Le testimonianze di alcuni viaggiatori

Negli ultimi decenni del secolo XIX e nei primi del XX, le terre di Paterno furono descritte da visitatori, colpiti dalle bellezze della natura e dalla cordialità degli abitanti. Nicola Marcone nel 1886, nel suo libro « Il lago de’ Marsi e suoi dintorni » afferma: « Plinio il giovane, in una delle sue lettere scriveva a Valeriano: Le terre che acquistasti nella Marsica ti piacciono sempre? E possedendole, han perduto nulla, per te, della loro naturale bellezza ?
E veramente sono incantevoli, quelle terre, lungo il tratto di strada che da Celano si estende ai campi Palentini. Un effetto meraviglioso producevano ai miei occhi le circostanti montagne coverte di nevi luccicanti ai raggi del sole, in contrasto dell’immenso piano del Fucino avvolto da densa e bassa nebbia _ quasi ombra sdegnosa del lago, nonché le lussureggianti vegetazioni dei due paeselli, Paterno e S. Pelino, l’uno dopo l’altro a dritta della strada, e le case sovrapposte e fitte a guisa di aime! ».

Più oltre, in un capitolo in cui risalta la cordialità della gente paternese, descrive la fattoria modello della famiglia Leonelli, con queste parole: « Feci parecchie escursioni sulle terre del lago, ma la prima ebbe luogo in compagnia di alquanti carissimi amici, e finì col solito pranzo che… non finiva mai! Quella tavola splendeva delle più superbe produzioni del Fucino: dai vini poderosi agl’indispensabili maccheroni serviti a lave; dai capponi grassissimi in diverso modo preparati ai vari e molteplici latticini e alle frutta squisite d’ogni sorta: tutta roba eccellente di per sé stessa, ma che, condita con la storica cordialità abruzzese, raddoppiava di pregio ed aguzzava straordinariamente l’appetito.

Eravamo nella fattoria Leonelli, e Don Vincenzo, che n’è il capo, fu l’artista, sotto la cui direzione si compì tanto prodigio gastronomico.
Quella fattoria è un modello del genere, tanto per architettura che per mobili ed attrezzi diversi di cui è riccamente fornita. Don Vincenzo ebbe fede illimitata nell’avvenire delle terre emerse, e anziché rimpiangere il passato pensò con proficuità all’avvenire. Ecco tutto il segreto, il fondamento di tutta quella prosperità. Una vasta zona di terreno circonda la casa, il cui cortile vastíssimo, tutto ricinto di muri, è un pollaio riboccante di ogni sorta di volatili domestici. Pavoni, oche, anatre, gallinacci, galline, capponi, quando entra Don Vincenzo gli corrono incontro con le ali spiegate e gli svolazzano attorno, perché egli è il dispensatore della razione giornaliera che raccoglie a gíumelle dalla bocca di un sacco e getta a dritta e sinistra a quelle benemerite bestioline.

Depositi di fieno, scuderie con vacche d’allevamento, con bovi da ingrasso e da lavoro, magazzini di macchine agrarie fregíano la fattoria Leonelli, dove tutto è ordine, tutto è profumo d’agiatezza e d’industria. Ma quello che mette il colmo all’ammirazione del visitatore è l’ovíle. In quel momento che io v’entrai le pecore n’erano fuori a pascolare. Gli agnellíni (un numeroso e simpatico branchetto di razze diverse, che il proprietario con assai accorgimento va migliorando per via d’eliminazione, scartando, cioè, gl’individui che si discostano dal tipo da lui vagheggiato) all’apparire di Don Vincenzo gli furono attorno, saltellanti e belanti come farebbero con le loro madri, e quale gli lambiva le mani, quale fiutava ogni verso.

