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Comune di Rocca Di Botte

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Momento considerevole dell’età altomedievale e l’incastellamento del Carseolano, vale a dire l’origine medievale degli attuali centri urbani, a cominciare da Rocca di Botte. In un recente studio (55) Michele Scio espose gia organicamente le linee di fondo di tale operazione, a chiarimento delle quali diamo un modello interpretativo politico aderente ad una realtà composita quale fu al tempo l’area carseolana. L’ipotesi proposta trae origine dal confronto di documenti, che vanno dal 941 al 1096, e dal riferimento a testimonianze antecedenti al secolo X, le quali accennano a non meglio identificabili proprietà della Chiesa (Patrimonio di S. Pietro nel Carseolano, fine del secolo VI) (56) e a un diploma di Carlo il Grosso dell’anno 787, (57) ove si riscontra il monastero di Montecassino proprietario di “sancti Angeli in Carsoli”. Le proprietà sono confermate ai monaci cassinesi negli anni 981 e 998. (58)

Riguardo alla donazione della corte di proprietà pubblica, detta Sala (anno 941), si e parlato in precedenza, mentre ai conti dei Marsi e ad alcune chiese avute dagli stessi in enfiteusi si fa riferimento in carte di Montecassino, relative all’anno 955. (59) Dal confronto dei documenti emerge che negli anni antecedenti al secolo X la proprietà terriera del Carseolano per la maggior parte dello Stato, in minor misura della Chiesa. Con la donazione del 9’41 altre zone di proprietà demaniale passano alla Chiesa, mentre le parti periferiche rimangono verosimilmente in possesso dello Stato e in alcuni punti dell’abbazia di Montecassino. E’ probabile che proprio facendo riferimento alle terre marginali, a una serie di livelli di origine ecclesiastica e a una buona politica di alleanza, alcuni rappresentanti della famiglia dei conti de Marsi si siano fatti largo nel Carseolano. (60)

E’ da chiarire anche il significato topografico da dare alla corte di Sala, riguardo al quale e di aiuto un privilegio di papa Gregorio V, relativo all’anna 997. (61) Il documento sembra suggerire la tipica situazione d’un centro amministrativo e dirigenziale nella veicchia civitas di Carseoli, d’una moltitudine di piccoli insediamenti: ville, fondi e casali distribuiti su una superfice approssimativamente corrispondente al grosso della piana del Cavaliere, che in termini moderni costituisce l’insieme dei territori in pianura di Oricola, Pereto e Rocca di Botte con esclusione, almeno in origine all’atto della donazione del 941, della zona di Camerata, che sarebbe stata inclusa dopo la donazione fatta dal conte Rainaldo I all’abbazia sublacense nel 993. (62) La demarcazione fra ciò che e dentro la civitas e ciò che h fuori e nettissima nel documento accennato; identica definizione si ricava da altro documento del 967, (63) ove si legge ” …cortem sale et corsoli in integrum… “. (64) Il contesto politico, in cui maturano gli eventi, che portano in seguito alla costituzione degli odierni centri abitati, è estremamente dinamico e chiaramente dominato dalle pressanti iniziative dei monaci dell’abbazia sublacense specialmente nella seconda metà del secolo X.

Il monastero benedettino comincia a risollevarsi dalle devastazioni patite nel secolo precedente grazie all’interessamento di Alberico II, (65) il quale, volendo creare nell’alta valle dell’Aniene un punto di controllo e di organizzazione di questa porzione di territorio circostante a Roma, inaugura una politica, che nell’arco d’un ottantennio trasforma il monastero sublacense in una grande potenza politica ed economica tanto che nel 941 re Ugo, che s’accinge a rientrare a Roma ‘donde e stato cacciato da una rivolta, dona all’abbazia sublacense la corte di Sala lasciando chiaramente intendere l’importanza del complesso monastico. (66) Limitatarnente al Carseolano, negli ultimi cinquanta anni del secolo X con l’abbazia di Subiaco si sviluppano anche altre forze, che all’ombra del monastero quantificano un potere circoscrizionale proprio, primi fra tutti i conti dei Marsi; ne e circostanza favorevole lo sfaldamento dell’autorità statale, verificatosi alla fine del sec. X.

