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Comune di Bisegna

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Come già era avvenuto sul finire del Cinquecento, i nuovi briganti trovarono assai funzionale stabilire il loro campo d’azione presso i passi di montagna, senza però disdegnare gli assalti ai paesi, gli abitanti dei quali impararono presto a temere più le attenzioni di questi “difensori” che non quelle del comune nemico francese. A San Sebastiano e dintorni tornarono di moda le famose feritoie, micidiali accompagni delle bocche da fuoco. La notte del 15 novembre del 1801 una banda di otto persone attaccò Bisegna.

Dopo aver dato l’assalto al magazzino comunale i malviventi si diedero a battere il paese. Due briganti presero di mira la casa di Michele Di Giulio, un benestante, ma non riuscirono ad entrare. Per nulla intimoriti apprestarono davanti alla porta un mucchio di fascine e della paglia e, per compromettere la guardia comunale, sotto la minaccia delle armi gli ordinarono di appiccare il fuoco al loro comando. I due briganti incaricati di cercar legna commisero però la leggerezza di allontanarsi quel tanto che consenti a quest’ultimo di scappare; un terzo bandito vide un’ombra fuggire e gli sparò addosso. 

Gli altri briganti, credendo che a sparare fosse stato uno del paese, fecero fuoco a loro volta verso il punto da dove era partita la prima fucilata uccidendo invece uno dei loro compagni di razzia. Sentendosi scoperti e credendosi attaccati, i briganti fuggirono rinunciando alla scorreria. I Comuni, già provati dagli scarsi introiti, si videro gravare delle spese di mantenimento dei “birri” incaricati della custodia dei passi. Pescasseroli che nel suo tenimento aveva sette dei passi più pericolosi ( tra questi anche il passo di Campomizzo ), arrivò quasi alla bancarotta. La storia dei primi anni del secolo, anche nelle città abruzzesi, é segnata dalla presenza dei francesi. Nelle piazze vengono innalzati gli “Alberi della Libertà” e si festeggia il nuovo Re delle Due Sicilie, Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone I. 

Le amministrazioni cercano di adeguarsi al nuovo stile, diventa obbligatorio seppellire i morti nei cimiteri, diversi Ordini religiosi vengono soppressi e i loro beni confiscati. Molti libri dei monasteri servono a creare i primi fondi delle nuove biblioteche pubbliche. Si propagano mille fermenti anche se la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza il più delle volte restano sulla carta. Per Giovanni Grassi, Chierico di San Sebastiano, il secondo anno dell’Ottocento si consuma dietro la legittima speranza di venir promosso al sacerdozio e, considerando che San Sebastiano in quella data contava soltanto quattrocento abitanti, la meritata promozione appariva altamente improbabile in quanto, nella Terra di San Sebastiano già esercitavano sei sacerdoti. Per un settimo occorreva una deroga che soltanto il Re poteva concedere. 

E proprio al Re, il Chierico Giovanni Grassi si appellò: “Sacra Real Maestà Il Lettore Giovanni Grassi della Terra di San Sebastiano Diocesi de’ Marsi nella Provincia dell’Aquila prostrato al vostro Real Trono, ossequiosamente le rappresenta che dopo essere stato per sette anni nel Seminario Diocesano, pur essendo promosso al sacerdozio, nell’atto che credeva potesse essere aggraziato dal proprio Vescovo, questo ricusa promuoverlo, perché non trova il corrispondente numero delle anime a tenore del Real Dispaccio. Signore, la popolazione di San Sebastiano è composta di anime quattrocento, e di sei sacerdoti tutti inoltrati in età, e conseguentemente in gran parte impotenti a prestare alla chiesa li necessarj soccorsi. Si aggiunge ancora, che vi sono cinque chiese, ed una soltanto è situata dentro la Terra, le altre quattro sono fuora collocate nella distanza di circa mezzo miglio, ed in luoghi scabrosi.