Don Vincenzo, di civilissima famiglia – e se non fosse, basterebbe l’agricoltura a nobilitarlo – bello di forme, già canuto, ma pieno di salute e di vita, con la faccia indorata dal sole e con quell’aria da campagnuolo che tanto si addice alla virile figura dell’uomo, ha un palazzo in Avezzano, frutto onorato dei suoi sudori. Ad un tale, notissimo detrattore del disseccamento del Fucino e delle meraviglie che si scorgono nella fattoria Leonelli, dissi, ad arte, della immensa soddisfazione da me provata, e quegli con importante gravità mi rispose all’orecchio: « Don Vincenzo ha fatto denaro … rubando». La solita, eterna, oscenissima accusa con cui l’ozio cerca addentare il lavoro. Ma siamo in tempi, oramai, in cui, come nell’Inghilterra, anche fra noi si incomincia fortunatamente a render giustizia allo spirito laborioso e intraprendente dei privati, e a spregiare la infingardaggine e apatia di taluni » (1).

Nel 1888, Giacinto De Vecchi Pieralice, nel libro « Guida storicoartistica delle regioni traversate della strada ferrata » per Luigi Degli Abbati, scriveva: « Perché non correre a Paterno? Esso (ma chì può dirmi l’epoca?) venne fabbricato sopra una splendida villa del buon tempo di Roma. Forse gli schiavi (o se non tali, servì almeno) allorché per mano dei barbari di Alarico fu spento il padrone, qui restarono e si acconciarono alla meglio? 0 forse nella villa abbandonata dall’infelice possessore o rapito a servaggio, o fuggenti le longobardiche scuri, si radunarono i miserellì ché non avevano né una_capanna, né un campo, e qui coltivando aspettarono, e nessuno più avrebbe cercato? …

Degna di essere veduta è la porta; ma quando era in acque la campagna fucense, faceva mirabile diletto dalle case di Paterno aventi il sole alle spalle il guardare nelle ore del mattino l’ampia distesa del Fucino chiusa dai lontani monti, e gli scherzi della sorgente luce, e le sciabiche incrociantesi per ogni verso, ché Paterno assai di pesca dilettavasi, ne ritraeva di gran danari » (2).
Emidio Agostinoni, nel suo « Il Fucino » del 1908, così scriveva: « Valverde congiunge il territorio di Celano a quello di Paterno. La strada continua sempre ombrosa, con la vista del Fucino da una parte e il riparo della montagna dall’altro. Ogni tanto un crocchio di pioppi e salici, di querce ed olmi si raggruppa. In mezzo v’è certo un rudere, e pare che le piante siano là ìntorno per confortarlo, per ricordarne la presenza, per difenderlo; e il canto, tenue come un fremito degli uccelli invìsibili, che sembra canto delle foglie, ripete l’armonia dimenticata delle antiche ville romane, la gioia senza confine, il rimpianto senza speranza …

Un portatore vecchissimo, che mi sembra debba esser vissuto in tempi assai lontani ed abbia dovuto vedere ciò che più noì non vedremo, mi dà qualche notizia dei muri vinti dai vigneti che insorgono dopo il primo freddo violento riapparso per la partenza del lago. I ruscelli sgorgano dì sorpresa dal piano compatto della strada, dalla radice d’una pianta o da un ciuffo verde, corrono in ogni senso, dilagano, si rincontrano, si riuniscono fuggono agìli fra le brecce bianche e la terra gialla, lieti per la libertà riconquistata. Dove sarà la villa di Paterno, … che creò la fama di delizia a questo lembo di terra sul lago, che vi abbandonò la memoria del suo nome e la fantasia delle magnìfiche feste notturne? Forse nessuno lo saprà mai, perché qui dappertutto è incanto di panorama!

Il paesello scende ripido, incorniciato dalle pezze di vigne giovani, e guarda tutto il lago… La dolcezza dei clima, la vicinanza della colonia d’Alba, la comodità della via Valeria e il sorriso d’ogni bellezza, sono motivi sufficienti per credere e ravvivare la fama della nobile villeggiatura romana (3)

NOTE
1,N. Marcone: Il lago dei Marsi e suoi dintorni, Roma 1886, pagg.99, 100, 101.
Degli Abbati, Roma, pag. 140.
2. G. De Vecchi-Pieralice: Scritto inserito nella « Guida storico-artistica delle regioni attraversate dalla strada ferrata » per Luigi Degli Abbati, Roma, pag. 140.
3. E. Agostinoni: Il Fucino, Arti Grafiche, Bergamo 1908, pag. 97.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino