curia; anzi, strada facendo, la sua mente si rifugio in una ” immagine tremendamente rischiosa, ma troppo suggestiva, troppo consolante perché fosse capace di rigettarla: la luce, si disse, non rivelerebbe la sua presenza se un ostacolo, interrompendone il cammino, non s’illuminasse di essa: e allo stesso modo la grazia, dilatandosi senza fine, resterebbe inefficace e forse inutile se non trovasse nella natura dell’uomo, nei suoi affetti, nei suoi stessi difetti il luogo in cui manifestarsi ” (pp. 183-84). L’immagine e legata a doppio filo con le ultime parole di don Paolo e si può dire, dunque, che senza l’intervento del canonico la vicenda avrebbe avuto una ben diversa conclusione. A ben riflettere, su questo finale la dottrina esercita un peso un po’ eccessivo, in reciso contrasto con tutto il libero e drammatico sviluppo della vicenda.

Il lettore che si e lasciato trascinare unitamente a Marta e a don Giacomo dalle loro forze istintive di creature umane, si adagia malvolentieri a sorbire il ” sugo ” del libro concentrato, manzonianamente, nelle ultime pagine. Certo e, pero, che solo alla fine si riesce a chiarire e ad approfondire il significato che l’autore ha voluto conferire all’episodio iniziale, piccolo e banale in se stesso, eppure ricco di spunti emblematici, dell’uccello che era penetrato nella chiesa ed era rimasto prigioniero nel vuoto della cupola e che, dopo aver sbattuto le ali per un giorno e una notte freneticamente contro le vetrate dei finestroni alla vana ricerca dell’aria libera, spossato infine cade sul pavimento senza più speranza di vita. L’immagine di quell’uccello resta ben viva nella memoria sfogliando il libro e, se e piuttosto naturale accostarla alla tormentata esperienza di Marta, non e del tutto innaturale riferirla anche a quella del giovane parroco e, se vogliamo, al destino di ogni uomo che vada alla ricerca angustiante di una superiore liberta. Si che, in fondo, pare legittima la tesi di chi ha voluto vedere in tutto il romanzo una sottile vena giansenistica.

Ciò, ovviamente, non può costituirne un merito ne un demerito: e solo una doverosa constatazione che si fa per meglio inquadrare l’amara eppur consolante prospettiva entro cui si muove Pomilio uomo e scrittore. Quando apparve per la prima volta il romanzo, la critica non tardo a trovare più o meno sicure ascendenze spirituali e letterarie, prossime e remote: da Mauriac a Bernanos, su fino a Manzoni, a Port-Royal e a s. Agostino, giustificando i richiami ora sulla ricorrenza di certi motivi contenutistici, ora sull’affinità elettiva dei protagonisti con ben noti personaggi di certa tradizione nostrana e straniera, ora sulla somiglianza dello scandaglio psicologico e del rigore espressivo. Noi siamo del parere che questi e simili raffronti non siano impossibili, purtuttavia essi non aggiungono e non tolgono nulla all’opera di Pomilio, la quale possiede una sua inconfondibile fisianomia. La figura di Marta, ad esempio, non si presta a paragoni convincenti e resta, in ogni caso, uno dei personaggi più vivi e veri della narrativa contemporanea.

Lo stesso si può dire per don Giacomo, che vive e soffre in uno spazio umano ed estetico tutto suo, e finisce per arricchire, senza confondervisi, la già varia e complessa tipologia della figura sacerdotale nella letteratura moderna: egli non coincide con nessuno dei tipi riscontrati e analizzati, fra gli altri, dal dott. A. Winklhofer, dell’Università di Passavia, che ci parla del prete apostata, del tipo Vianney, del tipo Francesco di Sales, del tipo Sebastiano von Wedding. Don Giacomo non sembra proprio un prete uscito dalla invenzione di un artista, ad impersonare aprioristicamente un modello di vizio o di virtù; egli e piuttosto un buon pastore d’anime, cosciente dello scadimento del proprio ministero in pratiche formali, che si riconosce uomo nella debolezza delle passioni, soffre e si dispera nella momentanea assenza di Dio e lotta per riconquistarlo più durevolmente. R certamente un tipo di sacerdote non molto comune, ma non fuori della odierna comunità cristiana, e l’autore non ha dovuto frequentare questa o quella sagrestia per dipingerlo realisticamente, si potrebbe quasi dire ” sine ira et studio “, cosi come gli e riuscito di fare. L’uccello nella cupola e indubbiamente un romanzo pregevole, ben impostato e finemente condotto sul filo di due sconcertanti individualità.

Per essere un autentico capolavoro gli manca quel certo approfondimento dello sfondo storico-ambientale e quella corale compartecipazione degli uomini che sono sempre stati gli attributi peculiari delle opere veramente grandi. Lo stile e ora agile e piano, ora nervoso e scattante, a specchio del mutevole stato d’animo dei personaggi. La lingua e purissima.