L’emigrazione

Fenomeno molto comune in Italia, l’emigrazione, al pari di tanti altri piccoli centri montani del meridione non risparmiò neppure San Sebastiano. I periodi storici di maggior flusso migratorio furono quelli degli anni a cavallo tra i due secoli, soprattutto prima della grande guerra del 191518. e quelli dopo la seconda guerra mondiale, fino a tutti gli anni ’60. Senza volerci dilungare sulle altre cause che favorirono l’emigrazione in Abruzzo, ci limitiamo a parlare della crisi della pastorizia, da sempre fiore all’occhiello dell’economia regionale, che sosteneva anche un indotto, come si dice oggi, di tipo industriale: quello della lavorazione della lana. Per la tessitura vi erano fabbriche a L’Aquila, Scanno, Castel di Sangro e Sulmona. 

Vicino a noi c’era il lanificio di Pescina i cui resti sono ancora visibili accanto al laghetto omonimo e che ha funzionato fino a non molto tempo fa, insieme a quello di Taranta Peligna. A San Sebastiano c’erano due valchiere ( da valca ) per la prima lavorazione della lana e per la battitura dei tessuti: una si trovava alla Ferriera e l’altra nella zona chiamata oggi “valcaturo”, dietro la chiesetta di San Sebastiano. Nel libro di E. Celani “Una pagina di feudalesimo”, a questo proposito si legge: “dalla valca del panno affittata a ducati 9.20 l’anno… “. La notizia risale al 1700. 

Tornando alla pastorizia sempre in Abruzzo ebbe il massimo sviluppo tra il 1200 e il 1600. Erano gli anni della grande transumanza verso il Tavoliere delle Puglie dove si portavano le greggi a svernare per far poi ritorno ai nostri monti nella buona stagione. Il fenomeno della transumanza è molto antico e veniva esercitato già dai tempi dei romani. Le greggi venivano portate lungo i tratturi che erano ben tracciati e definiti; i principali andavano verso tre direzioni: Celano-Sulmona-Foggia, passando per l’altopiano delle Cinquemiglia, Pescasseroli-Candela via Castel di Sangro, e L’Aquila-Foggia che a Popoli deviava per il chietino e lambiva il mare; quest’ultimo, il più grande, era detto Tratturo Magno. Nel film del regista Riccardo Milani dal titolo “Auguri professore”, alcune scene sono state girate a San Sebastiano e dintorni e proprio quella della transumanza, girata a Campomizzo, noi crediamo sia una delle più belle e poetiche. Qui il maestro ha saputo ben cogliere il significato e lo spirito di questo antico fenomeno delle genti d’Abruzzo, astraendolo e idealizzandolo fino a raggiungere sentimenti idilliaci e toccanti. 

Da San Sebastiano, seguendo i tratturi, molti presero la via del Tavoliere trovando occupazione come pastori, macellai o vangatori nei terreni di San Severo, Lucera e Manfredonia. Fra questi ci piace ricordare i fratelli Flaminio, Alessandra e Angelina De Santis, i quali si stabilirono a Foggia occupandosi della lavorazione delle carni; i figli e i nipoti ora vi risiedono stabilmente formando una nutrita colonia. Nessuno ha dimenticato in paese la figura patriarcale di Flaminio De Santis, uomo serio ed austero, con un paio di baffi alla “Vittorio” che incuteva rispetto solo a guardarlo. 

I figli avevano un timore riverenziale, i nipoti anche, ma erano un po’ più disinvolti nei suoi confronti come richiedevano i tempi moderni. Un giorno uno di questi nipoti saliva verso la piazza con un amico tenendo una sigaretta in mano; il padre che in quel momento giocava a carte al bar di Eustachio, appena lo vide lascià tutto e, correndo verso di lui, lo apostrofà: “Leva la sigaretta, non vedi che più avanti c’è nonno ?”. Era la prima migrazione interna. Tanti altri si avviarono verso gli Stati Uniti ed è facile immaginare quale fosse il loro stato d’animo nell’abbandonare il piccolo paese per andare verso l’ignoto: non si era certi di poter ritornare e di certo non si tornava se non dopo aver fatto un po’ di fortuna. 

Qualcuno rientrà dopo 30-40 anni. Intanto c’era il problema del viaggio, bisognava attraversare l’oceano con la nave, un mezzo che non avevano mai visto. Il clima e lo stato d’animo degli emigranti era quello ben espresso dalla famosa canzone napoletana di quei tempi che toccava le corde della nostalgia: “partono i bastimente, pe’ terre assai luntane… “. Francesco Conte e il fratello Cesidio, giunti a Napoli in attesa dell’imbarco decisero di fare un breve giro nelle vicinanze del porto e, indossata la classica mantella a ruota di panno nero, si avviarono con la tristezza nel cuore. Presi dai loro cupi pensieri e senza proferire parola non si accorsero che due gendarmi li seguivano con aria sospettosa. Cosi bardati e, forse anche per la loro notevole stazza, furono ammanettati e trascinati in caserma con loro grande stupore e timore. Sotto stretta sorveglianza subirono un vero interrogatorio per tutta la nottata; fortunatamente riuscirono a chiarire la loro posizione in tempo utile per prendere la nave il mattino seguente. 

