Lettura di Ignazio Silone ( edizioni dell’Urbe )

Ogni volta che uno scrittore di talento tenta di rompere con la tradizione, in ordine sia al prelievo dei contenuti che alle soluzioni stilistiche, finisce col far sorgere intorno alla propria opera incomprensioni e resistenze, che possono tramutarsi anche in giudizi fortemente limitativi e perfino in sommarie stroncature. Non ci si riferisce ai novatori delle cosiddette avanguardie, vecchie e nuove, i quali hanno raccolto e raccolgono spesso consensi più di quanto non meritino, con le loro sperimentazioni tecnicistiche altrettanto gratuite quanto spericolate, che hanno solo il « magico » potere di mascherare povertà di sentimenti e fragilità di idee.

Ci si riferisce, invece, a scrittori notoriamente dotati d’intelligenza e di cuore non comuni che pongono l’uomo al centro dei propri interessi e delle proprie creazioni, cercando di dare una risposta non ingannevole agli inquietanti interrogativi della nostra esistenza. Qualche esempio, ormai sulla bocca di tutti: Giovanni Verga, Luigi Pirandello ‘ Italo Svevo. Chi non riusciva a capire o a spiegarsi la novità del loro mondo, giunse a sostenere addirittura che non sapessero scrivere. Ebbene, l’accusa si è ripetuta tal quale contro Ignazio Sílone, fino a quando almeno non si è fatta abbastanza luce sul suo « caso ».
Caso davvero difficile, quello di Silone, giacché vi confluiscono forze e motivazioni contraddittorie: arte e politica, ideologia e antideologia, socialismo e cristianesimo, libertà di sognare (utopia) e necessità di testimoniare (realtà).

Quando Silone decise di lasciare la politica militante per la letteratura, senti prepotente il bisogno di assolvere ad un preciso impegno della propria coscienza: « Se ho scritto dei libri – ebbe a dire in care di capire e di far capire » ‘. Non c’è dubbio, pertanto, che la sua vocazione fosse autentica, cioè che scaturisse da una urgenza interiore e che, per non tradire siffatta urgenza, egli si disponesse con fermezza alla scelta della parola come veicolo di verità. Una scelta che venne a collocarlo subito ai margini di quella che si riteneva, e talvolta ancora si ritiene, la via maestra della nostra tradizione letteraria, via attraverso la quale si privilegia la pagina bella anche se fine a se stessa, immemori degli insegnamenti, tanto per fare qualche nome di diverso orientamento su cui convergono molti consensi, d’un Manzoni, d’un De Sanctis, perfino d’un Croce e d’un Gramsci.

Non occorre rispolverare le formule del metodo storico, per intravedere dei rapporti osmotici tra letteratura e società. Non occorre neppure fare del sociologismo marxiano o dell’antropologismo vagamente letterario, per credere nel nesso inscindibile tra l’uomo e lo scrittore. Vi sono esperienze umane che si calano totalmente, sia pure trasfigurandosi, nell’esperienza artistica e le conferiscono il senso e il segno della testimonianza sinceramente sofferta. In casi del genere riesce utile, seppur non è indispensabile, risalire, attraverso la pagina, alle vicende che l’hanno generata. In fondo, riscoprire l’uomo può anche servire a comprendere meglio lo scrittore. P- questa la segreta speranza che ci guida e sostiene nella esplorazione del mondo siloniano.