t1

Comune di Celano

t2

Testi del prof. Vittoriano Eposito maggiori info autore
Ringrazio il collega Tomassetti di aver preso l’iniziativa di commemorare Benedetto Croce. Sarebbe stato atto di stupidezza o di faziosità, o per lo meno tale sarebbe sembrato, se il Consiglio Comunale di Avezzano, capoluogo della Marsica, nel riprendere l’ordinario lavoro avesse lasciato trascorrere nel silenzio l’avvenimento che ha scosso i petti di tutta l’Europa, e avesse dimenticato il più illustre dei figli della Marsica, quello ch’e il solo della nostra regione, da molti secoli a questa parte, il quale abbia potuto conquistare una fama universale. Benedetto Croce! Squillano tutte le fanfare, si spiegano al vento tutti i vessilli della nostra giovinezza! Quanti ci affacciammo alla vita dello spirito, sul principio di questo mezzo secolo, ci dobbiamo riconoscere discepoli e figli spirituali di Benedetto Croce.

La cultura italiana era allora aduggiata dalla greve, piatta atmosfera del positivismo.
Era come un casermone dalle finestre chiuse, coi muri grommati di muffa, pieno di mucido tanfo. Ed ecco irrompere un uomo, sfornito di titoli accademici, che non copre nessuna cattedra universitaria, ma che ha un sapere di una vastità, di una profondità formidabile; e spalanca tutto.
Ma che dico “spalanca”? Irrompe come con un randello, e fracassa le vetrate e butta a terra i pesanti tendaggi.
Il pavimento e pieno di rottami e di stracci; ma l’aria e la luce vivificanti inondano tutto.
Un nuovo giovanile vigore intellettuale balza all’assalto di tutti i problemi dello spirito e sradica spietato tutti i vecchi sterpi.

Benedetto Croce aveva iniziato la pubblicazione della sua gloriosa rivista “La Critica” proseguita, poi, per tanti anni, con ardore inesausto.
Ogni fascicolo, attesissimo, sembrava come una spedizione punitiva.
Quella prosa lucida, agile, succosa, piena di garbo e di brio, travolgeva tutto, senza riparo.
Il vecchio mondo degli accademici, dei professoroni, dei parrucconi, degli occhiali d’oro, del rettoricume, dell’inerzia mentale, delle posizioni fatte, ne fu pieno di sgomento e di scompiglio.
Ma non c’era rimedio.
Tutto ormai era un’animazione nuova, come un tumulto di rigenerazione. Intanto Croce veniva compiendo il suo mirabile sforzo per la costruzione del suo sistema filosofico.
Aveva cominciato dall’estetica. Francesco De Sanctis, con la sua critica letteraria, gli aveva posto 1’esigenza di depurarne e sistemarne i principi filosofici.

A mano a mano, il sistema crebbe e si organizzo nella Filosofia dello Spirito, con un’architettonica perfetta nella sua quadripartizione.
Ma e una filosofia, per la massima parte, caduca: anzi e gia caduta.
Croce concepiva la realtà come spirito che si realizza tutto nella storia, immanente alla stessa.
Ma codesto suo spirito con la esse maiuscola non e che mera astrazione. Nessuno puo averne una esperienza, nessuno lo ha visto mai passeggiare per le strade.
Tutte le profonde esigenze dell’anima umana vengono eluse.
Con una violenza ingiustificabile, la limitatezza dello spirito umano e adeguata all’incommensurabilità di tutto l’essere.
E’ stato facile alle nuove correnti filosofiche rovesciare le posizioni crociane. L’esistenzialismo per es. ha potuto vittoriosamente dimostrare che la sola realtà di cui possiamo avere una esperienza certa, e quella di noi stessi come individui.

L’individuo, in quanto esistente, e la nostra certezza: e 1’ancora a cui siamo aggrappati tra i flutti dell’immensita. Ma che cosa e poi 1’individuo, di fronte all’immensita? E chiaro che la filosofia crociana non poteva reggere di fronte a queste nuove istanze.
Non puo reggere una filosofia che prescinda dai problemi posti dal cristianesimo, dal problema del rapporto dell’uomo con Dio.
E la filosofia di Croce non e una filosofia cristiana.
Croce sentiva un bisogno di appagamento interiore che soltanto la fede può dare.
Aveva orrore del dubbio, dell’angoscia, del tragico dissidio dell’anima che non trova il suo punto di appoggio. Ma egli, ormai, non aveva più il conforto della fede, e cerco nella filosofia quello che soltanto dalla Grazia poteva venirgli.

Volle a forza assicurare alla filosofia una certezza che non e consentita alla pura ragione umana. E agognando quella impossibile certezza, egli dove tarpare le ali agli impulsi più intimi e profondi dell’anima umana.
Dichiaro illusori i massimi problemi che travagliano il nostro spirito ma che, nello stesso tempo, lo nobilitano e gli accendono bagliori d’ineffabile speranza. Dio, il destino dell’uomo, l’immortalità dell’anima, tutti gli interrogativi più eccelsi della metafisica e della religione, apparvero al Croce, o forse s’illuse che gli apparissero, dei rompicapo oziosi, inutili.
I soli problemi degni di attenzione sono quelli che lo spirito, nel suo perenne sviluppo storico, di volta in volta, come sono suggeriti dalle nuove situazioni storiche, si propone e risolve.

Ma e vana fatica affannarsi a negare quegli eterni problemi che, con incomprimibile energia, ripullulano dalla profondità del nostro essere: vana fatica, come se a chi abbia una profonda lacerazione nelle carni e ne sia straziato, qualcuno voglia persuadere, con bei ragionamenti, che quella lacerazione non ha ragion d’essere, non e che un’illusione, e che la sofferenza che ne deriva e risibile immaginazione. Croce pensatore non e cristiano.
E tuttavia anche sul suo spirito ha irresistibilmente agito la verita del cristianesimo.
Un filone di cristianesimo e anche nella sua filosofia.
Non dico questo perché egli ha scritto un opuscolo intitolato: “Perché mai non possiamo non dirci cristiani?”. Quell’opuscolo non e tale che possa appagare un cristiano.

Egli non ha sentito che 1’essenza del cristianesimo e nella divina presenza di Cristo nel mondo, fino alla consumazione dei secoli.
Per il Croce il cristianesimo, in fondo, non e che un momento dello sviluppo filosofico dell’umanità, come per esempio, l’idea di Platone, il concetto aristotelico di forma e materia, la sintesi a priori di Kant. Ogni nuova idea filosofica si supera, ma nello stesso tempo si conserva nella nuova sintesi. In questo senso, pur avendo superato il platonismo, l’aristotelismo, il kantismo, rimaniamo platonici, aristotelici, kantiani.
E analogamente a quell’opuscolo del Croce si potrebbero scrivere altri consimili opuscoli: “Perché non possiamo non dirci platonici, aristotelici, kantiani”. Ma il cristianesimo non si supera, perché non e un semplice concetto, ma e un atto di vita, la stessa vita della umanità protesa verso Dio nel dramma della redenzione.

Vi e un filone di cristianesimo, dicevo, nella filosofia del Croce. Vi e l’elaborazione di un concetto, che costituisce il vertice della speculazione crociana ed e una grande e duratura conquista del pensiero umano: il concetto dell’arte come liricità.
L’arte come espressione di quell’intima, fremebonda vita dell’individuo, col suo inconfondibile accento che gli conferisce un valore incomparabile. L’estetica crociana, anche oltre le intenzioni del filosofo, e una riconsacrazione del1’individuo, una riaffermazione del suo valore incommensurabile. In questo senso, l’estetica crociana, quantunque in tono minore, in tono smorzato, e una affermazione cristiana. Infatti, per il cristianesimo, la creatura umana, destinata, nella sua individuita, a immedesimarsi con Cristo, e il fine della creazione.

Ma più ancora il Croce fu cristiano nella sua norma di vita. Cristiane furono la sua inesauribile generosità, la sua disinteressata benevolenza.
Ebbi la fortuna di essere in corrispondenza con lui per un certo tempo.
Fu il primo lui a scrivermi.
Non disdegno di essere il primo, lui, a scrivere a un oscuro giovane provinciale. Aveva avuto fra le mani un mio opuscolo che gli era piaciuto e me ne scrisse in termini che io non debbo ripetere. Ero entrato arditamente in una polemica che si dibatteva allora, sollevata dai focosi giovani che battagliavano dalle pagine della fiorentina rivista “La Voce”.

Sulla scorta di taluni fondamentali concetti della estetica del maestro, mi era stato facile dimostrare la gratuita dell’infatuazione di alcuni giovani per il frammentismo.
Ma mi ero fatto lecito anche di esprimere un giudizio sul Croce. Esaltavo bensi l’importanza della sua immane fatica, ma, nello stesso tempo, riconoscevo, a lui filosofo, piu di forza sistematica che di forza creativa: e denunziavo anche zone di opacità nel suo spirito.
Vi erano effettivamente di codeste zone di opacità nello spirito del Croce.
Egli non aveva il senso del mistero, non aveva una reale esperienza mistica. Questo ci spiega la sua incomprensione per taluni poeti, come ad esempio il Pascoli.

Lo stesso D’Annunzio, che fu mistico a suo modo, un mistico della carne, del sangue, della natura, degli impulsi primordiali, non fu inteso appieno dal Croce, il quale amabilmente, poi, raccontava che il D’Annunzio, avendo letto sulla “Critica” lo studio che lo riguardava, aveva esclamato con amici: “E un pedante come gli altri”.