E’ nella cornice di tale disgregazione che le signorie locali, quella laica e quella ecclesiastica, si muovono per occupare gli spazi lasciati vuoti dal potere centrale. E’ in questo stesso periodo, che si delineano gli indirizzi, che partano a una differenziazione nelle fasi dell’accentramento umano, perché vari sono i modi di agire delle signorie indicate e diverse le rispettive zone d’influenza. I documenti cassinesi e sublacensi permettono d’ipotizzare una duplice divisione del Carseolano: a nord-est sono i conti dei Marsi (da Carsoli a Pereto fino a Camerata), a sud-ovest e l’abbazia sublacense (da Rocca di Botte a Oricola fino a Civita di Oricola), ma nel consolidare il loro potere i due potentati si muovono su vie diverse. I monaci, vantando nel Carseolano una lunga tradizione di potere rafforzata dalle numerose clientele e non sentendosi minacciati dai conti dei Marsi avendo il blocco difensivo arretrato nei castelli di Arsoli, Roviano e Anticoli, concentrano l’attenzione sulla vecchia civitas di Carseoli, indicata più spesso nei documenti col nome di Sala, ridandole veste urbana e concentrando in essa i resti del passato, cioè della vita pubblica del Carseolano; (67) la linea politica seguita ha buon effetto nel controllo e nel dominio delle dipendenze.

La signoria laica non vanta nella zona lunga tradizione di potere, allora realizza le basi della propria potenza con accorto riferimento alla politica del buon vicinato con l’abbazia, insediandosi su terre fiscali, acquisendo livelli d’origine ecclesiastica, come l’enfiteusi di S. Silvestro in Pereto e di S. Salvatore in Camerata, penetrando sensibilmente in zone strategicamente assai importanti, quali il settore geografico dell’attuale Carsoli, punto nevralgico di controllo della Valeria nel tratto che s’immette nella Marsica. La concretizzazione della loro volonta espansionistica, consistente nella realizzazione d’un punto di riferimento, attraverso il quale controllare il territorio, si ha nella costruzione del castello di S. Angelo (68) (da collocarsi anteriormente al mille) e nell’incastellarnento del circondario carseolano. E’ opinabile che l’operazione sia stata concordata (69) con l’abbazia di Montecassino, proprietaria di tenimenti nella zona. Aggiungiamo che e questa l’unica parte del Carseolano, ove incastellamento e accentramento sono avvenuti contemporaneamente, perchè solo un reale controllo fondiario poteva permettere una operazione, che offrisse ai conti dei Marsi quel punto d’appoggio strategico, di cui avevano assolutamente bisogno. (70)

Le buone relazioni fra la signoria laica e quella ecclesiastica sono testimoniate anche dalla cessione fatta nell’anno mille dai conti dei Marsi, riguardante i castelli di Arsoli, Roviano e Anticoli, (71) nonché dalla donazione registrata nel 998, relativa ad una parte del distretto carseolano corrispondente grosso modo alla zona della odierna Camerata Nuova. (72) Il confronto di quest’ultimo documento con l’altro proprio del castello di Carsoli induce a credere che alle soglie del secolo XI nell’area territoriale interessante il nostro studio vi siano stati ancora spazi aperti, (73) cioè tenimenti non soggetti ad alcuna ‘pertinentia ‘, che, indipendentemente dalla forma di aggregazione, fa capo ad un agglomerato umano. Nello spazio di anni sessantasette, cioè dal 993 al 1060, (74) si viene a formare nella stessa area un raggruppamento di genti con rispettivo territorio, indicato nelle carte col nome di ‘ Camorata ‘. (75)

