Le critiche

Sull’autore e sul libro “Quaderno di piazza”.
a cura di Romolo Liberale

Eccola questa sorta di amarcord pescinese. Eccola a raccontare fatti e cose, uomini e sentimenti, pezzi di vita e esistenze compiute, parole e gesti per ricaricarci di una paesanità cosi viva a volte dolente, a volte festante, ma mai disperata ”entro” cui anche la piazza, innanzi tutto la piazza, si fa personaggio che osserva, ammicca, gioca, dice e va col tempo; e va col suo seguito di abitudini, di costumanze, di chiacchiere dette e ripetute; la piazza che si popola delle cento e cento nonsisacheccosa, si sazia di quella umanità semplice e pulita che nel pensiero di Orazio Mascioli ripropone la finissima distinzione tra quel che appartiene ai ricordi e quel che appartiene alla memoria. Giusto: ricordi e memoria per assumere il ricordo come scrigno che racchiude i tesori degli affetti e la memoria che si fa sacrario di quel sapere che chiamiamo storia.

Non è vero. Orazio ha celiato. E ha celiato sul piano della garbata provocazione. Di quel nonsisacheccosa si sa benissimo, che cosa è, quel scritto non si capisce bene come è altrettanto evidente, quel perché ha la sua ragione nell’evocare un tempo con dentro uomini e fatti di una quotidianità che nulla concede alle tentazioni della invenzione letteraria. Si tratta di una ricognizione di momenti e di fatti che mai diventano eventi e che vengono narrati per ravvivare in chi sa quel che sa e per narrare a chi non sa quel che è giusto che sappia. E Orazio vuole che si sappia che a Pescina, in quella piazza tra quel Caffè, quella fontana, quegli incontri, quelle chiacchiere i mille rivoli di una microstoria quotidiana andavano a confluire nel grande finale della storia che segnava la mutazione del tempo scandito via via dalla parole piazzaiole dette col nobile blasone vernacolare e dalle immagini televisive commentate con un Lessico di cui a fatica si assorbivano valenze e significati.

A sfidare il tempo, a non soccombere sotto la vorticosa spinta del nuovo, a vincere, è sempre quella paesanità tutta pescinese cui sapevano dare brillantezza le ore serene godute dopo il lavoro, il senso di quella incorruttibile normalità di vita che si faceva corazza difensiva contro le invadenze consumistiche ammantate di modernità, la semplicità dei sentimenti quali riflessi di una interiore limpidezza di mente e di cuore che aveva la sua specificità nella reciproca stima, nell’amicizia, nella lealtà del contendere, nella battuta spiritosa e bonariamente ironica, nel sentirsi, alla fine, figli della stessa terra e dello stesso destino. Sembra che Orazio, talvolta, voglia prendere le distanze da queste implicazioni per cui, insistendo sui valori di una normalità vissuta e narrata normalmente, dispieghi una vigile accortezza a non confondere i protagonisti del suo reportage con i geni della intellettualità. Fa bene Orazio a dire questo, ma occorre dire anche che, nella scala dei valori, vi è sempre quella particolare genialità popolare che ha come punto di forza non già la cultura accademica e libresca, ma un sapere di vita e di esperienza e, per questo, lo stesso dato di nobiltà degli altri saperi.

Credo che Orazio, attento lettore di buone letture, conosca (parlo di senso e gusto del paese) quel bel pensiero di Ernesto De Martino il quale, antropologo di alta scuola, avvertiva che ”occorre possedere un villaggio vivente nella memoria a cui l’immaggine e il cuore tornano sempre di nuovo ”. Orazio, a meditare questo Quaderno di Piazza, non si è mai allontanato da questo villaggio vivente. Lo ha ripercorso in ogni latitudine, è tornato ad entrare ed uscire cento e cento volte dal Gran Caffè, ha interrogato ogni alito di vento e ogni pietra della piazza, ha riascoltato le parole di quelli che sono e di quelli che non sono più, si è fatto minuzioso collezionista di accenti, aneddoti, battute, malizie; e su tutto ha steso un manto di affetto elevando il Gran Caffè e lo spazio della piazza ad una sorta di universo con dentro quel sapore di paese e quell’odore di fumo e di umanità di cui egli stesso, come pescinese, è impastato.

È cosi che ha reso onore alle sue radici di cui ha ricercato sempre, per non tradirsi come uomo, contatti e coordinate di valori e coerenze. Ha ragione Milan Kundera quando dice che ”se l’uomo può vivere solo una volta, è come se non vivesse affatto”. Il merito di Orazio, in queste pagine, sta nella magia di consegnare ai giorni del nostro tempo e ai giorni dei tempi futuri, la vita, i pensieri, i gesti di uomini e il destino di cose che non vissero ”solo una volta”, ma continuano a vivere nei ricordi, nella memoria, nell’amore di quelli che, leggendo questo Quaderno di Piazza per ricercare nonsisacheccosa, finiranno col trovarvi un mosaico di gemme a testimonianza di tutti i come e di tutti i perché esso è uscito dal pensiero e dalla penna del suo autore.