E nemmeno il Croce intese a sufficienza il Leopardi, ne la stessa “Divina Commedia” che gli parve un romanzo teologico, con oasi di poesia.
Ma la “Divina Commedia” e un blocco monolitico: la sua architettura e un elemento essenziale di quella gigantesca ispirazione poetica, rimasta unica e ineguagliabile nella storia della poesia.
Eppure il Croce, uomo ormai maturo, di fama europea, scrisse a me, solitario, ignoto giovine di provincia, che accettava in pieno il mio giudizio.
Non so rappresentarvi quale o quanto fosse il mio stupore di fronte a una tale moderazione, serenita e grandezza d’animo.
Io m’inchino tuttora, con le ginocchia della mente, al cospetto di una simile superiorita morale.

Ed ebbi occasione anche di scrivergli per cose mie personali.
Ed egli non lascio cadere a terra il grido di uno che credeva di patire un’ingiustizia e che si rivolgeva a lui. Poi gli anni passarono, la nostra corrispondenza si allento: a mano a mano mi allontanai da lui, non perche in me venissero a mancare l’ammirazione, l’affetto e la riconoscenza per lui, ma perche invano avevo lottato a persuadermi della adeguatezza della sua filosofia alle esigenze della mia personale concezione della realta e della mia fede di cristiano.
Mi trovai, per un certo tempo, rispetto a lui, nella strana situazione, cosi profondamente espressa da un grande lirico romano, da Catullo, quando cantava della sua innamorata: “Nec tecum nec sine te vivere possum” – “Non posso vivere ne con te ne senza te”.

E sopravvennero altre vicende storiche che porsero occasione al Croce di mostrare 1’adamantina tempra del suo carattere che gli valse l’ammirazione e 1’amore di tanti giovani che non potevano accettare, con 1’animo, il nuovo regime. Incoerente come filosofo, fu coerentissimo al suo amore per la liberta, in cui riaffermo il supremo valore dello spirito.
Egli che aveva aderito alla formula hegheliana: “tutto cio ch’e razionale e reale; e tutto ciò ch’e reale e razionale” – e aveva concepito la storia come unico giudice di se stessa e ne aveva bandito il giudizio morale, esaltando il successo, condanno, per via di apprezzamenti morali, le nuove istituzioni politiche; e di siffatti apprezzamenti e tutta permeata la sua “Storia d’Italia”. Egli, dunque, bisogna riconoscerlo, e stato un sommo.
Il suo pensi’ero e stato un lievito impareggiabile per la cultura italiana.
Egli e stato nostro padre e maestro.

Si puo dissentire dai propri genitori, ma, intanto, il nostro sangue e il loro sangue, la nostra carne e la loro carne; e abbiamo, forse la disposizione alle stesse malattie, anche se, divenuti piu vigili e attenti per quello ch’essi medesimi hanno sofferto, ci e piu facile di guardarcene e di guarire.
Ai genitori, per comando di Dio, e dovuto rispetto e onore.
A questo padre della cultura italiana del secolo ventesimo, deve andare la riconoscenza degli italiani.
Certo, riprovevole fu l’atteggiamento di alcuni ribelli, acri e irrispettosi verso colui che ne aveva liberalmente nutrito lo spirito.

A proposito delle incomposte ed eccessive polemiche vociane, io dissi, con una frase che a lui piacque: “Hanno voglia a insorgere e strepitare e smaniare codesti vociani; essi rimangono pur sempre dei crociani”.
Ora egli e morto e riposa dalla sua fatica.
Accanto a lui si innalza, monumento insigne, la mole del suo lavoro.
Entrato nel mondo della trascendenza, che la sua filosofia tenacemente nego, penso ch’egli abbia pacatamente sorriso di se stesso, a quel modo che Dante, in uno degli ultimi canti del Paradiso, dice che avvenne a Gregorio Magno, assurto nel nono cielo.

E penso che a lui sia giunta, rimormorante dalle lontananze abissali, la voce imperscrutabile del Gran Padre di tutti, di Dio: “Vieni, figliolo, che hai sostenuta tanta fatica! Tu mi cercavi senza potermi trovare, perché il sentiero da te percorso non era quello giusto. Ma tu, senza saperlo, mi amavi, perché tu amavi la verità, e la Verità sono io. Vieni, figliolo! La tua fatica e stata nobile, e non e stata inutile. Tu l’hai sostenuta con animo saldo e puro. Entra, con gli altri miei figli diletti, nella mia gloria!”.

avezzano t2

t4

Leggi commemorazione a Benedetto Croce di Enea Merolli

t3

avezzano t4

t5