Lingua e dialetti

Sarebbe gravemente manchevole questo profilo di Mario Pomilio romanziere e critico militante, se non si accennasse ad un altro tema che lo ha visto pure estremamente impegnato negli ultimi anni: la questione della lingua, rinata intorno al ’60 con più vigore che mai, a causa degli sperimentalismi stilistici di certi neorealisti e poi neoavanguardisti.

E un tema, questo, non puramente formale per Pomilio, ma anch’esso saldamente ancorato, come si vedrà, al discorso generale e fondamentale sull’uomo. ciò si comprende subito quando Pomilio si rifiuta di credere, con Pasolini, ” che la lingua non e che un mezzo ” e, con Moravia, che l’adozione del gergo dialettale nella narrativa italiana sarebbe ” il sintomo della disgregazione della borghesia “, ” la misura della frattura che s’e creata tra la classe popolare e quella dirigente “. Contro l’uno e l’altro, con argomentazioni stringentissime, Pomilio riesce a dimostrare che il linguaggio, sia nelle forme dialettali che in que’lle letterarie, non può avere un valore puramente strumentale ne, tanto meno, classista.

Egli scrive in proposito:
E troppo facile, ma anche troppo rischioso, dimenticarsi delle origini storiche dei nostri dialetti, i quali, proprio in quanto normali sviluppi del latino, hanno valore e struttura di lingue organiche e autonome, di strumenti espressivi totali e cosi caratterizzati, che la differenza che passa, poniamo, tra il toscano e il castigliano e, a conti fatti, forse minore di quella che passa tra il piemontese e il siciliano. E proprio perché strumenti organici e autosufficienti e sorti da una lingua quale la latina, strutturalmente completa, hanno sempre potuto, dall’alto al basso, servire ai bisogni di tutti gli strati sociali e sono stati perciò, storicamente, il mezzo espressivo mai d’una classe, ma sempre d’una comunità”.

E cita, a questo punto, ” il nobile e lombardo ” Manzoni, che nella Lettera al Carena chiamava i dialetti vere e proprie lingue con cui ” la società […] dice tutto quel poco o molto che dice “; e aggiunge, facendo il balzo d’un secolo e in un campo diametralmente opposto, il marxista Stalin, che in un articolo del ’50 sosteneva che la lingua ” e stata creata non da una classe, ma da tutta la società, da tutte le classi “. Riaffermato cosi il carattere storico e sociale del linguaggio, Pomilio rileva che il rimescolio oggi in atto nel nostro paese, a differenza di quel che avviene in America, tra i dialetti e la lingua letteraria, denota nel suo fondo uno spirito decisamente unificante e ascensionale, che porta alla ricerca e all’uso di una sorta di ” koine ” nazionale, la cui elaborazione non e soltanto frutto delle classi burocratiche, ma anche di quelle popolari.

Tale fenomeno dovrebbe riproporre il problema di quel linguaggio di tipo nazional-popolare ipotizzato da Gramsci, o altrimenti, di quella ” parità di linguaggio tra gli scrittori e la nazione ” cui pensava Leopardi quando discuteva d’uno strumento di comunicazione ” adatto alla universalità ” e in cui ” il linguaggio degli scrittori nulla o poco differisse dal familiare e comune alla nazione ” E invece, lungi dall’approdare a soluzioni nazional-papolari, gli attuali tentativi d’innesto diretto dei dialetti nella lingua si rivelano aristocratici ed antipopolari nella misura in cui implicano, da parte del lettore, e in ispecie del lettore meno addottrinato e addestrato, uno sforzo per destreggiarsi tra due strati linguistici diversi […]. Col risultato che al popolano di Roma o di Napoli sarà facile, poniamo, ritrovarsi di fronte a una pagina del Belli o di Di Giacomo […]; mentre gli sarà assai più difficile corrispondere alle proposte d’un discorso bilingue, dove il prelievo dialettale e opera d’una scelta, un criterio del gusto d’uno scrittore che, comunque, pensa prima in lingua letteraria (come ammette lo stesso Pasolini) ed esige quindi dal lettore un lavoro implicito di traduzione, un’operazione mediata e, in ultima analisi, una mentalità da iniziato “.

Una soluzione cosi artificiosa ei fa ricordare ‘l’analogo risultato conseguito, sia pure con procedimento inverso, da quegli scrittori del ‘500 che, modellando il volgare sul latino, determinarono un’insanabile frattura tra l’italiano scritto e il parlato, smarrendo ” la grande lezione di linguaggio nazionalpopolare offerta da Dante nella Divina Commedia “. E qui Pomilio, con frequenti richiami al De vulgari eloquentia e al Convivio, dimostra come il sommo poeta fosse mosso da una profonda coscienza teorico-pratica del problema linguistico, la quale ancora oggi può darci utilissimi insegnamenti. Infatti se Dante accetta il popolaresco, l’idiomatico, il parlato, il familiare con un coraggio e un’estensione da far invidia ai più avanzati tra i dialettali del nostro tempo, l’essenza del processo da lui messo in atto e il segreto, anche, dei suoi risultati, consiste nel non perdere mai di vista le esigenze e le misure di quel linguaggio cardinale da cui aveva preso le mosse […].

A dirla altrimenti, egli si sforzo si, di riassorbire nel suo linguaggio tutto un fondo idiomatico, popolaresco, familiare, ma in modo tale, che l’amalgama non fosse in alcun modo visibile, che fosse rispettato il “senso” d’un volgare che egli vedeva ormai in atto su un piano superregionale e nazionale, che dialettalità e popolarità fossero assunte e rifuse in un superiore risultato unilinguistico, ove senza scompensi, senza suture apparenti, senza ‘lasciare allo scoperto i vari sostrati, fosse appieno realizzato il trapasso dal dialettale al nazionale, dal mero prelievo idiomatico all’unificante fatto poetico “.

Dante insomma, in modo esemplare, attua una specie di ” dialettica del ricambio linguistico “, rompendo la staticità de] volgare aulico dal tono vivo del parlato e assumendo, nella pienezza della sua invenzione artistica, il popolare e l’idiomatico nella sfera di uno stile letterario estremamente personale, che in tanto supera la mera trascrizione delle parole ” basse ” dei poeti comico-realistici del tempo in quanto e frutto della ri-creazione geniale e, quindi, di una vera storicizzazione, operata dal suo autore. ” Era questa per Dante – ed anche per noi (scrive Pomilio) – la condizione prima della popolarità, solo cosi la nuova lingua avrebbe potuto “dare a molti” ” “. Lo stesso processo ri-creativo e storicizzante si può rinvenire nella prosa del Manzoni e del Verga, i due nostri scrittori che, tra i moderni, hanno maggiormente sentito il bisogno di una narrativa popolare e l’hanno più o meno raggiunta, dopo tentennamenti e incertezze, col trapasso dal dialetto alla lingua, ossia dalla parola come fatto naturale alla parola come atto poetico; senza tale trapasso, avvenuto sul piano lessicalemorfologico-sintattico, dal parlato fiorentino e siciliano, essi non avrebbero potuto mai esprimere pienamente il loro mondo spirituale e artistico, “perche il dialetto e più fermo, più rigido, non e libero ne lessicalmente ne sintatticamente, assai più difficilmente si piega a farsi stile ” Ma vi e un altro motivo che, secondo Pomilio, più validamente mette in luce le diverse capacita espressive del dialetto e della lingua: ed e che ” quello – quale almeno si pone in sede di trascrizione diretta – e ancora l’indistinto, il mero certo senza vero; laddove questa e realtà storicizzata, e il risultato della personalità storico-etica dell’artista giudicante che si mette in rapporto can ‘la vita degli altri in vista d’un messaggio ” In tal modo, come ognuno può vedere, il discorso sulle sperimentazioni stilistiche (dialettali o mistilingue) torna a investire il problema dei contenuti: non si ereano dei valori nuovi per la via delle esercitazioni artificiose, che sanno di un accademismo dilettantesco e che non possono presumere, in ogni caso, nemmeno alla giustificazione storico-politica che presiedette, a parere di qualcuno, alla nascita di tanta prosa d’arte tra le due guerre mondiali.

