Comune di Celano

Testi del prof. Vittoriano Eposito maggiori info autore
Non c’e dubbio che, nel suo insieme, si tratti di una produzione cospicua, anche a voler tener conto solo delle opere edite.
Le quali consentono di ricostruire il profilo dello scrittore sotto le angolazioni più diverse, soprattutto in rapporto all’età sua, che coincise con l’età dell’Arcadia.
E’ noto che la critica novecentesca, a partire dal Croce, ha sottoposto a radicale revisione il giudizio negativo che la critica tradizionale aveva espresso sull’Arcadia, collocando l’Accademia romana non più soltanto al centro degli interessi di rimatori di ninfe e pastori, si piuttosto nel vivo di quel risveglio culturale che, tra Sei e Settecento, investe in varia misura le scienze naturali, storiche, filosofiche, economiche, politiche e getta perciò le basi della stessa rivolta illuministica.

Non c’e da stupirsi, dunque, se l’anima melodrammatica del maggior poeta del tempo, il Metastasio, e solo in parte minima rappresentativa di una complessa realta spirituale in movimento, contrassegnata meglio dagli studi severi del Vico, del Muratori, del Giannone, del Gravina, del Conti, del Crescimbeni, del Quadrio e di molti altri minori, sparsi in tutta Italia, tra cui il nostro Corsignani, i quali, pur nella disparita dei risultati individualmente raggiunti, riescono insieme a tracciare le linee direttrici che porteranno al rinnovamento morale e civile, oltre che storico-letterario, nel corso del Settecento.

Pietro Antonio Corsignani ebbe strettissimi rapporti con l’Arcadia, sia con 1’Accademia centrale che con le “colonie” sorte un po’ dovunque.
Nei cenni bio-bibliografici che l’Editore napoletano Niccolo Parrino gli dedica nel secondo volume della Reggia Marsicana, si legge tra l’altro: “Nel 1712 fu Egli ascritto alla lodata Arcadia di Roma col nome di Eningio Burense, e fu anche Vicecustode.
Nell’Accademia degli Infimi rinnovati della Città di Nardo ebbe pur luogo, e si carteggio di continuo coll’eruditissimo D. Carlo Nardi capo della medesima Accademia. Fu in oltre annoverato in quella degl’Incolti di Montalto nella Calabria col mentovato nome di Placinio; nell’altra dell’0nor Letterario d’Imola, e tra gl’Infecondi della Citta di Roma” (1).
Iscritto a tante accademie letterarie, e presumibile che il Corsignani non riuscisse a sfuggire al vezzo allora molto diffuso di scriver versi, non fosse altro che per il diletto e 1’obbligo di recitarli nelle adunanze che periodicamente vi si tenevano. In una noticina a commento di un componimento che gli dedica D. Ferdinando Carrafa, lo si chiama appunto “Pastore Arcade”, ossia “poeta d’Arcadia”, “quantunque non si sia troppo esercitato nella Poesia”.

La nota dovrebbe essere dell’Editore, ma potrebbe essere anche del Corsignani, e, in ogni caso, da lui letta nella correzione delle bozze e approvata: essa dimostra, dunque, che egli si presto, sia pure con scarso impegno, al1’esercizio poetico.
Tornando alla questione dei rapporti con 1’Arcadia, e con i letterati in genere, sara utile ricordare un altro accenno contenuto nella scheda bio-bibliografica del Parrino la dove si afferma: “Molto poi sarebbe l’annoverare in quante parti, e con quanti letterati uomini Egli mantenesse la Letteraria corrispondenza, e con loro si carteggiasse: ma non sono da tralasciarsi il rinomato Apostolo Zeno, istorico e poeta di Carlo VI Imp., il celebre Ludovico Antonio Muratori, bibliotecario del Sereniss. Duca di Modena …”; seguono molti altri minori, tra cui Domenico Maria Ricci, per chiudere col “celebratissimo P. Alfani dei Predicatori, teologo dell’Eccellentissima nostra Citta di Napoli” (2).

La scheda del Parrino, dopo averci informati ancora sulla stima e sul successo ottenuti dal Corsignani con le sue opere (tra gli altri documenti, una lettera dell’arcivescovo di Benevento, divenuto poi Papa Benedetto XIII), e corredata da una “collezione” di venti componimenti poetici, italiani e latini, “in diversi tempi da varie Letterate persone fatti in lode sua, e per lo piu in commendazione di questa Reggia Marsicana” (3).