Ma nella citazione dei con6ni territoriali, ceduti ai monaci benedettini sublacensi e registrati nella donazione del 993 non si fa menzione di Rocca di Botte, cioè d’un gruppo umano con le competenti caratteristiche. Considerate la vicinanza di Rocca a Camerata e la mancata menzione di essa nel citato documento, deduciamo che l’entità umano-territoriale, cioè il nucleo abitativo di Rocca di Botte con suo proprio tenimento, all’epoca non esiste ancora; e dunque più tardo. Le donazioni, che il conte dei Marsi Rainaldo fa nel decennio precedente al mille al monastero sublacense, sono verosimilmente il prezzo, che la signoria laica paga per il definitivo inserimento nel Carseolano, anche se e da osservare che per alcune donazioni esiste il sospetto che successivamente tale signoria le abbia riavute in usufrutto. (76) Lo fa pensare il fatto che almeno i territori cameratani fino al 1096 siano stati sempre gestiti dai conti dei Marsi.

Agli inizi del secolo XI la situazione insediativa e caratterizzata da due centri, la vecchia Carseoli con un certo grado di urbanizzazione e organizzazione pubblica e il castello di S. Angelo, dotato di un urbanesimo di villaggio. Intorno più piccoli gruppi umani, ville, casali, fondi (il quadro descritto per la corte di Sala), sparsi su ampia superficie, facenti capo per la maggior parte alle due signorie dominanti e probabilmente raggruppati non in maniera omogenea rispetto alla proprietà, bensì mescolati in frammentati possedimenti. Al tempo la situazione di Rocca di Botte può essere paragonata a quella di Oricola, che nel 958 e definita ‘ fundus ‘, cioè gruppo di poche famiglie gravitanti su un podere. All’alba dell’anno mille il minuscolo insediamento diventa ‘ villa ‘, ossia un piccolo villaggio, uno dei tanti della corte di Sala, al quale compete una certa estensione territoriale più o meno vasta, cui fanno riferimento gli individui, che la costituiscono. E’ probabile che ville del genere corrispondano ad aree geografiche piuttosto ristrette, visto che talora sono indicate come luoghi di confine (77) o presentano fra loro spazi aperti non ancora inglobati in una ‘ pertinentia ‘.

Nei nuclei, che danno origine agli attuali centri urbani, la compattazione degli agglomerati prende probabilmente il via durante l’intermezzo rappresentato dalla scissione della diocesi dei Marsi, che porta alla formazione di un vescovado nel Carseolano. L’esperienza, che dura una quindicina d’anni, (78) va collocata nel contesto di quel rinnovato dinamismo politico proprio della meta del secolo XI, il quale vede protagonisti il conte dei Marsi Oderisio e il papato riformatore più in generale. L’azione di quest’ultimo provoca uno squilibrio all’interno della potenza benedettina ‘di Subiaco, investita da una politica papale dalle tinte nuove e miranti alla delimitazione di spazi, su cui esercitare dominio reale. (79) Nel sublacense l’operazione si traduce in una crisi dell’egemonia crescenziana, che determina conseguentemente un notevole indebolimento dell’autorità monastica sui territori dipendenti, da permettere il nascere o emergere di piccole forze locali dotate di orizzonti non sempre molto ampi. In sostanza il progetto papale prevede lo smantellamento della vecchia aristocrazia a favore di nuovi gruppi direttivi, facilmente controllabili ai fini della propria politica.

Per tale motivo Leone IX affida il governo dell’abbazia sublacense all’abate Umberto, il quale si trova ad affrontare una situazione estremamente deteriorata, che recupera accentuando la militarizzazione del territorio. Contemporaneamente muta pure la situazione in seno alla congrega dei conti dei Marsi. Morto Rainaldo l’eredità passa ai figli Berardo IV e Oderisio; il primo eredita anche i beni, che la famiglia possiede nel Carseolano, trasmettendoli a sua volta ai figlioli Berardo V, Siginulfo, Rainaldo II e 0derisio. (80) Amato di Montecassino dice che ci sono state lotte molto aspre fra il primo e l’ultimo dei figli. (81)La scissione della diocesi dei Marsi verosimilmente e opera di Oderisio, il quale se ne fa promotore, sfruttando circostanze politiche favorevoli e sebbene un vescovo nel Carseolano non possa non impensierire il potere sublacense; ma al momento l’abbazia non trova energie sufficienti a intervenire a causa della crisi interna, che la travaglia, e dell’incuria dell’abate Attone o Ottone tanto disinteressato della sorte del monastero. (82)

