Le critiche

Diocleziano Giardini è un giovane dalla volontà ferrea, impegnato su diversi fronti culturali. Dalla dettagliata scheda personale, che occupa le pagine 47-48 del suo ultimo parto letterario (e che riferisce sui molteplici impegni civili e culturali, sugli scritti editi letterari e storici, sugli studi a lui rivolti e – gradevole novità – sugli argomenti delle sue attuali e future ricerche), emerge, di lui, un ritratto esaustivo e complesso. Ritratto, dal quale traspare, nitido, anche l’amore profondo che Giardini nutre per la propria terra e per tutto quanto essa significa e rappresenta, come egli stesso scrive – accomunando al suo, l’amore di tutti i pescinesi – nell’articolo Pescina: una storia illuminata da grandi uomini « provinciaoggi », VII, 1990, n. 23-24 (luglio-dicembre), pp. 50-51] : « Alle soglie del duemila [Pescina] conta 5.000 abitanti circa, ha un Museo, un teatro, un centro polivalente di Studi Siloniani, uno stadio, una palestra una biblioteca, numerose associazioni civili e religiose, un ospedale, la pretura, la sede della Comunità montana ”Valle del Giovenco”, numerose cooperative di servizio culturali e agricole, e un’altra grande cosa: l’amore dei propri figli! ».

Una “illustrazione” del pittore Eliseo Parisse tratta dalla raccolta di poesie – Vivere -Figlio anch’egli, e già eletto, della sua terra, forse grazie anche a questo amore – ma non è, poi, l’amore la migliore molla per l’operare di ciascuno ? –, Giardini, giovane autodidatta, che nella vita quotidiana svolge un’attività comunemente considerata lontana da valenze culturali umanistiche – e cià va ricordato perché accresce i meriti del suo amore e del suo impegno intellettuale –, ha nutrito, sin da bambino, la passione per tutto quanto appartenesse ad un mondo trascorso; per questo – come egli racconta – saliva spesso al Castello, nell’antico centro storico di Pescina « a rovistare alla ricerca di oggetti, monili, monete e tutto quello che gli [mi] sembrava interessante » [Dai ricordi: Silone e Diocleziano, « provincia oggi », VI, 1989, n. 20 (ottobre-dicembre), pp. 49-50].

Passione, la sua, che si è alimentata nel tempo, fino a farsi premura per una ricerca più sistematica, tesa al disseppellimento di luoghi, di eventi e di personalità ignorati, o dimenticati e vivi solo nei fogli d’archivio ingialliti e polverosi, o negli antichi ricordi degli anziani; ricordi – in quest’ultimo caso – rinverditi, come per incanto, quando sulle stanche labbra si sciolgono in parole, pronunciate perché, di essi ricordi, resti viva la trasmissione o perché, attraverso essi, si possa riassaporare la dolcezza di una giovinezza trascorsa. Con la sensibilità del documentarista interessato, nei suoi articoli, Giardini, con stile conciso e asciutto, porge al lettore, con garbo e senza disperdersi in ipotesi cervellotiche, un ritratto, lo svolgersi di un evento, un ritrovamento inedito di ciò o di chi ha contribuito in qualche modo a realizzare la storia del suo paese, del suo microcosmo che, come ogni cosa, ha in sé l’essenza dell’esistere. Cosi conclude, con un insito invito alla riflessione, un articolo sul Brigantaggio nella Valle Roveto « Radar Abruzzo », XXI, 1992, n. 5-6 (maggio-giugno), pp. 24-25] : « Cronaca di un arresto, o meglio dei retroscena di un arresto.

La copertina della raccolta di poesie – Raccundenn’ in dialett’ -Quante storie in pochi documenti, pochi fogli racchiudono la vita dei personaggi, le disgrazie delle loro vittime, le conseguenze per i malfattori, gli organismi della legge in azione ». Quanti significati e quante altre storie intime, inespressi nel documento, ma vivi e talvolta sanguinanti nei protagonisti, concluso l’articolo, il giovane studioso ricrea ed immagina, vive e rielabora nel proprio animo! Così, il concreto e conciso documentarista si fa scrittore e poeta. Lo studio della storia, sia pure quella apparentemente minuta del suo microcosmo, lo proietta inevitabilmente verso le grandi problematiche dell’esistenza umana; esistenza, senza la quale la storia cesserebbe di essere tale, secondo la grande verità vichiana; e l’esistenza è compresa nei due poli opposti e imprescindibili del ”vivere” e del ”morire”. Vivere (Avezzano 1985) e Morire (1990) costituiscono, appunto, i titoli delle prime due raccolte di poesia di Diocleziano Giardini; raccolte sulle quali si è espresso con profondo acume critico-filosofico, nella duplice interpretazione della poesia e dei disegni che quella poesia ha ispirato, Francesco Di Gregorio, nel saggio Aspetti della poesia di Diocleziano Giardini, contenuto nella densa raccolta dal titolo di evocazione dantesca Le fronde sparte (Editrice Futura, L’Aquila 1992, pp. 25-35) : « Titoli incidenti temi […] di spessore cosmico, investendo le ragioni del ”vivere » e del ”morire” nella perennità dialettica del loro esserci come tali, prima ancora che nelle strutture motivazionali che le compongono ».

