L’economia

Nonostante la qualifica di rivierasco che il paese aveva, poca confidenza avevano i sampelinesi con il Lago. E, infatti, nonostante l’uso civico di pescare che era proprio di tutti i paesi rivieraschi e nonostante la posizione aperta ed elevata che regalava agli abitanti un panorama tra i più belli in assoluto della conca fucense, esso, legato com’era alle sue radici agricole e pastorali, non fu mai un centro lacustre nel senso economico e sociale del termine. Non fu mai, cioè, un paese di pescatori o di barcaioli e non ebbe mai di questi le relative tradizioni. E ciò perché la pesca non ebbe mai per i sampelinesi un ruolo che fosse superiore al marginale. Il fatto che neanche uno dei proverbi traesse spunto da queste attività, mentre abbondavano i riferimenti agricoli e pastorali, lo conferma.

Il lago e diventato importante per il paese soltanto in conseguenza del suo prosciugamento. La disponibilità di nuove terre da coltivare ha portato l’agricoltura a prevalere sulla pastorizia e ha fatto sorgere una mentalità nuova, più attenta alle esigenze del mercato che all’abbondanza delle scorte familiari. Il graduale abbandono delle terre montane e la riconversione del quadro colturale, nonché la costruzione di più comode vie di accesso all’alveo fucense rappresentano il primo effetto indotto del prosciugamento (23). Ma per vederlo realizzato questo effetto bisognerà aspettare i primi anni del secolo successivo. Nel frattempo, la connotazione economia del paese resta sostanzialmente identica a quella che fu descritta dal Giustiniani sul finire del ‘700 e dall’Alfano circa 20 anni dopo.

La pastorizia e l’agricoltura sono sempre i cardini della economia e la terra e il gregge l’espressione della ricchezza e del prestigio. “Grano, granone e vino”, secondo il Giustiniani (23a), “Grani, granidindia, orzi, vini, mandorle, ortaggi e oli”, secondo l’Alfano (23b), sono i prodotti principali del paese. Ma non sono gli unici perché, per la mentalità economica di allora, che guardava più al fabbisogno della casa che alle esigenze del mercato, ogni produzione utile ai consumo familiari doveva essere curata. Avezzano si sostituisce a Tagliacozzo come piazza principale per il collocamento dei prociotti. E le fiere, come quella tradizionale di S.Pietro che cadeva il 29 di giugno, restano le occasioni più attese per le cessioni e per gli acquisti (24). Tra i prociotti agricoli, i cereali, non particolare riferimento al grano ed al granturco, rappresentano il gruppo più importante perché fornivano al paese la sua principale risorsa alimentare. Il grano, in particolare, era importante sia perché era il prodotto più pregiato e sia perché era molto usato nei contratti agrari come mezzo di pagamento degli affitti e delle decime.

Inoltre, ancora, perché era quello, tra i prodotti agricoli, che più facilmente si poteva collocare sul mercato. Perciò, pur abbondando nei raccolti, scarseggiava spesso nei consumi. E, in questo caso, il parrozzo di granturco subentrava al pane nella dieta alimentare dei sampelinesi. Tra le altre produzioni, una importanza tutta particolare avevano anche quelle ciell’uva e del vino. I sampelinesi, grandissimi estimatori e consumatori di vino, hanno sempre cercato di onorare quell’appellativo di “Sturavotti” con il quale si compiacevano e si compiacciono tuttora di essere qualificati dai vicini. Ed hanno sempre data una importanza tutta particolare sia al vino che alla vigna perché vedevano in essi la produzione che li qualificava non soltanto nei confronti delle altre ville albesi, allora riunite nel comune di Massa D’Albe, ma anche nell’ambito fucense e marsicano.

Perciò si dedicavano a questa attività con lo spirito di chi voleva un risultato di cui essere orgoglioso e con la consapevolezza che solo un risultato li avrebbe soddisfatti ed era la buona qualità del vino che avrebbero prodotto. Il giudizio, inappellabile, non sarebbe dipeso dalle analisi di qualche laboratorio, peraltro inesistente, ma dall’apprezzamento degli amici e dei conoscenti ai quali non sarebbe mancata l’occasione di farglielo assaggiare. Le partite a bocce e gli altri giochi popolari che si svolgevano all’aperto servivano anche a questo. Ancor oggi la qualità del vino e motivo di vanteria per i sampelinesi. E il consiglio da dare all’ospite nel caso in cui gli venga chiesto di pronunciarsi in merito e di non essere mai troppo severo nel giudizio se non vuole compromettere il rapporto di amicizia. Ben che gli vada, si sentirebbe dire che non capisce niente.