Hanno esse varj pesi, e Messe in giorni determinati. Vi è la chiesa di San Sebastiano con le sue Messe determinate. Ed il SS. Calvario ha il peso di 130 Messe l’anno. Nella chiesa di Santa Maria di Loreto evvi una Messa la settimana nel giorno di sabato; nella chiesa ancora di Santa Maria delle Grazie debbono dirsi due Messe la settimana, una il sabato, e l’altra nel giorno di San Carlo; ed incontrandosi questo anche nel sabato, si priva il popolo in detto giorno per un intero anno di tre Messe nella chiesa Parrocchiale, con discapito della divozione de’ fedeli. Accade ancora che l’intemperie di alcune stagioni, la cadente età de’ sacerdoti, non permetta l’adempimento de’ pesi suddetti. Fin’ora non vi sono altri istradanti, né quelli che sieno abili ad istradarsi nella carriera Ecclesiastica. Percio l’Oratore sentendosi chiamato a questo stato, si prostra al Real Trono di Sua Maestà, che Iddio sempre feliciti, divotamente la supplica comandare, che corricorrendo nella di lui persona tutti li necessari requisiti, il proprio Vescovo lo promova alli Ordini, che il tutto riceverà a grazia, ut Deus. Io Giovanni Grassi espongo come sopra”. 

A sostegno della richiesta del giovane Chierico, accompagnano la supplica le testimonianze dei sindaci di San Sebastiano, Giuseppantonio Sforza e Francesco Grassi raccolte dal cancelliere Berardino Rosati e la certifica dell’Arciprete Francesco De Dominicis, tanto ricca di notizie da meritare una particolare attenzione: “Certifico io qui sottoscritto Arciprete Curato della Terra di San Sebastiano, come avendo con ogni diligenza tenuto i libri in cui sono registrati i viventi di questa popolazione, ho rilevato che il numero delle anime ascendono a quasi quattrocento. I sacerdoti sono nel numero di sei ma tutti in età avanzata e maturi d’anni. 

L’Arciprete è nell’età di sessantasette anni e di pochissima salute; Il Reverendo sacerdote Don Francesco Rosati è nella stessa età di sessantasette anni; Il Reverendo sacerdote Don Arcangelo d’Arcadia è nell’età di sessantasei anni; Il Reverendo sacerdote Don Giambattista d’Arcadia rattrovasi nell’età di sessantaquattro anni; Il Reverendo Sacerdote Don Giovanni Ubertini s’incamina per gl’anni cinquantasette; Il Reverendo sacerdote Don Vinceslao Grassi è nell’età di quarantaquattro anni; ne vi è altro che sia istradato o voglia istradarsi nello stato ecclesiastico fuorchè Giovanni Grassi. 

Onde non passerà gran tempo che la populazione sia priva de’ sacerdoti. I confessori sono in numero di quattro, ma due solamente frequentano il confessionale; In questa suddetta Terra vi sono cinque chiese, quattro delle quali fuori dell’abitato, e la Parrocchiale sita dentro l’abitato. In questa chiesa Parrocchiale vi sono quattro Canonici coll’obbligo d’applicare la Messa pro popolo in tutti i giorni festivi. 