Sull’autore e sul libro “Oggi ho visto un asino volare”.
a cura di Romolo Liberale

Ed eccoci a riprendere il discorso dal punto esatto in cui l’avevamo sospeso
quando Orazio Mascioli, un anno fa, volle donare ai pescinesi, come fatto di memoria e di affetto, quel Quaderno di Piazza a testimonianza di ”un nonsisacheccosa scritto non si capisce bene come e perché”, che poi è entrato in tutte le famiglie per ricordare eventi, uomini e cose non con il piglio dello storico, ma con l’animo di chi si è fatto dentro una realtà la quale, con lo scorrere del tempo, ti si modifica sotto gli occhi trasmutando percezioni e valori destinati a sedimentarsi in quello scrigno dello spirito che chiamiamo ”summa” del nostro vissuto. In certe comunità africane si ama ripetere, per dare un senso alla propria vita di relazione, che se si usa la memoria per andare a raccogliere rami secchi, si ritorna con il fascio di legna che si preferisce.

E’ quello che ha fatto Orazio andando a rivisitare quanto è rimasto nei prati della memoria, tornando a casa con capaci fasci di legna perché facciano fuoco vivo di luce e ricco di calore. Hanno un bel dire quei cinici che si affannano a ripetere di non tornare mai indietro, di non andare a molestare il passato che dorme. E’ il saggio Richelmy a contraddire l’invito all’oblio ricordandoci che ”l’onda di ciò che è stato, finire non può”. In questo Oggi ho visto un asino volare – titolo quanto mai ambiguo, impertinente, intricante col suo carico di allusioni e fors’anche di provocazione – è ancora il gusto del paese, dei crucci ricorrenti e delle innocenti trasgressioni, degli avvenimenti e degli amici che si fanno epoca e personaggi, a venirci incontro come compagni di una esperienza che Orazio nel suo vagare teme che il tempo ne dilavi la memoria. E questa ”raccolta” di fatti e di uomini, Orazio ce la ripropone come test di un vissuto individuale e corale per testimoniare da dove veniamo e di cosa siamo fatti.

Ho detto del paese. Intendo il paese delle cose e il paese dell’anima, il paese che fa suo ogni uomo e il paese che ogni uomo fa suo nel gioco magico dei rapporti di vita e dei ricordi. Un paese, quindi, che si trasfonde dalla materialità fisica alla immaterialità spirituale mettendovi dentro i suoi giorni e le sue notti, gli albori e i tramonti, il senso dei gesti e il valore delle parole, un universo del vivere che finisce – come dice Orazio – col tessere quel ”filo sottile” che tratteniamo con amorevole trepidazione perchè ”il nostro aquilone” vada libero verso il cielo, ad incontrare le nuvole, ”con il loro odore, con il loro rumore”, per immergerci in atmosfere che ci fecero figli di una terra dove i fatti della quotidianità si intrecciano con gli eventi della storia in ”un mondo” che, tutto sommato, contribuiamo a fare e che, a sua volta, ci modella imponendoci delle scelte.

A in questo mondo che corrono il pensiero, il ricordo, le meditazioni a cui, di volta in volta, Orazio concede la parola. E gli incontri sono tanti per cui chi ha avuto la ventura di avere tra le mani, come privilegio di cui è grato all’autore, il ”primo parto” di queste pagine – non può far altro, quale ape diligente, di correre di fiore in fiore solo per proporne qualche assaggio a chi vorrà farsi attento lettore. E sono incontri di uomini che si muovono dentro il tempo; e il tempo ricorda a molti spaccati della propria esistenza; a molti altri dice cose restituite alla luce perché continuino a vivere nei ”sapori” del proprio paese. È come in una scena in cui da dietro le quinte personaggi e cose compaiono e scompaiono.