L’arrivo in America era a dir poco scioccante. Gli emigranti si trovavano davanti un Paese molto più evoluto del nostro con un’industrializzazione più avanzata e con un elevato tenore di vita. I palazzi avevano l’ascensore e nei locali comuni c’erano anche i primi prototipi delle lavatrici elettriche. A questo proposito si racconta che Rocco Grassi al ritorno dagli Stati Uniti avrebbe voluto condividere con la moglie Lucia le sue esperienze americane riferendole le belle cose che aveva visto negli “States”. E lei lo stava a sentire un po’ assorta ma anche sospettosa. Quando il marito, servendosi di un inglese approssimativo e abruzzesizzato, le disse che i palazzi erano alti come la montagna del Festo e che per salire in casa bastava entrare in una cabina chiamata “di elevetor” e…”push le buttone…” questa ti portava subito in alto, sbottò in improperi perchè lei non voleva essere presa in giro da nessuno e tanto meno da lui. E la serata finiva in diverbio. Il povero Rocco dopo tanti anni morì senza riuscire a convincere la moglie che quelli erano tutti fatti veri. La “uosh-mascin e di elevetor” esistevano davvero, non se li era inventati per prenderla in giro. 

Tra i “pionieri” che da San Sebastiano si avventurarono oltre oceano abbiamo trovato tanti nomi, sicuramente non tutti, e tra i primi Antonio Di Bartolomeo, padre di sette figli: Lucia, Anna, Anatolia, Gemma, Carmine, Elisa, e Angelina. I nipoti ricordano che lavorà alla costruzione del famoso ponte di Brooklyn, che collega Manhattan a Brooklyn. Era l’anno 1883. Elenchiamo gli altri: Michele Berardini, Luciano Berardini, Enrico Spera, Francesco Spera, Antonio Iafolla, Modesto Iafolla, Antonio Giocondi, Michele D’Addezio, Leonardo Grassi, Rocco Grassi, Luciano Grassi, Cesidio Grassi, Beniamino Grassi, Luigi Grassi, Francesco Di Bartolomeo, Valentino Di Bartolomeo, Domenico Panza, Domenico Ubertini, Egidio Ubertini, Raffaele Conte, Nicola Conte, Augusto Checcacci, Mattia Fallucchi, Silvestro De Dominicis, Sebastiano De Dominicis, Peppino Palleschi, Ovidio Sforza, Nicola Caranfa, Francesco Di Vincenzo, Giulio Di Vincenzo, Antonio Di Vincenzo e tanti altri. La seconda fase dell’emigrazione si ebbe, come abbiamo detto, subito dopo i disastri della seconda guerra mondiale. 

Si tentò di nuovo la via degli Stati Uniti ma con scarso successo perchè ormai era difficile entrare e il mercato delle braccia era saturo. Allora ci si mosse verso altre destinazioni: Australia e Venezuela, in particolare. In Australia approdarono, tra gli altri, i fratelli Sforza e Buccini. Poi si aprirono spiragli in Europa, soprattutto in Belgio. Un periodo nero, anche nel senso letterale della parola, perchè si trattava di andare in miniera, dove il lavoro era duro e per giunta mal pagato. La tragedia di Marcinelle che costà la vita a centinaia di minatori, molti dei quali abruzzesi, accelerò il rientro di molti e il cambiamento di Paese da parte di altri i quali, principalmente, si orientarono verso la Francia. Negli anni ’60, il boom economico della Germania servi da richiamo per diversi sansebastianesi. 

Ancora più soddisfacente si dimostrò il trasferimento per la Svizzera che, al pregio della vicinanza con l’Italia, univa le buone paghe, il cambio favorevole, e tutta una serie di adeguati servizi sociali. Ora i nostri amici emigranti sembrano essere quasi dei pendolari che vanno a lavorare al Nord, stanno economicamente bene, ritornano più volte all’anno con le loro belle famiglie e sono orgogliosi di far vedere i bambini ai nonni. Forti dell’esperienza acquisita con il tempo nei rispettivi campi, sono diventati bravi tecnici, ricercati specialisti, responsabili in vari settori.

Rimane comunque forte la nostalgia e l’attaccamento al paese come dimostra un aneddoto che ha avuto come protagonista Pino Eramo, “Pinuccio”, che lavora ed abita a Lugano. Un giorno “Pinuccio” ricevette la visita di alcuni compaesani e, naturalmente, li portò a fare un giro turistico per la città che è veramente bella. Passò per l’elegante centro, lungo i boulevards alberati e poi sali al belvedere sul lago e, dopo aver decantato ancora una volta le bellezze di Lugano, concluse con aria malinconica: “…ma quant ne vale di più quill pire sicche alla Ferrera… “.

Testi tratti dal libro Il Paese della memoria
( Testi del prof. Ermanno Grassi e del prof. Pino Coscetta )