Tengono ancora l’obbligo di celebrare due offici, due Messe Parate e una Cantata in ogni anno; nella suddetta chiesa Parrocchiale sono eretti alcuni benefici e sono i seguenti: Cappella sotto il titolo di San Michele Arcangelo fondata dalla famiglia Filippi coll’obligo d’una Messa la settimana; Cappella sotto il titolo di Santa Cattarina Vergine e Martire, eretta dalla famiglia Cici coll’obligo di una Messa la settimana ed una Messa Cantata nel giorno della Santa; Cappella sotto il titolo di Santa Maria del Carmine coll’obligo di trentasei Messe l’anno fondata dalla famiglia Amicheti; Cappella anche sotto il titolo di San Michele Arcangelo eretta dalla famiglia de Poggiali coll’obligo d’una Messa la settimana; Nella chiesa suddetta si trova eretta una cappellania laicale sotto il titolo di Sant’Antonio Abbate eretta dalla famiglia Rosati coll’obligo di una Messa la settimana e ventisette Messe infra annus; Nella chiesa di Santa Maria delle Grazie si trova eretto un beneficio sotto il titolo di Santa Maria di Costantinopoli eretto dalla famiglia Filippi coll’obligo di una Messa la settimana e detta chiesa è fuori dell’abitato; A’ella chiesa di Santa Maria Lauretana distante dall’abitato trova eretta una cappellania laica delli signori Arcadj coll’obligo d’una Messa la settimana e dodeci Messe infra annus; Nella chiesa di Santa Croce ( il Calvario n.d.r. ), molto distante dall’abitato vi è eretta una Cappellania laicale della famiglia Berardini coll’obligo di centotrenta Messe l’anno; Tutto il Capitolo è tenuto in ogn’anno celebrare dieci offici coll’applicazione di tutte le Messe, una Messa Parata, e quattro Messe Cantate e cinquantasette Messe lette e tuttoccio si rileva dalla tabella che si conserva in questa chiesa Parrocchiale, che per essere la verità pro sotto il presente certificato scritto, esatto di mio proprio carattere e rabborrato col suggello della Cura ed in fede; San Sebastiano 30 giugno 1802 Io don Francesco Arciprete de Dominicis certifico come sopra “.

Anche il Vescovo fa la parte sua e scrive al Re sostenendo la promozione a sacerdote di due Chierici, Giovanni Grassi della Terra di San Sebastiano de’ Marsi e dell’accolito Gio. Battista Bisegna di Collelongo. Dal tono della lettera del Vescovo si intuisce chiaramente il disegno concordato con i richiedenti e il desiderio del presule di risolvere al meglio le due questioni. Alla fine il problema dell’esiguo numero di abitanti, verrà superato dal Re il quale, magnanimamente, concederà l’attesa deroga e San Sebastiano, almeno nel numero dei sacerdoti, tornerà agli antichi splendori. Quattro anni dopo il Canonico Don Arcangelo d’Arcadia, su richiesta, invia al Vescovo la seguente nota sui “Projetti” o trovatelli di San Sebastiano: “Per esecuzione de veneratissimi comandi di Vostra Signoria Illustrissima e Reverendissima, nonchè de’ Sovrani ordini, accendo pieno conto di questo riparto, sull’esistenza de’ Projetti ho rilevato che né a San Sebastiano, né a Bisegna ve ne sono di sorta alcuna.

Ad Aschi fu trovata nella Rota alli 24 novembre 1803 una bambina che fu mandata in Ofena alla nutrice, esiste e viene sostenuta dall’Università d’Aschi, come rileverà dal certificato dell’Economo Canonico don Costanzo che gli accludo. In Ortona poi, oltre quella descritta, vi sono altri cinque projetti, che sono sostenuti dall’ospedale San Nicola di Pescina dell’età come del certificato. Attendo l’onore d’altri venerati comandi, ed implorando la Santa Pastorale Benedizione, con pienezza di stima ed ossequio, passo umilmente a baciarvi il lembo della vostra vesta e rassegnarmi L’umilissimo devotissimo servo e suddito amoroso Don Arcangelo d’Arcadia. San Sebastiano 1806″. Nello stesso anno l’Abruzzo si appresta a vivere un altro periodo di confusi ideali. 

Il 7 febbraio sette divisioni dell’esercito francese mettono in fuga i napoletani nelle Calabrie e la Corte torna a rifugiarsi in Sicilia. Cade anche la fortezza di Civitella del Tronto e tutta la regione passa in mano ai francesi. In nome della razionalità il nuovo regime mette mano a due riforme che incideranno in maniera determinante sulla vita della regione: l’abolizione dei feudi e le locazioni perpetue delle Regie Terre del Tavoliere delle Puglie. A seguito della prima riforma l’Abruzzo viene diviso in tre Abruzzi con tre capitali: L’Aquila, Teramo e Chieti, ciascuna provincia è divisa in distretti e questi a loro volta sono divisi in circondari.

