L’esilio di Mazzarino

Testi di Don Vincenzo Amendola maggiori info autore
L’aspirazione dei nobili di Parigi di esautorare l’autorità regia per esercitare essi stessi nei loro domini un potere incontrollato, o addirittura il sogno di qualcuno di usurpare il trono di Francia, non si era ancora sopito. Ora, chi stava difendendo quel trono, occupato da un re fanciullo e da una reggente che sarebbe stato facile mettere fuori causa, era Giulio Mazzarino: l’unico che aveva intuito chiaramente, ereditando lo spirito di Richelieu, il cammino che la storia d’Europa stava percorrendo. Contro di lui, quindi, si coalizzarono all’inizio del 1651, quando mancavano solo alcuni me si alla maggiore età di Luigi XIV, tutti i nobili di Parigi, anche quelli che fino allora erano stati dalla parte del re e del ministro.

Un patto, siglato il 30 gennaio, portava la firma di Gastone d’Orléans, zio del re e cognato della reggente, e di numerosi altri prìncipi della casa reale, nonché del Coadiutore di Parigi e del presidente del parlamento Viole. Mazzarino, pertanto, rimaneva isolato, con il solo appoggio della regina Anna d’Austria. La coalizione dei prìncipi aveva lo scopo dichiarato e sottoscritto di allontanare Mazzarino dal Consiglio di Sua Maestà e si sottometteva alla casa reale, mentre prestava obbedienza al duca d’Orléans. Essi chiedevano anche la liberazione dei principí prigionieri, che nel frattempo erano stati trasferíti a Le Havre. Mazzarino si trovò a malpartito, ma era un abile stratega
e capiva quando poteva essere più utile una ritirata tattica che una battaglia aperta in condizioni di inferiorità.

Tutti i prìncipi, il parlamento, il clero, la piazza di Parigi chiedevano la sua testa, non lo volevano come ministro del re. Ed egli prese la decisione coraggiosa, anche se dolorosa. Il 6 febbraio 1651, di notte tempo, a piedi, con la scorta di duecento guardie che l’attendeva fuori città, lasciò Parigi in volontario esilio. Era sicuro della forza e della capacità della regina, che lasciava nel palazzo reale accanto al re Luigi xiv, e contava sugli inevitabili dissapori che sarebbero sorti fra i suoi avversari e che gli a’vrebbero ridato la possibilità di rientrare.

Mazzarino non si allontanò molto nei primi giorni dell’esilio. Venne a sapere – tramite i suoi corrieri che quotidianamente lo tenevano a contatto con la casa reale e lo informavano di ciò che succedeva a Parigi – che l’8 febbraio la reggente aveva firmato l’ordine di liberazione dei tre prìncipi prigionieri. Anna aveva cercato di fuggire da Parigi, prima di dover cedere alle richieste del duca d’Orléans sulla liberazione del Condé e compagni. Ma la cosa si appurò subito, e le vie di accesso al palazzo reale vennero bloccate giorno e notte da plotoni di gente armata, sicché il re e la regina non si poterono muovere fino al mese di marzo, quasi fossero dei prigionieri « in libera custodia », come scrisse Omer Talon.

Mazzarino, segretamente informato di tutto, si recò a Le Havre, prima che arrivasse l’ordine ufficiale di scarcerazione, e rimise in libertà il Condè e gli altri. Ma il gesto, anche se ben orchestrato, non gli valse la riconoscenza dei tre prìncipi. Il 17 febbraio il parlamento dichiarò l’innocenza del Condé e degli altri, li reintegrò nei loro titoli e nei loro possedimenti, mentre stabiliva che « nessuno straniero, anche se naturalizzato francese » poteva far parte del Consiglio della corona. Seguì poi un ordine di arresto per Mazzarino, se non avesse subito abbandonato il suolo francese.In tutti questi frangenti la regina seguiva le istruzioni segrete di Mazzarino; ma qualche volta essa doveva cedere alla pressione dei prìncipi che la circondavano.

Fra l’altro, in una dichiarazione al parlamento, fu costretta a dire che al cuni inconvenienti nella direzione degli affari di Stato si erano verificati « a causa della confidenza che noi abbiamo avuto nei consigli del cardinal Mazzarino, che, in questa occasione, abbiamo allontanato dalla nostra persona. . . ». Mazzarino scrisse a Le Tellier, uno dei confidenti più fidati, che la dichiarazione della regina « lo metteva a terra » più di tutte le altre ingiuste accuse. Non stiamo qui a enumerare tutti i luoghi in cui Mazzarino si rifugiò durante il suo esilio vagabondo. Gli fu offerto perfino asilo dalla Spagna, se fosse stato disposto a lavorare per quel governo, ma egli rifiutò, dicendo a Pimentel, l’ufficiale che gli faceva l’offerta: « Signore, finirò i miei giorni servendo la Francia con il mio pensiero e con i miei voti, se non potrò farlo altrimenti » (Boulanger). Alla fine accettò rifugio presso l’arcivescovo di Colonia nel castello di Brúhl, dove fu ricevuto con tutti gli onori.

Verso la fine di agosto, Anna, circuíta dai prìncipi frondisti, fece sapere a Mazzarino che stava per mandargli l’ordine di recarsi a Roma, perché il Papa era malato e si prevedeva un conclave; egli vi avrebbe dovuto difendere gli interessi francesi. Fu una nuova ferita ai sentimenti dell’esiliato, che scrisse a Colbert: « Sono oltraggiato fino in fondo … P, troppo volermi spingere, dopo tutte le persecuzioni sofferte, a ricevere l’affronto di recarmi nel luogo della mia nascita … a espormi al malanimo del Papa che mi sono attirato contro per servire il re … ».

Mazzarino non si mosse; rimase a Brúhl ad attendere la proclamazioné della maggiore età, orinai imminente, di Luigi xiv, evento che in lui riaccendeva molte speranze. Intanto intensificava i contatti con Parigi e con la reggente Anna. Non trascurò nemmeno i suoi affari privati. Egli aveva dato incarico a Colbert di curare i suoi beni e i suoi interessi nella capitale. Il fido collaboratore compì un minuzioso e impeccabile lavoro di amministrazione per un patrimonio che era fra i più consistenti di Francia.