Ed ecco – con i moduli dell’andante lento – quel ”Natale della mia infanzia” in cui il ciocco nel camino che si consuma tra odori di frittel!e e fiadoni ”assieme all’odore di neve”, ci piace immaginarlo come il Natale di tutti, credenti e non credenti, per il messaggio di pace che annuncia e che i potenti dei nostri giorni si ostinano a non ascoltare; e c’è Lamberto che vuole per la nascita del Bambino non il contenitore di cartapesta, ma la scena in plein air data da Piazza del Duomo da dove il giorno dell’Epifania si potevano vedere volare in cielo tanti asini; e c’è anche lui, ”l’avvocato” per antonomasia, Pietrantonio Palladini, laico di illimitate dimensioni, che vuole, e vi riesce, restituire a Pescina la memoria del ”Gran Cardinale” che fece grande la Francia del Re Sole; le tenere e ingenue aspirazioni di tutti i ragazzi di paese sono li, ed hanno il sapore delle noccioline americane, della musica dell’autoscontro, delle spericolate volute della giostra a catene: immagini di un passato e che, quando ci ostiniamo a rianimarle, è come vivere una seconda fanciullezza; il sapore del chinotto si scioglie agli effluvi provenienti dai vetusti ovili si che l’odore antico delle pecore ”entra” nel sapore dolcigno della bevanda portata dal progresso e della sospirata tavoletta di Tom; e il quaderno della spesa a ”si paga dopo” ? In molti paesi la chiamavano ”libretta della credenza” che, con l’assottigliarsi delle provviste dell’ultimo raccolto, diveniva provvidenziale protagonista perché meno dura fosse ”la costa di maggio”; e vi era la variante della magica ”libretta” costituita da quella Casa Serena su cui finivano le provvide annotazioni della signora Mascioli quando, da sarta, consegnava il capo ben cucito alle clienti del ”si paga dopo”;

Michelina sapeva dare senso alla sua esistenza coltivando, con eguale intensità e eguale devozione, due grandi fedi ”ferme e irrinunciabili”: quella cattolica e quella comunista, nella convinzione che come avrebbe detto Alfonso Comin di cui la povera Michelina, portataci via da un colpo di tosse, non sapeva neppure l’esistenza – la più alta dimensione della politica e della moralità sta nell’essere comunista nella chiesa e cristiano nel partito, altro che, nella logica della solerte bottegaia, cristiano senza chiesa e socialista senza partito; quel viaggio a Carrito non è solo un viaggio: è la scoperta di un mondo più grande di quello percepito nella fanciullezza per cui la Balena, il Ponte della Valle, la stazione ferroviaria, quel ”devi dire che hai cinque anni” se il controllore lo chiede, è come cominciare ad entrare nel mondo dei grandi dove possono servire anche le piccole malizie; Renato, quello della corriera e del cinema Moderno, si diverte divertendo i pescinesi quando cerca di turbare la serenità di Peppino che aveva acquistato da Alvaro, nuova fiammante, la bella Vespa senza verificare se in dotazione aveva avuto anche il crick: il crick non c’era e Alvaro spiega che ”la Vespa era stata inventata e brevettata per andare in giro, non per essere preso in giro”;

l’austerity coinvolge tutti, in particolare i giovani costretti a piedi, con la macchina in garage, nei giorni di domenica per via della crisi petrolifera che induce Rumor, capo del governo, a raccomandare, tra l’altro, di tenere accesa in casa solo una lampadina di basso voltaggio: e la saggia raccomandazione viene diffusa via Tv mentre Rumor, parlando, è illuminato dagli splendori di uno stupendo lampadario di Murano che a contar le lampadine non si finiva mai; e c’è l’evocazione di un tempo in cui insieme al ”blu gin’*, in un gioco di impertinenze tutte giovanili, scompare anche ”il Maresciallo”, lasciandoci in bocca il doppio sapore di ciò che si perde: l’amaro e il dolce; Fulvio, ex carabiniere, si apre alle sfide politiche e si fa comunista dopo essere stato mandato – esperienza valida più di tanti discorsi di indottrinamento – ”a malmenare gli studenti a Valle Giulia” che rivendicavano una scuola fatta per la gente, non per i potenti; la gioiosità paesana di un momento è rotta da quella radio che ”trasmette le notizie della guerra del Kipur” inizio di una sciagura che è fin dentro i nostri giorni perché le guerre solo a questo servono; la rivendicazione alle gioie giovanili, sottolineate da quel ”avevamo bisogno di esistere”, si concretizza in quegli innamoramenti ”chi per una stagione, chi per una vita, chi non sa perché, e se lo chiede ancora”, destino dei giovani di ogni tempo che è giusto non risparmiasse quelli di Pescina ”esistiti” nel tempo loro;

il bar della piazza cambia look e nome perché si fa centrale quando da Torino arrivano Rossano e la signora Piera; le idee si dilatano, si fanno voce, si confrontano, si vestono di modernità e i veicoli sono Paese Sera, l’Unità, l’Avanti, il Manifèsto; i momenti di ricreazione corale divengono Festa, e la Festa è quella de l’Unità intorno alla quale si affanna Maddalena come chi deve partorire un figlio da mostrare all’ammirazione di tutti, e per questo da immortalare nelle foto più belle che Maddalena ne è convinta – solo Orazio può garantire per la dimostrazione già data della sua sapienza di fotografo; la Seicento di Franceschino si fa attivista politico, conosce tutte le strade e le piazze del paese imbellettata com’è di manifesti su cui spiccano ”il libro aperto, il sole nascente, la falce e il martello”:

una sorta di trinità laica quale simbolo di connessione ideale tra sapere, speranza, lavoro; il canto nostalgico El pueblo unido, udito nella manifestazione romana e che evoca la brutale distruzione della democrazia cilena, anima per più giorni i racconti della delegazione tornata a Pescina con un carico immenso di emozioni; l’invettiva di Liprando contro l’Arcivescovo Grossolano ”sei ladro e simoniaco venduto all’imperatore”, stimola a domandarci se anche il nostro tempo ha i suoi ladri e simoniaci i quali, non potendo vendere l’anima all’imperatore, certamente l’hanno venduta ai potenti di turno; la rivolta di Masaniello spazia anche nel versante della emancipazione femminile ed è l’intrepida Bernardina, moglie dell’audace rivoltoso, a caricarsi di impeto popolaresco che, con l’ira di una sorta di madre di un universo offeso da crudeli privazioni, sfida la ”Viceregina delle signore” proclamandosi ”Viceregina del popolo” insorto; la sartoria di Schizzo si fa luogo di gustosi confronti in uno dei quali Dino, che finalmente può comprare le sigarette perché ha trovato lavoro, attizza la sorda polemica tra Luigi e Giovanni per via di quella giacca capricciosa che si rifiuta di accedere alla perfezione e che, finalmente, diviene tale solo col portare un po’ più su il taglio della tasca; il divertito gioco tra ”estasi della sezione” e ”stasi della sezione” si fa motivo di ricerca dialettica nella sezione socialista dove, per sciogliere gli equivoci, per fortuna vi sono giovani militanti ai quali non fa difetto un più corretto uso del lessico;

il difficile sbaraccamento, programmato tra affermazione del diritto ad una vera casa e il rispetto per il radicato affetto alle povere cose con cui si è convissuto per tanto tempo, viene sintetizzato nell’accorata osservazione secondo cui non sempre dare un alloggio vuol dire dare una casa; il primo Convegno su Ignazio Silone, ricco di testimonianze e riflessioni con l’apporto di studiosi di alto profilo, dà il senso di quanto poi è stato recuperato in fatto di attenzione e conoscenza sulla figura e l’opera dell’illustre paesano; il parallelo tra l’atomo di Castrovalva e la Loggetta di Mazzarino associa le due vestigia in unica storia fatta di punti di osservazione a difesa dei motivi fondanti della propria esistenza; la storia continua a reclamare il suo diritto ad essere conosciuta, compresa, interpretata, e siamo al generoso anelito di poter vivere nuovamente ”un maggio solare come quello francese” e ”una primavera come quella di Praga”;

ed ecco l’immagine di quei ”profughi palestinesi” che la storia e le sacre scritture ci propongono con la famiglia di Maria, Giuseppe e Gesù ”in fuga in terra straniera”; e infine – ma non per finire perchè il resto va cercato nel libro – l’amara ironia di un Gesù nato in Palestina e che l’iconografia da secoli ci indica come biondo e con gli occhi celesti, che venga a nascere, sempre nella ten-a palestinese, ”ma con gli occhi scuri e i capelli neri” come sono gli uomini della sua terra tre volte santa e mille volte crocifissa come lo fu una volta colui che sfidò i potenti parlando di pace e di dignità umana.

Dentro la inarrestabile corsa del tempo vanno anche i nostri ricordi che ci portano volti, luoghi, parole con cui costruimmo monumenti di amicizia e di affetto. L’uomo quello che sa vivere il suo tempo e sa presagire, almeno idealmente, il futuro – ha coscienza che il tempo non si può fermare. Cosa dire di più, caro Orazio! Questa tua meditazione su quel che fu Pescina della tua infanzia, della tua giovinezza, della tua prima maturità, mi ha richiamato alla mente il dolce saluto di Li Yu ai giorni: ”Fu facile dirvi addio, difficile sarà rivedervi, scorre l’acqua, cadono i fiori, passa la primavera”. Non ci rimane che conservare nella memoria, come in un sacrario, almeno qualche goccia di quell’acqua che scorre, lievi effluvi di quei fiori, frammenti di quella primavera, mentre…Già, mentre, in alto, in un cielo che vorremmo sempre limpido e pulito sul destino dell’umanità, guardiamo ”un asino volare” ascoltando le ispirate note di Francesco De Gregori e Fabrizio De André che ci ricordano l’antica e sempre nuova leggenda dell’aquilone e delle nuvole.