La locazione perpetua delle terre del Tavoliere consente ad un certo numero di affittuari di accaparrarsi grandi appezzamenti di terra che subito dissodano. Il terreno conquistato all’agricoltura, ovviamente viene tolto alla pastorizia, cosi il costo dei pascoli aumenta sensibilmente mettendo in ginocchio gli allevatori abruzzesi molti dei quali nel giro di pochi anni dimezzano i capi di loro proprietà. Nel 1834 Bisegna e San Sebastiano portavano alle Puglie 2.300 pecore; circa quarant’anni dopo, nel 1875, i due paesi contavano poco più di 400 capi tra pecore e capre. Di contro la popolazione era passata dai 947 abitanti del 1830 ai 1353 del 1871. Tornando dai numeri alla “rivoluzione” delle istituzioni, tra le altre dirompenti novità del regime, quelle che più colpiscono riguardano l’abolizione degli Ordini religiosi, la confisca dei beni assegnati a chiese e monasteri, la scuola primaria resa pubblica e obbligatoria, la costruzione delle strade e quella, non meno importante, dei cimiteri. 

Cade cosi anche il diritto di sepoltura che vantano i sacerdoti della chiesa di San Sebastiano, ancora chiesa sepolcrale, su quelli della chiesa di San Pancrazio. In mezzo a tutto questo fervore, sostenuto dal Re in esilio, riesplode il brigantaggio come agli inizi del ‘600. Al posto di Sciarra c’è Michele Pezza, l’inafferrabile “Fra’ diavolo” il quale, emulando lo Sciarra, sconfitto a Sora frazionà i suoi 1500 uomini in tanti drappelli al comando dei quali mise suoi fedelissimi con l’obbligo per questi di farsi chiamare “Fra’ diavolo”. Nell’alta Marsica, nemesi storica, spadroneggiava un ex prete, Padre Domizio Iacobucci, il quale, rialzato il vessillo dei Borboni, combatteva i francesi nemici della chiesa senza disdegnare qualche esproprio brigantesco ai danni dell’inerme popolazione. 

Anche lui però, come aveva fatto il sacerdote-brigante Baldassarre Quatraro nei primi anni del ‘600, vista la mala parata si arrese. La Carboneria, intanto, si organizzava in attesa di tempi più propizi che non si fecero attendere troppo. La disastrosa campagna di Russia segnava anche le sorti di Gioacchino Murat il quale, sconfitto a Castel di Sangro, partiva in esilio. Qualche anno di confusione, poi quando la gendarmeria ripristinà l’ordine, tutto, più o meno, tornà come prima: il clero risarcito, la borghesia premiata, e ai contadini le promesse delle terre demaniali; per molti di loro, perà, qualcosa era cambiato: il padrone. I Carbonari della Marsica uscirono allo scoperto il l’ luglio del 1820, a Pescasseroli, con don Pietrantonio Sipari; ad Avezzano la “vendita” fu fondata il 26 dello stesso mese; ad Ortona dei Marsi la vendita Poppedio Silone contava ben 123 iscritti. 

