L’opera musicale italiana in Francia

Giulio Mazzarino ha legato il suo nome anche alla storia della musica. Sappiamo bene che egli non era un musicista, come non era un uomo di lettere o di pensiero. Ma l’amore per la musica in lui era profondo e le corti principesche, frequentate nella prima gioventù a Roma e poi in gran parte d’Italia, in occasione degli incarichi diplomatici, avevano educato la sua sensibilità all’arte, che proprio in quegli anni, e in Italia soprattutto, riceveva potenti impulsi creativi di rinnovamento e di arricchimento.

A Roma, a Venezia, a Mantova, a Firenze con il mecenatismo dei prìncipi, sommi artisti – come Monteverdi, Rinuccini, Manelli, Peri – inventavano il melodramma: una forma d’arte in cui con la musica si fondevano il teatro, la poesia, la scenografia, la tecnica dei macchinari, mito, storia, psicologia, romanzo. Mazzarino, che abbiamo visto aperto a tutte le novità della cultura e dell’arte, si lasciò prendere da questa nuova invenzione musicale, che riusciva ad esprimere un mondo complesso e articolato di sentimenti e di passioni, echeggianti in perfetta sintonia nell’animo suo.

Il melodramma, però, per essere realizzato aveva bisogno di grandi mezzi economici e di notevoli spazi, per cui solo presso le corti principesche era possibile organizzarne la rappresentazione. Ora Mazzarino possedeva le possibilità economiche e aveva a disposizione nientemeno che la corte di Francia. Immediatamente egli pensò di portare anche nella sua patria adottiva la musica nuova, che aveva entusiasmato la sua gioventù.

In Francia il gusto per l’arte musicale non era inferiore a quello dell’Italia, ma ai musicisti francesi era mancata la potenza creativa del Rinascimento, che continuava a ispirare i musicisti italiani del Seicento. La forma preferita alla corte di Luigi XIII e di Luigi XIV rimaneva il « balletto », messo sulla scena per la prima volta nel 1581 al Louvre dal violinista piemontese Baltazarini e al cui sviluppo avevano contribuito all’inizio del Seicento Ottavio Rinuccini e jacopo Peri. Mazzarino, fin dai primi anni della sua entrata a corte, aveva pensato di portare in Francia il nuovo spettacolo musicale. che tanto successo riscuoteva in Italia. In ciò trovava un appoggio incondizionato ed entusiasta nella regina Anna, che amava la musica e il teatro italiano intensamente; e crediamo non azzardato ritenere un omaggio particolarmente accetto alla reggente quello che il primo Ministro le offriva con queste iniziative.
Già nell’anno 1642 Mazzarino aveva chiamato in Francia e portato a corte una compagnia di artisti italiani.

Il 28 febbraio 1645 al Palazzo Reale venne messa in scena una prima opera musicale, di cui si è perduta la partitura, Nicandro e Filemone, pastorale in tre atti di anonimo. Intanto nell’anno precedente era stata chiamata da Mazzarino la cantante Leonora Borroni, la quale riportava, insieme con altri cantanti venuti da Roma, grossi successi. Gli attori di teatro non vollero essere da meno dei colleghi cantanti e sollecitarono la regina per poter anch’essi dare uno spettacolo in musica. Fu così che nel dicembre del 1645 al teatro Petit-Bourbon fu rappresentata La finta pazza di Strozzi. ridotta in musica e arricchita di intermezzi comici e di balletti animati dal Balbi. Le scene furono curate dal Torrelli, un vero ingegnere dei meccanismi scenici, anch’egli venuto dall’Italia.

Nonostante questi successi, però, Mazzarino non era ancora riuscito a far presentare una « commedia musicale » vera e propria. Gli fu possibile solo nel 1647. Con l’appoggio del cardinale Antonio Barberini, egli fece venire da Roma il maestro Luigi Rossi, il quale su un testo piuttosto mediocre dell’abate Buti, segretario del Barberini, compose un pregevole lavoro musicale, l’Orfeo, che andò in scena il 2 marzo. Primadonna fu la cantante Margheríta Costa, che era pure poetessa e musicista, e divenne dama di corte di Anna d’Austria. La Costa compose anche un balletto che dedicò a Mazzarino.

La rappresentazione dell’Orfeo è rimasta una data fondamentale per la diffusione dell’opera italiana in Francia e in Europa. Durante la rappresentazione di quest’opera i macchinari scenici all’italiana fecero una grande impressione, tanto che se ne scrissero perfino trattati, e furono usati negli anni seguenti per altre rappresentazioni. Ancora nel 1650, in piena crisi frondista, quei macchinari furono rispolverati per mettere in scena l’Andromeda di Corneille.