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L’orso bruno marsicano oltre i confini del Parco, PNALM: “Un segnale di espansione, di equilibrio, di speranza e non di allarme”

Conclusa la prima fase di monitoraggio genetico dell'orso bruno marsicano
Foto: PNALM

Abruzzo – Negli ultimi tempi, diverse testate giornalistiche e post social hanno riportato avvistamenti di orso bruno marsicano in aree ben lontane dalla cosiddetta “core area” del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Parliamo di località come Torre in Sabina (RI) e Roccamonfina (CE), che non sono esattamente dietro l’angolo, rispetto l’area solitamente frequentata dal plantigrado. Le reazioni? Quelle di sempre.

I sindaci pubblicano comunicati che invitano alla prudenza e al rispetto delle regole di convivenza. E come biasimarli? L’orso bruno marsicano non è proprio un habitué di quelle zone, e la novità genera curiosità, ma anche timore.

Prima di tutto, va detto: ogni segnalazione va verificata. Non tutto ciò che è “grosso e peloso” è necessariamente un orso. Ma una domanda sorge spontanea: perché alcuni orsi si spingono così lontano? Una domanda per cui trovare la risposta, in realtà semplice, per molti è quasi impossibile: perché noi ragioniamo da umani.

Per un orso, percorrere 20–30 km in un giorno è routine. Torre in Sabina e Roccamonfina, in linea d’aria, non sono poi così distanti dall’Alta Valle del Volturno o dalla Marsica.

Quindi, per lui, non è affatto un viaggio epico ma poco più di una passeggiata. Le mappe storiche ci raccontano che l’areale dell’orso bruno marsicano un tempo si estendeva su 10.000–20.000 km² lungo tutta la dorsale appenninica, fino a lambire città come Tivoli, Benevento, Urbino e Perugia. Altro che “core area”: era un impero!

Se confermato l’avvistamento a Roccamonfina (quello di Torre in Sabina è già stato immortalato da una fototrappola), siamo di fronte a una testimonianza preziosa: l’orso bruno marsicano si muove, esplora, cerca nuovi territori. E no, non è una fuga disperata per fame o paura.

È biologia, è meraviglia pura, quella che solo la Natura sa regalarci. Nella maggior parte dei casi, si tratta di giovani maschi in dispersione.

Un comportamento naturale che indica che l’areale storico potrebbe aver raggiunto la sua capacità portante. La specie, insomma, sta facendo ciò che la natura le ha insegnato: espandersi, colonizzare, sopravvivere.

E chi meglio di noi può capirlo? Siamo la specie che ha colonizzato ogni angolo del pianeta, persino quelli dove era la stessa natura a non volerci!

Il futuro dell’orso dipende anche da questo lento e delicato processo di espansione, e dalla capacità delle Istituzioni e delle comunità locali di favorire una coesistenza equilibrata.

Non si tratta di tolleranza: si tratta di lungimiranza. Eppure, titoli come “Allarme a Roccamonfina” o post dai toni surreali per un’orsa con tre cuccioli che ha fatto danni in un pollaio a Palena (sì, nel Parco Nazionale della Maiella, zona di espansione da anni) ci ricordano che la narrazione non aiuta la cultura della conservazione, anzi in molti casi è disastrosa: “È pericoloso, non uscite di casa”.

L’orso non è un mostro. È un indicatore ecologico, un segnale di biodiversità, di equilibrio, di speranza. Se lo vedete, non fatevi prendere dal panico. Fatevi una domanda: quanto è fortunata questa terra ad ospitarlo?

Fonte: Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise

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