Bibliografia

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Tratto dal libro Il Paese della memoria
( Testi a cura del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta )

Non si hanno notizie di elementi di San Sebastiano iscritti alla Carboneria ma, molto probabilmente, se c’erano erano confluiti nella rivendita di Ortona. Sostenitori del regime costituzionale furono il sacerdote Don Francesco Buccella di Ortona dei Marsi e Don Generoso Saltarelli di Pescasseroli. Nella stessa Sperone si contavano tre Carbonari. Anche nella Carboneria, comunque, come testimonia uno scritto del Pepe, i capi erano i “cittadini più ragguardevoli e più agiati delle loro provincie”. Anche il famoso ’48 passà su San Sebastiano senza lasciare visibili tracce; dopo la rivolta che aveva infiammato gran parte del regno, molti Comuni, e tra questi Bisegna, inviarono a Napoli una deliberazione per tornare sotto il dominio assoluto del Re. A dire il vero anche Avezzano, roccaforte carbonara, già nel 1849 si era affrettata ad inviare a Napoli una petizione firmata da 141 cittadini che chiedevano di ritornare “…come veri Cristiani sotto il giusto governo monarchico assoluto”; un mese dopo lo stesso consiglio comunale avezzanese chiedeva al Re di “abolire il fatale statuto costituzionale … facendoci ritornare sotto la paternale Monarchia assoluta”. Il Giornale Costituzionale dell’Intendenza apriva il suo numero di sabato 10 giugno 1848 con un articolo intitolato Offerte Patrie: 

“Anche in Bisegna, Pescina e Ortona a Marsi si è fatta bella mostra di virtù cittadine nell’avere con graziose profferte molti di que’ cittadini aggiunto somme pel mantenimento di quelle truppe le quali, tenendo in pregio l’onor nostro messo sempre in pericolo ed in vendita. Essi combattono con eroica perseveranza nei piani di Lombardia, e fan tributo di loro vita alla Patria per cogliere il vanto di aver dato mano a far rivivere la Regina delle nazioni, ed infiammati di energico ardire affrontan la morte per l’indipendenza d’Italia e a difesa della libertà de’ fratelli. Mi è gradevole notare qui in pié lo specchio delle somme le quali saranno pagate a rate mensuali da contarsi dal 15 dello scorso maggio in poi”. 

Segue lo “specchietto” che comprende i seguenti nomi e la relativa cifra versata: “Vincenzo D’Arcangelo 1,20; Rocco Di Giulio 1,20; Rosato Sforza 1,20; Modesto Berardini 1,20; Pietro Di Giulio 0,60; Pietrantonio Berardini 0,60; Francesco Saverio Conti 0,20; Francesco Di Mattia 0,20; Felice Conti 0,40; Rocco Di Giacomo 0,70; Angelo Di Pietro 0,20; Bernardo Grassi 0,80; Pasquale Di Giacomo 0,30”. Intanto il Re emana il decreto per la leva ordinaria del 1849; Bisegna e San Sebastiano contano 1064 abitanti e sono obbligati a fornire al contingente tre soldati. Uno in più di quanti ne pretendeva Re Ruggero II nel 1150 per la seconda Santa Crociata. Gli sconvolgimenti del ’48 e più ancora i costi e gli imprevisti, avevano bloccato per l’ennesima volta il tentativo di prosciugamento del Fucino. Il lago, come ai tempi di Claudio, aveva resistito anche all’attacco della Compagnia Anonima Napoletana costituita per affrontare l’impresa dal francese Thomas d’Agiout e da Alessandro Torlonia. Da quel fallimento, si puà dire, nacquero le condizioni ideali per il definitivo prosciugamento del Fucino portato a termine dal Torlonia nel giugno del 1875 quando l’acqua scomparve anche dalle parti più basse dell’invaso. Gli anni che videro decrescere l’acqua del lago furono movimentati da una frenetica voglia di “fare”. 