Sono dovuti quasi tutti a rimatori arcadi.
Li citiamo in ordine di successione, senza ometterne alcuno, per dare una idea di quanto fosse vario e diffuso il fenomeno dello scriver versi: Cardinale Fulvio Astalli, gia decano del Sacro Collegio, in Arcadia detto Alasto; Francesco Maria Corsignani, toscano, pubblico Lettore delle Leggi nell’Universita di Pisa, poi Avvocato in Firenze e poeta estemporaneo del Serenissimo Principe Medici; Vincenzo Leonio da Spoleto, tra gli Arcadi Uranio Teseo; Marchesa Petronilla Paolini Massimi, detta Fidalma Partenide; Caterina Mancini, nobildonna romana, in Arcadia Fiorilla Limeria; D. Antonio Antinori, gentiluomo e storico aquilano, in Arcadia Linalgo; D. Guglielmo Toschi, Abate Cistercense della Provincia romana; D. Giovanni Dionigi Toccafani, da Pereto nei Marsi, Dottore e Predicatore; D. Ferdinando Carrafa, dei Principi di Belvedere, tra gli Arcadi Dintimo Derriade; D. Giovanni Carlo Crocchiante, Canonino e Penitenziere della Cattedrale di Tivoli, tra gli Arcadi Teone Cleonense; Fra Lorenzo Moni, Carmelitano di Lucca, tra gli Arcadi della Colonia Sibillina Bertoldo Erofineo; D. Ignazio Maria Como, Nobile napoletano; Abate G. Niccolo Maceroni Tomassetti, Patrizio cliternino; Mattia Paffrath, Canonico di Aquisgrana; Abate Ludovico De Chierichellis, Canonico di S. Maria Maggiore in Roma; D. Alessandro Aloisii, di Avezzano; Dott. Alessandro De Avoriis, Lucese; D. Giuseppe Rosati, Canonico celanese; Dott. Giovanni Maria Mancini, Nobile di Tagliacozzo (4).

Si tratta, ovviamente, di rimatori mediocri, anche se si fregiano di nomi illustri in altro campo, come nel caso del Card. Astalli e dello storico Antinori. Unica a salvarsi e Petronilla Paolini Massimi, detta la “poetessa romana”, ma in effetti marsicana (nata a Tagliacozzo, ebbe sorte infelicissima, come si e accennato poco sopra).
Degno di rilievo il fatto che il Corsignani la ricorda in più punti della Reggia Marsicana e ne scrive una interessante biografia, “per comandamento della chiars. Generale Ragunanza degli Arcadi di Roma”, confluita poi nella raccolta ufficiale delle Vite degli Arcadi illustri, come gia detto (5).

Alla luce degli elementi fin qui ricostruiti, si può dare per certo che P. A. Corsignani ha avuto un posto ragguardevole nell’Accademia romana tanto apprezzata nel suo tempo.
Abbastanza significativo tutto questo, almeno per una valutazione complessiva della sua personalita, eppure a noi preme maggiormente un altro aspetto della questione, quello riguardante piu propriamente il suo inserimento nel movimento culturale dell’Arcadia e il contributo che egli riusci a dare in tale direzione.
Ebbene, se tra le tante definizioni che si sono formulate circa l’eta dell’Arcadia, pare che resista di piu sul piano critico quella che ne fa un’eta di restaurazione del gusto classico, sia in sede artistica che in sede culturale, se ne puo dedurre che il Corsignani vi si trovi tutto a suo agio, come uomo non meno che come storico e scrittore in genere.
Di estrazione classica, infatti, e la sua cultura, sia pure temperata alla luce del pensiero cristiano.
Che alle radici della sua formazione vi siano studi umanistici della piu seria tradizione e innegabile; lo provano, tra l’altro, le frequenti citazioni di autori antichi cui ricorre nelle sue opere e, tra tutte, quelle di Cicerone, Livio, Seneca, Quintiliano, Plinio, Polibio, Diodoro.

A Cicerone si richiama espressamente nella sua concezione della storia intesa come “il testimonio de i tempi, la maestra della vita, la messaggera dell’antichita, e la vita della memoria”.
Agli antichi in genere, sul piano stilistico, rimanda anche il suo registro narrativo, essenzialmente impostato sul principio del racconto storico come “opus maxime oratorium”.
Di qui, nell’impianto generale, il prevalere di finalità pragmaticoeducative, con l’insegnamento della virtù e la condanna del vizio, le cui accezioni si ampliano fino a comprendere il bene e il male definiti dall’etica cristiana. Di qui, ancora, in materia di lingua e di stile, la scelta di strutture modellate sulla base della morfologia e della sintassi latina anche quando scrive in italiano. Non deve stupire che il Corsignani sia, in pieno Settecento, uno scrittore bilingue.

L’adozione del latino, peraltro condotta sui migliori modelli pagani e cristiani, con 1’aggiunta d’un forte debito allo stile “ecclesiasticus” d’impronta medievale, non e sintomo di arretratezza; tutt’altro.
Seppur non fosse rilevante il fatto che in latino scrisse le sue opere maggiori il Muratori, il più grande storico del secolo, c’e da considerare che il latino era ancora lo strumento espressivo di tanta parte della cultura ufficiale, e non solamente della Chiesa, se e vero, come e vero, che nel ‘700 l’insegnamento universitario veniva impartito ancora in latino e, per lo più, in latino si scrivevano i trattati scientifici.