Non c’e cosa peggiore per un sampelinese che la taccia di aver prodotto “acitella” o “ciripicchia” invece del buon vino. In pratica, ogni casa aveva una cantina con tutta l’attrezzatura che questa comportava, dalla vasca in muratura alle botti di rovere o di castagno e dai bigonci ai tini. Qualcuna aveva anche il torchio o “vinacciaro” che lavorava per tutto il vicinato e per gli amici. E molte di esse, sfruttando la pendenza naturale del suolo sul quale erano costruite, terminavano in una grotta scavata direttamente nella roccia nella quale si riponeva il vino, quando era ormai maturo, per assicurargli le migliori condizioni di stabilita e di freschezza allo stato naturale. La bontà del vino sampelinese era fuori discussione. L’apprezzamento del Febonio che parlava di uve dolcissime e “di si squisito sapore da produrre vini che nulla hanno da invidiare agli albani o agli orvietani” può sembrare oggi eccessivo, ma non e stato mai smentito dagli autori successivi.

Sul finire del 700, anche un visitatore forestiero, diffidente e razionale quale era il barone svizzero Carlo Ulisse De Salis, che non manca di rimarcare la strana usanza che trovò da queste parti di far bollire parte del mosto prima di riporlo nelle botti, ammette che i vini locali, da lui chiamati genericamente avezzanesi, erano di buona qualità(25). Ma oltre che buona, la produzione sampelinese era apprezzabile anche sul piano della quantità perché questa superava abbondantemente il fabbisogno dei concittadini. I problemi della viticoltura sono iniziati con il prosciugamento del lago e si sono poi aggravati con le epidemie di fillossera e di peronospora che hanno distrutto i vigneti preesistenti. Reintrodotti su portainnesti americani, i vitigni tradizionali non hanno conservata l’antica qualità e hanno dato risultati non all’altezza della vecchia fama. Un esempio e dato dal cosiddetto “abbottavutti” che, oggi vituperato perché sinonimo di quantità a scapito della qualità, una volta, invece, era apprezzatissimo e per l’aspetto giallo dorato che assumevano i suoi grappoli con la maturazione e per il sapore gustosissimo che lo rendeva aclatto anche alla mensa (25a).

Oggi, perciò, le speranze di un recupero qualitativo sono tutte riposte nella introduzione di vitigni nuovi che sappiano meglio adattarsi alle condizioni climatiche più fredde. Un buon miglioramento lo si e gia avuto con l’introduzione del Trebbiano e del Montepulciano D’Abruzzo che monopolizzano ormai tutti i vigneti di più recente impianto. Il prodotto, pero, non può ancora dirsi all’altezza della tradizione e non e pari a quello che le stesse viti sono in grado di dare in altre zone dell’Abruzzo. E ciò spiega perché il paese sia giustamente fuori dall’area di produzione dei vini DOC abruzzesi legati ai c.lue vitigni. Tra le produzioni agricole, importanti erano anche quelle dei legumi e della frutta. I primi, con particolare riguardo ai fagioli, perché erano gli ospiti quasi fissi delle imbiancabili pignate che borbottavano in continuazione accanto al fuoco del caminetto, rappresentando il solito ripiego, a volte con l’aggiunta di una patata, al problema del pasto giornaliero. In questi casi, l’immersione di un osso di prosciutto, detto per l’occasione “nzaporaturo”, rappresentava la sorpresa più apprezzata. La seconda, invece, perché, un po’ per la qualità, che e sempre stata alta, e un po’ per l’abbondanza delle varietà presenti nel paese, rappresentava la nota di colore se non proprio il lusso, nella consueta frugalità delle famiglie.

Sul piano quantitativo, le produzioni più significative erano quelle delle mele e delle pere invernali che avevano in Ronia un buon mercato. Se teniamo per buone le parole del Febonio, dobbiamo ritenere che il cuore della produzione marsicana del settore era proprio qui a S.Pelino. Nel campo della frutta, il maggiore apprezzamento e sempre stato rivolto ai fichi di Panciano e alle ciliege. Per essi, i proprietari non hanno mai dormito sonni tranquilli quando si avvicinava il tempo del raccolto. Pero, una considerazione tutta particolare, e per il contributo che davano all’economia del paese e per il peso che avevano nelle sue più antiche tradizioni, hanno sempre avuto anche le mandorle le quali, secondo il detto locale: “Sa Lorenzo, i nucci tra i denti”, avevano nel giorno di S. Lorenzo il momento della verifica in campagna o dell’inizio del raccolto (25b). Le mandorle erano la componente insostituibile dei più tipici dolci locali: sia natalizi, come le “coperchiole” e le “copète (26), e sia da cerimonia, come gli amaretti, i croccanti e i “nucci atterrati” che formavano la cornice festosa di ogni ricorrenza speciale, a cominciare dai matrimoni. Una buona stagione di mandorle era come un augurio di buone feste e, per gli innamorati, un invito a stringere le chiacchiere. Una stagione negativa, invece, era il preludio di feste sparagnine e, in qualche caso, era anche l’ultima scusa per rimangiarsi una promessa di matrimonio un po’ affrettata. Quanto sopra conferma che nel secolo scorso l’agricoltura aveva una funzione un po’ diversa rispetto a quella attuale. Oggi, producendosi per il mercato, si abbonda con le coltivazioni intensive del Fucino che meglio si prestino ad essere commercializzate. Allora, invece, producendosi soprattutto per le esigenze familiari, si doveva assicurare di ogni produzione almeno il necessario. Alcune di queste coltivazioni, sono state con il tempo abbandonate. E’ il caso, per esempio, dello zafferano, di cui si e persa la memoria perfino nelle ricette culinarie (27) e della cui produzione si perdono le tracce già nel corso di questo secolo. E’ il caso della canapa e del lino, che si coltivavano nella località “Vigna Sciarretta” e nelle terre “cannavine” poste in prossimità del Lago. Inoltre, e anche il caso dell’ulivo che prosperava un po’ dovunque sulle coste meglio assolate della collina(28).