La sola idea di quanta economia potessero muovere le terre strappate alle acque, portà le amministrazioni locali ad affrontare problemi irrisolti da secoli. Primo tra tutti quello viario. Nel 1855 entrà in esercizio la Avezzano-Sora che facilità il collegamento con la Campania. La strada che collegava Bisegna e San Sebastiano a Ortona dei Marsi, era poco più che una carrareccia, tanto che il Comune già nel 1836 aveva fatto fare un preventivo di spesa all’architetto Rosario Baldi, lo stesso che, come vedremo più avanti, si occupò della costruzione della fontana dei “Mammuocce”. Prendendo in esame il tratto di strada l’architetto Baldi osserva: 

“Essendo quindi passato ad esaminare la strada che conduce da San Sebastiano ad Ortona de’ Marsi e propriamente nel locale detto Case di Valle, la medesima è impratticabile nei tempi d’inverno, tanto per le acque che si ristagnano sopra di essa, quanto per la fanga che vi si forma, ed una maggior parte de’ bestiami, passando sopra di essa restano infangati da non poterci riuscire, e percio la strada suddetta si deve alzare di palmo uno e mezzo, con la terra che si cava dai fossi laterali e di lunghezza palmi 800, larga palmi 12, sono palmi 14.400”. Il costo dell’opera portata a termine dai due soci responsabili della stessa ditta che costrui la fontana, fu di Ducati 50,62. Nel 1862, il consigliere provinciale Francesco Saverio Sipari propose al consiglio dell’ente la costruzione della “Strada Consortile del Sangro-Giovenco”, 

unica via di comunicazione possibile per strappare dall’isolamento il Comune di Bisegna e dare all’appodiato di San Sebastiano la spinta necessaria per far crescere e prosperare la sua “officina siderurgica”. Fieri avversari del progetto, gli amministratori di Gioja ai quali il presentatore della proposta non risparmia critiche: “II Comune di Gioja, per vero dire, non esiste, conciossiacché la popolazione, da oltre un mezzo secolo, abbandonando la prisca montuosa dimora, ha fermata sua stanza in Menafurno, nella Marsica piana, e sulle rive del Fucino, e appena pochi giorni in fra l’anno, per raccorre le messi, si radduce a Gioja, cosicchè il vero comune è Menafurno “. La Ferriera di San Sebastiano, della quale parleremo in un capitolo a parte, secondo il relatore sarebbe la carta vincente per la battaglia della strada che “…avrebbe i suoi due termini in Castel di Sangro e Pescina, ambedue frequenti per settimanali mercati, e per ricche Fiere ripetute infra l’anno, cosicchè verrebbe a stabilirsi come una corrente d’interessi tendenti a rialzare la condizione materiale dei Comuni intermedi”. 

I problemi della decrescente pastorizia uniti a quelli della Ferriera fanno pendere la bilancia dalla parte di San Sebastiano dove: “…da molti anni sorgeva un’officina siderurgica, rimasta ora misera e inerta per mancanza di uno sbocco, malgrado fosse ricca ad esuberanza di acque minerali, e combustibile, nè si dica che facesse difetto il capitale, perchè questo accorre dov’è guadagno, ed il ferro é una materia di prima necessità”. Francesco Saverio Sipari, politico di razza, crede fermamente nel progetto che tra l’altro favorirebbe Pescasseroli, suo paese natale, più legato per interessi di transumanza a Bisegna, San Sebastiano e Ortona che non a Manaforno. Doveva essere un’inimicizia atavica e tramandabile per via ereditaria, tanto è vero che Benedetto Croce, nipote di Francesco Saverio Sipari, nella sua Storia di Pescasseroli scrive: “se è vero che per legge storica ( come voleva Giuseppe Ferrari ) ogni nazione, ogni popolo, ogni Stato debba avere la propria antitesi in un’altra nazione, popolo e Stato col quale litigando attraversa i secoli, anche Pescasseroli ebbe questa antitesi e ha attraversato i secoli osteggiando, ingiuriando e beffeggiando Gioia dei Marsi che, come è ben da pensare, l’ha ricambiata e la ricambia di pari moneta”. 