Sfruttando il momento di debolezza e di minor efficienza nel controllo dell’area carseolana, conscio anche delle difficoltà di Benedetto IX, ultimo dei papi della famiglia dei conti di Tuscolo, Oderisio s’infila dunque nelle pieghe della politica pontificia riuscendo a far nominare vescovo suo figlio Attone ancora fanciullo. (83) In seguito alla nomina, il Carseolano acquisisce dignità di diocesi comprendente anche la valle di Nerfa (i paesi di Capistrello, Pagliara, Castello a Fiume e Petrella Liri) e si distacca dalla, Mairsica. La chiesa di Santa Maria in Gellis e, secondo la tradizione, la residenza episcopale, ma non si può escludere l’ipotesi che la sede vescovile sia stata in Santa Maria, sita in Carseoli.” (84) La vicenda ha fine nel 1056, quando e eletto vescovo dei Marsi Pandolfo, figlio di Berardo e alleato del papato riformatore. La sua opera pacificante porta alla ricomposizione originaria della sua diocesi, la quale, come risulta da una bolla di papa Stefano IX, (85) l’anno seguente 1057 ritrova l’antica originale struttura. Attone viene trasferito al vescovado di Chieti.

Un’analisi dell’operazione, compiuta da Qderisio, convince tuttavia che essa sia stata ambiziosa anziché no; implica infatti un radicale controllo fondiario della zona da produrre la naturale accelerazione dei fenomeni di compattazione degli insediamenti umani, almeno di quelli da tempo soggetti alla signoria laica. E’ anche verosimile che nel frangente anche i territori sotto il dominio dell’abbazia sublacense siano stati controllati dai conti dei Marsi, seppure .per un periodo troppo breve da poter indurre per tutti un radicale mutamento nell’indirizzo insediativo. Il giro di vite si concretizza comunque col sorgere di strutture militari a fianco delle ville, in pratica eol nascere delle rocche. I documenti immediatamente successivi all’esperienza diocesana carseolana segnalano la presenza di tali complessi sempre in posizione marginale rispetto agli insediamenti: gli aggregati sono a valle, le rocche a monte. (86) E, stando alla lettura dei documenti disponibili, nella meta del secolo XI le sfere d’influenza sono quelle stesse, che erano al principio del secolo con l’abbazia sublacense nel settore sud-ovest, ove possiede il ” mointe qui vocatur auricola ” e il ” monte qui appellature butte “, dipendenze del castello di Arsoli, anch’esso di proprietà dei monaci. (87)

Al tempo l’aggregato roccatano e probabilmente costituito da un gruppo di famiglie distribuite nel contesto dei monte ‘ butte ‘.” (88)Pensiamo pero che non si sia proceduto alla sua fortificazione; che piùttosto l’operazione di crescita insediamentale sia stata accompagnata da una analoga, avvenuta in Oricola in seguito o contemporaneamente all’uscita di detti ‘ monti ‘ dalle dipendenze del castello di Arsoli. C’è da aggiungere che nel periodo, compreso tra il 1051 e il 1067, il monastero di Subiaco e retto dall’abate Umberto, il quale procede ad un energico riordino delle cose dell’abbazia e a una sua militarizzazione. (89) L’azione e avviata anche nelle zone di Cervara e di Agosta, luoghi a ridosso di Rocca di Botte e dell’attuale Camerata Nuova. Tale vivace ritorno organizzativo del colosso sublacense e certamente una delle cause dell’esaurimento della diocesi carseolana. Il fatto poi che nel 1060 la rocca di Camerata viene donata all’abate Umberto dal conte Rainaldo II, il quale nello stesso anno la ottime nuovamente in usufrutto, lascia chiaramente intendere quali livelli abbia allora raggiunto il monastero nel controllo della politica carseolana. (90)L’azione dell’abate Umberto e proseguita dal successore Giovanni. Gia ai primordi della sua ordinazione egli acquista dai figli di Oderisio la rocca di Camerata per trenta libre e nel 1090 circa dota la chiesa di ” Sancte Marie de Auricolo “. (91)

