L’eredità cristiana

In effetti, Ignazio Silone aveva ripreso a meditare sul problema religioso subito dopo la crisi del 1929-30: i romanzi dell’esilio già sono permeati d’una religiosità ancestrale, primitiva, tipica della gente d’Abruzzo e di tutto il Meridione. Lo stesso Pietro Spina, a parere dell’autore, dà l’impressione che «non cerchi Dio, ma sia da lui inseguito, come uno può esserlo dalla propria ombra o da qualcosa che porta in sé». Più tardi, nel’42, riflettendo sulle «ferite» del proprio passato, egli ebbe a sostenere che se la volontà resta «pura», c’è sempre la possibilità di rinnovarsi; e aggiunse, con estrema franchezza:
Questo modo di pensare può sembrare a taluno, non a torto, religioso. E’una parola che non mi fa arrossire, poiché non esprime un sentimento, ma una consapevolezza. Ho già detto in altra occasione di considerare la riscoperta dell’eredità cristiana nel fermento di liberazione della società contemporanea come il nostro pro fitto spirituale più importante [ .. ].

Al socialismo è accaduto, dopo la prima guerra mondiale, come a quel cacciatore che andava a caccia alle quaglie e incontrò i lupi [ .. ]. Nella lotta coi lupi, per salvarci, un certo numero di noi siamo stati costretti a oltrepassare i nostri limiti borghesi e ottocenteschi, e a riscoprire la nostra filiazione paleo-cristiana. Essa consiste essenzialmente nella validità permanente di alcuni valori morali per sottrarre la convivenza degli uomini alle leggi della foresta La nostra anima, ho scritto in altra occasione, ha ora dimensioni scavate dal dolore che ignoravamo nel 1919.

Sono parole che Silone ripeteva, nell’agosto del ’44 nella nota introduttiva al dramma Ed egli si nascose, con questa aggiunta: E’un’eredità, quella cristiana, pesante di debiti. Un’eredità viva, dolorosa, quasi assurda. Nella storia sacra dell’uomo sulla terra purtroppo siamo ancora al Venerdì Santo. Gli «uomini affamati e assetati di giustizia» sono ancora derisi perseguitati uccisi. Lo spirito per salvarsi è costretto ancora a nascondersi.

La rivoluzione della nostra epoca, promossa da politici ed economisti, prende cosi le sembianze di un «mistero sacro» in cui la stessa sorte dell’uomo sulla terra è coinvolta. I compiti dell’ordine economico e politico non vengono affatto nascosti o dissimulati; essi restano anzi preliminari. Ma è utile che gli uomini chiamati ad assolverli sappiano di venire da lontano e di andare lontano.
Silone, per intenderci, qui non si lascia trascinare da «raptus» misticheggiante: egli Si sente ancorato sempre alla terra, tanto che l’aspirazione ad un migliore assetto sociale resta per lui, come si è visto, «preliminare»; ma egli è persuaso che il riscatto dei bisognosi può avere un modello e un sostegno nel Vangelo. Non è per un caso qualsiasi, a suo giudizio , che la figura del proletario, «con la sua pena e il suo destino», sia stato assunto dalla letteratura moderna come protagonista Ai storia, di pensiero o d’arte». C’è una ragione che spiega il fenomeno: «Se a noi moderni la condizione di questo personaggio appare la più vicina alla verità umana, è perché in fin dei conti tra gli antichi e noi c’è stato Gesù».

La fame e la sete di giustizia, se non si riducono a vuote astrazioni, a proiezioni vagamente metafisiche, possono costituire l’anello di congiunzione tra cristianesimo e socialismo, i quali hanno in comune il fondamentale principio della difesa dell’uomo, al di là delle rispettive dottrine che finiscono con l’irrigidirsi in inutili dogmatismi. Per Silone, altro è valore, altro è teoria: i valori ci avvicinano, le teorie ci allontanano. Dai valori umani, verità inamovibili, può nascere un nuovo umanesimo: dalle teorie nascono solo disquisizioni retoriche, che tendono a imprigionare in formule categoriche una realtà soggetta a mutamenti continui. E’ sul terreno dell’umanesimo, cioè della fede nell’uomo, al di là e al di sopra di tutte le strutture che ne soffocano la libertà, che socialismo e cristianesimo possono e devono incontrarsi, accomunati come sono dalla stessa visione utopica di una fratellanza veramente universale. Tramontato il principio dell’origine divina della proprietà, sia privata che statale, e l’altro non meno importante del potere temporale, la Chiesa non dovrebbe avere più ragioni serie di porsi a fianco del capitalismo e contrastare, di fatto se non a parole, l’avvento di un ordine sociale più umano, ossia più libero e più giusto di quello esistente .

Gravi preconcetti, secondo Silone, sospinsero in passato la Chiesa cattolica, specie in Italia e nell’America latina, ad essere indifferente verso le ingiustizie sociali, con la pretesa di un’assurda neutralità di fronte ai conflitti di classe, oppure ad esercitare il potere politico e interferire pesantemente nelle questioni dello Stato, finendo quasi sempre con il passare dalla parte dei padroni». Proprio per la considerazione di questi fatti egli, ancor giovinetto, si allontanò dalla religione e non poté mai, in seguito, tollerare la linea politica seguita dal Vaticano in appoggio a questo e a quel regime, fino a divenire strumento di singoli partiti .

Negli ultimi tempi, via via che gli si faceva più pressante l’impegno di combattere le forme repressive del potere, Silone venne approfondendo le sue critiche alla Chiesa come istituzione e alla religione come pratica formale o indottrinamento confessionale. Egli prese atto con piacere dei risultati del Concilio ecumenico indetto da papa Giovanni, per quel che riguarda l’atteggiamento più liberale della Chiesa nei confronti dei partiti politici, ma ritenne illusorie le riforme relative al culto e alla gerarchia ecclesiastica, convinto che esse restano esterne al problema della fede. Allo stesso modo, giudicò positivo il cosiddetto «dialogo» tra cattolici e comunisti, perché il progresso del pensiero e della civiltà scaturisce dal confronto dialettico delle idee e non dalla loro cieca contrapposizione, ma non condivise il principio del «compromesso Storico» né il progetto della «repubblica conciliare» perché, a suo parere, basati su manovre politiche senz’alcuna logica e senza la ben che minima chiarezza.

Testo tratto dal libro scritto dal Prof. Vittoriano Esposito, Vita e pensiero di Ignazio Silone “Adelmo Polla Editore”.