Dice bene pertanto Pomilio:
In effetti, senza voler cadere, proprio qui, nella questione del romanzo-saggio o del romanzo d’idee, il pericolo di tante esperienze oggi in corso e di restringere troppo i loro tentativi di rottura al semplice ambito stilistico e di trascurare che il romanzo, e il linguaggio da romanzo, e uno strumento di conoscenza totale, un rapporto aperto con l’uomo, e che la stessa popolarità d’un’opera d’arte, nel senso d’una sua capacita di parlare al cosiddetto popolo, dipende dalle idee, dai messaggi o altrimenti dai contenuti umani di essa, assai più che da soluzioni formali di tipo popolaresco
Senz’altro probante in proposito l’esempio, citato a pie’ di pagina, del Baccaccio come ” scrittore popolare a causa dei contenuti, nonostante tante soluzioni formali non popolaresche “. Parimenti probante l’altro esempio di Lucio Mastronardi, con il suo Calzolaio di Vigevano, come il caso limite sia d’una generale tendenza a portare avanti piuttosto le tecniche che i messaggi […] sia, ancor più, di quella resa all’oggettività […] che, se oltralpe s’identifica con la gelida impersonalità visiva dei voyeurs, in Italia coincide […] con la calata del mistilinguismo nella babele dei linguaggi parlati”.
Con Mastronardi, molti altri giovani narratori degli anni sessanta hanno inteso fronteggiare e superare la crisi del neorealismo, proponendo una visione assolutamente oggettiva del reale con una fede incondizionata nella immediatezza del parlato; e come Mastronardi tutti, chi più chi meno, hanno rinunciato al ” dover essere stilistico, all’intelligenza ordinatrice che si serve del linguaggio per aggredire conoscitivamente la realtà e impegnarsi a modificarla ” “: essi, come già tanti neorealisti della prima maniera, preferiscono il certo la cronaca e il documento al vero alla storia e al romanzo, con un difetto in più, e cioè che non lasciano trapelare, tra le righe del loro singolare calligrafismo, un ideale, una protesta, una speranza purchessia, nulla di quella ardente passione ideologica che fu la forza, e certo anche il limite, del primo neorealismo. E chiaro che questi ” dialettali oggettivi “, come li chiama Pomilio, non hanno voluto trarre profitto dai ” dialettali metaforici “, cioe da quei narratori che si sono affermati o confermati nel dopoguerra con un gusto spiccatamente popolare, decisi a trasfigurare e integrare il linguaggio dal basso o dall’alto, ma sempre per farne ” lingua, stile, poesia “. Qualche esempio: Bernari, Rea, Gadda.

Pomilio si sofferma specialmente su quest’ultimo, per mettere in risalto le profonde differenze che corrono tra lui e Pasolini, a intendere le quali basterà considerare che Pasolini, al contrario di Gadda, ” s’e sentito in dovere di corredare i suoi libri di speciali glossarietti: i quali, a ben pensarci, rappresentano come la traccia d’una ricerca critica anteriore alla stesura e sono comunque il segno della preoccupazione dello scrittore di fissare a priori il linguaggio dei personaggi entro limiti prestabiliti ” “. Ne risulta una precisa tendenza a distinguere gli stili secondo la statura morale o la classe sociale dei personaggi, i quali perciò non si sentono mai liberi ne dotati di vita propria, ma danno piuttosto l’impressione di essere dei ” personaggi-oggetto di studio e di sperimentazione, tenuti dentro un bozzolo come da diaframma tra la loro umanità e il lettore ” “. Sicché Pomilio ha buone ragioni di dubitare fortemente ” circa la possibilità di risalire attraverso il dialetto dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza (come direbbe Calvino), dalla presa di contatto naturalistica alla presa di coscienza etico-storica ” “.

E si dice convinto perchè ” resistere in nome della lingua ” all’esplosione dialettale degli ultimi anni, significa soprattutto ” resistere sull’argine di una coscienza morale che non si arrenda alle cose ma, al di sopra di esse, continui a scrivere storie della nostra storia “”. Si conclude cosi lo studio di Pomilio, assai ponderato fin nei dettagli, che di necessita qui si sorvolano. Per la profondità delle sue argomentazioni, per la chiarezza logica del discorso dall’inizio alla fine , per la sicura conoscenza delle nostre vicende letterarie dalle origini ad oggi nei loro riflessi stilistici, rivelata in xichiami generali e in esemplificazioni testuali, esso ci sembra si possa annoverare tra le cose migliori apparse negli ultimi tempi sulla questione della lingua.

Vittoriano Esposito