L’interessamento dell’abate per il settore sud-ovest del Carseolano, quello cioè a contatto con le terre di S. Benedetto, fa supporre che la fortificazione di Rocca di Botte e di Oricola sia contemporanea e consequenziale alla politica di Giovanni senza escludere che per Rocca di Botte l’operazione d’arrocco sia stata più tardiva rispetto a Oricola. Alla fortificazione di una zona corrisponde solitamente un maggior compattamento del nucleo abitato, ma e da rilevare che le aree più a lungo controllate dalla signoria ecclesiastica subirono un più lento processo di riunione delle genti. Nell’abbazia sublacense la tendenza alla unificazione degli insediamenti e scarsa; si può anzi dire che tale sistema ritardatario sia proprio una scelta politica dei monaci, i quali, assicuratisi alcuni capisaldi del patrimonio territoriale, tendono per il resto a lasciare le cose allo stato antico secondo l’adagio: quieta non movere. (92) D’altro canto i tenimenti gestiti dal potere laico per ovvi motivi politici vengono maggiormente sollecitati ad un rapido concentramento. Nel testamento di Aldegrima, (93) moglie di Rainaldo II, redatto nel 109fi, troviamo per la prima volta la voce ‘ castellum ‘ riferita a Camerata, Oricola, Pereto e Fossaceca. (94)

Siccome il castello e da considerare la fase finale di quel processo d’insediamento, che partendo dal ‘ fundus ‘ arriva a riunire nello stesso punto un gran numero di persone, stando al contenuto del lascito, sembra che la fase finale sia iniziata poco prima o per lo meno in momenti diversi e successivi; (95) che inoltre nella zona la formazione dei castelli sia caratterizzata da costruzione di mura (probabilmente facenti capo alle preesistenti rocche) delimitanti spazi, all’interno dei quali si raccoglie gradualmente la popolazione sparsa nel territorio dipendente dal castello o proveniente da siti diversi. A Rocca di Botte non c’e il recinto murario; il processo si ferma alla fase d’arrocco, perché, nel momento che gli altri centri vengono incastellati, la località e sotto la signoria monastica, non portata – come s’e detto – ad incastellare zone non collocate al centro dei,propri interessi politico-amministrativi. In sintesi Rocca di Botte si forma col lento riunirsi di famiglie viventi e operanti nell’ambito del monte ‘ butte ‘.

Dal quadro fin qui tracciato per il Carseolano emerge che Rocca di Botte abbia seguito le sorti di Oricola, Camerata e Pereto fin verso la meta del secolo XI; in seguito Camerata e Pereto, ingranate nella sfera d’influenza dei conti dei Marsi, subiscono una fortificazione; Rocca e Oricola, rimaste nell’ambito dell’abbazia sublacense, si attardano in questa direzione per i motivi esposti. Successivamente Oricola entra nell’entourage della signoria laica immettendosi nella fase finale del processo di compattamento degli abitati e diventa castello; Rocca di Botte, rimasta nel contesto politico benedettino, si ferma alla fase d’arrocco. Si spiega cosi l’assenza in loco di recinti urbanistiei rintracciabili altrove. Rocca di Botte, cioè, nel suo abitato conserva tutte le caratteristiche di un centro rurale sufficientemente aperto, non chiuso o stereotipato come altri del Carseolano. Di Rocca di Botte si parla per la prima volta in modo esplicito in una bolla di Pasquale II (1115), (96) ma gia da qualche decennio essa possiede un certo urbanesimo di villaggio senza peraltro registrare acquisizioni di recinti murari; la sua configurazione di base rimane inalterata nei secoli.

Testi tratti da Pietro Eremita L’uomo della speranza da Rocca di Botte a Trevi

Testi a cura del Prof. Dante Zinanni  

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