Il percorso proposto da Sipari ricalca esattamente quello attuale che lega Pescina a Bisegna passando per Ortona dei Marsi e San Sebastiano: “La strada per cui è invocato il Consorzio, giunta nel luogo detto Campomizzi, dove il Sangro parte il tenimento di Menafurno da Pescasseroli, rompe in un bivio, o di passare pel deserto abitato di Gioja, o scendere alla Valle del Giovenco, tagliando i Comuni di Bisegne San Sebastiano e di Ortona ai Marsi. (…) Si avvantaggerebbero i Comuni di Ortona e Bisegne e l’appodiato di San Sebastiano, che per questo solo mezzo possono sperare la ruota nella loro vallata, e si renderebbe fruttifero un capitale di oltre 200 mila lire, gittate a perditempo negli alti fornelli della Ferriera Marsicana così ricca di materie grezze e primitive. E nulla si toglierebbe ai Comuni di Lecce e Menafurno, che hanno altre più spedite ed agevoli vie”. Passeranno molti altri anni ma la strada del Giovenco si farà anche se, quando verrà inaugurata, la Ferriera avrà già chiuso i battenti da un bel pezzo. La proposta Sipari divisa in cinque punti qualificanti, prevedeva:
1) un consorzio tra i Comuni di Castel di Sangro, Scontrone, Alfedena, Barrea, Civitella, Villetta, Opi, Pescasseroli, Bisegna-San Sebastiano, Ortona dei Marsi e Pescina; 
2) la divisione dei costi tra i suddetti Comuni in ragione del beneficio ottenuto; 
3) l’unificazione dei sussidi riconosciuti dalla Provincia ai singoli Comuni interessati; 
4) la redazione di un unico progetto per tutti i lavori che partendo dal ponte della Zittola in Castel di Sangro si concludesse al ponte sul Giovenco di Pescina; 
5) la decisione di un unico appalto per l’intero ammontare dei lavori. 
Il documento presentato al Consiglio Provinciale è datato l’ marzo 1862. 

Sul ponte della Zittola nell’ottobre del 1860 transitarono Vittorio Emanuele II e il generale Cialdini diretti allo storico incontro con Garibaldi a Teano. Domati gli ultimi focolai borbonici l’Abruzzo entrava nell’Italia unita anche se, nell’alta Marsica e ai confini con lo Stato della Chiesa, bande di Briganti sostenute dai borbonici davano filo da torcere ai piemontesi. La banda Palozzi, il 22 maggio del 1864, diede l’assalto alla piccola guarnigione della Guardia Nazionale di Bisegna impadronendosi dei fucili delle guardie e strappando le bandiere e gli emblemi rivoluzionari. Per combattere efficacemente il brigantaggio in Abruzzo, Francesco Sipari, lancià una provocatoria proposta: dare ai briganti le terre espropriate alla Chiesa; un lungo discorso che in sintesi si poteva riassumere cosi: per togliere il fucile dalle mani di costoro bastano terra e lavoro. 

Le sue idee sul brigantaggio il latifondista illuminato Francesco Sipari le aveva già espresse in precedenza: “.. in fondo, nella sua idea bruta, il brigantaggio non è che il progresso, o, temperando la crudezza della parola, il desiderio del meglio. Certo, la via è scellerata, il modo è iniquo e infame (…). Ma il brigantaggio non è che miseria, e miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori del caduto dominio e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare”. Era lo stesso Sipari, zio prediletto di Benedetto Croce, che in difesa dei contadini dell’alta Marsica diceva: “Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento: non possiede che un metro di terra, in comune, al camposanto”. 

Sul finire del secolo la vita a San Sebastiano proseguiva priva di sussulti. La grande storia le era passata sopra senza lasciare apparenti tracce di evidenti mutamenti. La caduta e il ritorno del re di Napoli, il periodo francese, l’abolizione degli Ordini religiosi, l’espropriazione dei beni della Chiesa, l’Albero della Libertà, la definitiva sconfitta dei Borboni, la presa di Roma, la “Breccia di Porta Pia”, l’unità d’Italia non lasciarono segni concreti del loro passaggio nel tessuto storico di questo piccolo centro che, se avrà pur dato come sembra probabile qualche figlio alla causa, non ha tenuta debita nota neppure di questo. Figuriamoci del resto. 