Ma, se il giudizio corrente era questo, perche il Corsignani decise di scrivere in italiano 1’opera sua maggiore, la Reggia Marsicana? Possiamo trovare la risposta in un passo della sua Introduzione all’opera: “…
Quanto poi si aspetta alla Lingua, volevamo servirci della latina, siccome nelle altre nostre Opere (edite e inedite) abbiam fin qui praticato; ma dopo si e riflettuto, doverci prevalere della natia per avvertimento de i virtuosi, e da quanto letto abbiamo nelle Prose del Bembo, o in Donato Acciajoli traduttore della Fiorentina Storia dell’Arefino, dove la causa della traduzione riportando, piu gradito e profittevole a i Cittadini essere il proprio linguaggio asserisce, come ad essi comune: maggiormente che le gesta de i Santi e Venerabili a beneficio comune inseriamo; e cosi all’autorita del Consiglio cedere dovemmo, ed alla forza della ragione” (6).

La scelta dell’italiano, dunque, fu dovuto a fini preminentemente divulgativi, gli stessi che – vale la pena di ricordarlo – avevano indotto Dante alla difesa del volgare gia ai primi del ‘300.
Altrettanto chiara e consapevole riesce la giustificazione del Corsignani circa la propria soluzione stilistica.
Ascoltiamolo in un brano che puo soccorrerci al riguardo: “Con tal fine adunque la Reggia de i Marsi illustrammo, e per quanto ci fu permesso, lungi dagli Episodi e con istile andante; imperocche una affettata eloquenza sospende al vero la fede, come scrisse Giovan Pico della Mirandola; ovvero fa dubbitar chi legge, se la forza che sente farsi all’intelletto, dall’efficacia della ragione derivi, o dall’artifizio dello Scrittore” (7).

E più giù, tornando sull’argomento: “Ne prenda a gabbo chi legge, se nella presenta Opra, or che ella come per me si e potuto, al suo termine e giunta, forse non trovasse un pulito linguaggio, perché sebbene io non abbia trascurato per lo possibile di imitare i buoni Scrittori; non ho pero tanto badato alla leggiadria dello stile, o alla purita della favella: cosa molto diversa da i pubblici noti affari in Roma ed altrove occupati, o che al presente occupo nel governo della mia Santa Chiesa Venosina, quanto a fare in modo che ogni storica notizia compiutamente riportata si fosse: tal che al dire di un Valentuomo la ruggine delle armi del buon soldato, punto impedisce che egli conseguire non possa segnalate vittorie: oltre a che disse bene Plinio il vecchio: Nullum esse librum tam malum, qui non aliqua parte prodesset (8).

Piu preoccupato dunque, il Corsignani, della “compiutezza” storica che della bellezza espressiva, ovviamente in omaggio al vero e al buono che egli intende servire e propagare tra “i virtuosi”.
Da uomo di Chiesa qual e, pur ammettendo di non aver trascurato la lezione dei “buoni scrittori”, si lascia tranquillamente alle spalle le dotte disquisizioni sulla questione linguistica nate col bembismo cinquecentesco e proseguite col purismo dei cruscanti.
Ma, se rifiuta di proposito la “leggiadria dello stile” e la “purita della favella”, non e tanto, a parer nostro, perché le cure pastorali com’egli dice lo impegnino su ben altri problemi, quanto perche ritiene che una “affettata eloquenza”, cioè la bella maniera fine a se stessa, sia piuttosto un prodotto d’artificio e possa, pertanto, mascherare o addirittura vanificare l’intento pedagogico che si prefigge. Di qui il pregio, in fatto di proprieta e chiarezza espositiva, della sua pagina, sia in latino che in italiano; di qui, anche, il limite per quanto concerne l’incisiviti e il vigore del disegno complessivo.

Ma, se si dovesse, col Corsignani, convenire che la verita riesce tanto piu storicamente proficua quanto piu attiene alla sfera dell’anima, se ne potrebbe dedurre che va non solo compresa, ma addirittura giustificata la sua ricerca di uno “stile andante”, che tende cioe al tono piano e persuasivo, anche a costo di non poter usare, come a lui accade talvolta, “un pulito linguaggio”.

Note
1 Reggia Marsicana, Parte II, pp. 416-417.
2 Ibid., p. 422.
3 Ibid., p. 427.
4 Ibid., pp. 428-456.
5 Vite degli Arcadi Illustri, 1V, Roma 1751, pp. 223-240.
6 Reggia Marsicana, Introduzione, p. 4.
7 Ibid., p. 6.
8 lbid., pp. 5-6.

Tratto da Poeti, Storici, Giuristi Celanesi (dal Duecento al primo Novecento

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L'età dell'Arcadia

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