A proposito degli ulivi, c’e da dire che ancor oggi, girando su per il paese vecchio, i possibile vederne qualche arbusto i cui frutti, se e quando riescono a legare, non hanno più la forza di giungere a maturazione. Sono gli ultimi esemplari di una colonia un tempo florida che dava colore al panorama e reddito al paese. Gli ulivi sono la vittima più illustre del prosciugamento del Lago e la prova più evidente del peggioramento di clima. La loro produzione forse non era cosi eccezionale, come dice il Febonio, ma era adeguata alle esigenze del paese e si avvaleva, per la oleificazione, di un certo numero di trappeti dalle grosse macine di pietra. Pare che solo in casa dei Lanciani ce ne fossero tre. Oggi, qualche macina rinvenuta tra le macerie – due di queste sono state collocate a scopo ornamentale ai lati della piazza e qualche base nascosta dalle erbacce sono la testimonianza che ancora resta di questa attività.

Note
23) – Sul prosciugamento del Fucino, ved. A. Brisse: Disse’cchement du lac Fucino.
23a)Lorenzo Giustiniani: Dizionario Istorico Ragionato del Regno di Napoli; Napoli 1797/1806, tomo VIII, pag. 216.
23b)Giuseppe Maria Alfano: Istorica Descrizione del Regno di Napoli; Napoli 1823, pag. 330.
24) Nell’anno 1830, il calendario ufficiale del Regno napoletano riporta per la Marsica le seguenti fiere: 13 giugno, Scurcola; 24 giugno, Celano; 29 giugno, Albe; 25, 26 e 27 luglio, Pescina; 16 agosto, Tagliacozzo; 24,25 e 26 agosto, Celano; 24 settembre, Collarmele; prima domenica di settembre, a cominciare dal venerdl precedente, Avezzano; terza domenica di settembre, Scurcola; 3,4 e 5 ottobre, Avezzano.
25) Anticamente i vini avezzanesi e quindi anche sampelinesi, vista la contiguità territoriale, godevano di buona fama. Scrive il Giustiniani, al riguardo, che la maggior produzione di Avezzano “e quella del vino, che ne fa commercio co paesi vicini e lontani”. (L.Giustiniani: op.cit. vol.II, pag.102). Conferma il Pagani che si richiama ai vini tanto celebrati dal Baccio nel suo trattato sui vini d’Italia (op.cit. pag.512). Il conte svizzero Carlo Ulisse de Salis visito la Marsica nel 1789 e si mostro sorpreso dal particolare modo di vinificare che era in uso in Avezzano: “Dopo che i grappoli sono stati spremuti e il liquido riposto nelle botti, una certa quantità del mosto viene bollito e mischiato al vino, pretendendosi cosi di meglio conservarlo. Questo per i vini bianchi, di cui si ha maggiore produzione; per il poco vino rosso invece si lasciano fermentare i grappoli nei tini e si ha cura poi di riempire ogni giorno le botti rifondendovi del vino. Del resto, il vino e gustosissimo e a me parve ricco di alcool’. (De Salis: Viaggio nel Regno di Napoli. Capone editore, 1979. Pag.239).,
25a) – La testimonianza era del dott. Alfredo Di Loreto.
25b) – G. Finamore: Op.Cit. pag.174.
26) – Le copete, normalmente a base di noci, erano dei dolci ripieni a forma di un serpente attorcigliato.
27) – Lo zafferann era coltivato soprattutto dalle parti di Massa e di Magliano, dove aveva un fiorente centro commerciale. Per S. Pelino, un espresso riferimento a quel prodotto e contenuto in un documento che Gio:Antonio Fracassi sottoscrisse nel 1732 (ADM: D, 269).
28) Sembra negare l’evidenza chi, come il prof. Ludovico Gatto, nega la correlazione tra il prosciugamento del lago e la scomparsa dell’ulivo. (L. Gatto: Momenti di storia del medioevo abruzzese. L’Aquila 1986, edizione della Deputazione Abruzzese di Storia Patria. Pagg. 335 e 336).

San Pelino la capitale antica dei marsi anxantini

Pasquale Fracassi