Tutti questi fermenti, però, qualche cambiamento dovevano pur averlo portato, almeno nei costumi. Ne troviamo testimonianza in un documento del 1888: una nota informativa, richiesta dal Vescovo all’Arciprete Sebastiano Grassi, sul comportamento scandaloso di due promessi sposi: San Sebastiano 6 novembre 1888. Eccellenza Reverendissima, Rispondo alla Vostra pregiatissima dei tre corrente sul conto di Titino Zauri e vi dico che lo stesso nella scorsa stagione estiva è stato qui per fare fornaci di calce, ed insieme alle altre donne che andavano a giornata al carigio delle picche, portava la sposa, con la quale conversava scandalosamente, con grande ammirazione di tutte le altre donne che ivi stavano: la sera poi si ritirava nella casa della sua sposa ove non vi era né il padre, né la madre, essendo questa morta ed il padre in servizio in paese forestiero, e solo stava in casa una sorella di minore età che ha del fatuismo “.

Il fatto suscità una mormorazione generale per tutto il paese, tanto che il sacerdote, con l’aiuto delle pie donne, cercà di porre riparo alla scandalosa situazione ma, quando credeva di aver risolto lo spinoso problema, le cose si complicarono a tal punto da sfuggirgli di mano. L’intervento del Vescovo, sollecitato da personaggi esterni, arrivà perà quando non c’era più nulla da fare. E l’Arciprete ne dava notizia: “…nella fine di settembre mi si presento la detta sposa con la sorella dello sposo dicendomi che gli avesse fatte le pubblicazioni in chiesa, portando la gallina ( per essere questo l’uso del paese ), ed io puntualmente le adempii. Al primo del corrente mi si presentà lo sposo per avere il processo del matrimonio che gli consegnai, e mi dette i diritti in lire tre: quindi gli domandai quando voleva sposare in chiesa, e mi rispose che avrebbe sposato sabato scorso, invece poi il sabato valdernane se ne parti con la sposa tutti e due soli senza compagnia alcuna. In quanto poi alla Messa niuna parola vi fu tra me e lui. Ecco quanto posso dirvi sul conto di Zauri, sebbene in paese corra qualche altra voce… “.

Di quali voci corressero non si hanno notizie. L’Arciprete, invece, approfitta dell’occasione per accludere all’informativa richiesta dal Vescovo una nota di vita concreta della parrocchia che, anche in quegli anni, economicamente non se la passava bene. Infatti, dopo aver assicurato il Vescovo di aver fatto un cornicione lungo la facciata del lato sinistro e di aver restaurato alla meglio i tetti della chiesa della Madonna delle Grazie, passa a battere cassa… “Ora mi sono rimasti i tetti della chiesa seppulcrale, cosi detta di San Sebastiano, che in parte stanno scoverti del tutto, e non ho potuto mettervi mano per mancanza di mezzi, avendo dovuto spendere molto per la chiesa Parrocchiale. Mi raccomando a’Eccellenza Vostra onde mi facciate il favore ottenermi le spese di culto, ed allora posso restaurare i tetti dell’ultima chiesa cennata, e mantenere la lampada accesa al Sacramento, diversamente non avrei come rimediare, non avendo questa Parrocchia rendita alcuna.

Chiedendovi la Pastorale benedizione vi bacio il sacro anello”. Questa nota, per vie indirette, ci fornisce una notizia nuova: nonostante le rigorose leggi napoleoniche sul divieto di seppellire i morti nelle chiese ( leggi ribadite dai rientranti Borboni e mantenute dai governanti dell’Italia unita ), la chiesetta di San Sebastiano nel 1888 veniva ancora utilizzata come chiesa sepolcrale.

Testi tratti dal libro Il Paese della memoria
( Testi del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta )

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L'ottocento

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