Le tematiche di Vivere e di iMorire si dilatano, talvolta intersecandosi, nell’ambito dell’esistenza medesima, dalla sfera personale a quella ontologica: « vita » come pulsazione d’amore sensuale, come intima battaglia di sensazioni e di sentimenti, come forza interiore sconosciuta ed oscura proiettata nel futuro con curiosità e sgomento insieme, come volontà caparbia tendente al raggiungimento di un fine; « morire » – chiarisce Giardini nel testo eponimo – « vuole essere il naturale completamento, stante la collocazione della morte nella mente umana in un momento successivo alla vita »; e nel termine « completamento » è insita la necessità della imprescindibilità della coesistenza dei due fenomeni che, pur contrapposti, poli opposti della universale legge fisica dalla quale ”nullo omo vivente po’ scappare”, costituiscono la ”realtà vita”. Una delle ”realtà vita” di Giardini, e per lui di primaria importanza da sempre, è il suo stesso microcosmo; vita è Pescina, e il poeta sente l’urgenza di indirizzarle, già nella prima raccolta, un’ ”ode”. L’uso della lingua nazionale sarebbe stato improprio; sarebbe stato, per parafrasare un autore, tra l’altro, tanto caro a Giardini e a Pescina, qual è Silone, come usare una lingua straniera. Per questo il dialetto, e il dialetto parlato dalla generazione del poeta, è quello da lui scelto per il canto A P’scina. N’n’ è na
poesia ma è n’ od’, che fa parte della sezione « Il dialetto » della prima ”plaquette” Vivere: La nasc’ta te ormai s’ perd’ ni temp’ di temp’ n’n si n’ granché ma p’ nu ch’ c’iabitem’ si n’ sol’ si n’ oasi mezz’ ai desert’ si n’ smerald’ mezz’ all’ rocc’.

Lo storico, che della propria terra, qui, si fa poeta, « vive in prima persona – e la sente nella pelle nella carne e nel cuore – l’innocenza del suo paese », scrive giustamente Di Gregorio nel saggio citato. Ma, più che « testimone diretto », Giardini è, in questa poesia, in progressiva sintonia simbiotica con il suo paese e con la sua gente: P’scina n’n s’ tocca scorr’ tropp’ dentr’ l’ ven’ nostr’, P’scina sem’ nu. conclude i versi; cioè la bellezza di Pescina e l’amore per e di lei non dipendono « materialmente » da « i castejj, / la chiesa d’ Santantonjj / la luggetta d’ Mazzarin’, / la tomba d’ Silon’, / l’ mura ciclopich’, / la pineta, / i fium’, i paesagg’ »; essi si nutrono tutti di una luce che i figli di Pescina hanno saputo irradiare a livelli e latitudini diversi con le loro azioni e con le loro opere; luce che si riflette sulla terra che li ha partoriti e nutriti, e che alimenta, di volta in volta, le generazioni future.

E Diocleziano, negli otto anni di intervallo dalla stesura di questo canto (dicembre 198d), si è ulteriormente alimentato dei saporosi e nutrienti frutti di questa terra-madre, ed ha riunito in una nuova raccolta alcune poesie-racconto ispirategli dalla ”vita” di Pescina e scritte, ancora una volta, tenendo fede alla fonia dialettale del luogo, quasi a ritrovare, già, attraverso essa (fonia), cioè nella lingua originaria, il segno dell’autenticità, il modo per resistere alle sconvolgenti trasformazioni della lingua ufficiale. R la ”plaquette” Raccundenn’ in dialett’, uscita per le edizioni di Radar Abruzzo di Avezzano presso la Timaco tipografica (1992). La prima cosa che colpisce, avendo in mano l’edizione, è, considerati i tempi, la sua particolarissima veste esterna; tutti i fogli, compresa la copertina – che porta, tra l’altro, l’illustrazione di un ritratto di Vitaliano Carteny del 1988, olio su tela, raffigurante il mezzobusto del poeta –, sono costituiti da carta canapina, nota fino agli anni ’50, perché, in essa, si avvolgeva la maggior parte dei prodotti alimentari venduti al minuto e veniva conservata in casa per ulteriori usi domestici.

Una “illustrazione” del pittore Vitaliano Carteny tratta dalla raccolta di poesie – Raccundenn’ in dialett’ Poco importa se l’idea di essa è stata suggerita al poeta da un’edizione nicaraguense di un testo poetico capitatagli tra le mani diversi anni fa (anche l’Italia degli anni ’30-’40 ne conta 3 alcune). R importante, invece, che egli abbia saputo cogliere l’occasione giusta per riproporre tale idea ai suoi lettori privilegiati (vista la tiratura limitata di questa edizione). In questa nostra Italia, in cui spesso si ricerca anche lo sfarzo tipografico per imporre il prodotto libro in tanto marasma editoriale, questo libricino, dallo squisito sapore artigianale – sono belle anche le crocette (segno della mancata rifilatura dei fogli) presenti ai due vertici esterni del verso e del recto di ogni pagina e i gancetti in acciaio con cui sono spillati i fogli –, dà, comunque lo si consideri, l’idea del vissuto e ben si armonizza con lo sforzo meditativo di chi, dopo la composizione dell’ ”ode” al proprio paese, sente l’urgenza di recuperare, per riaffermarli, gli antichi valori di un mondo spirituale sepolto o dimenticato.

È il desiderio di riscalzare le antiche radici, e il « setacciamento del passato attraverso il filtro della memoria collettiva », Giardini lo attua anche sotto il profilo tipografico. Anche il titolo Raccundenn’ in dialett’, esplicita la volontà da parte del poeta, di tendere al recupero del vero attraverso il poetare, fedele – si direbbe – all’affermazione di Carducci secondo il quale « Poesia che ha fondamento nel reale e muove dai fatti, ragiona e poco inventa ed immagina, racconta non narra ». Alla quale affermazione, questa del Carducci, si contrapporrà, più tardi, quella di un altro poeta, Marino Moretti, che dichiara: « Io sono un poeta, non so raccontare ». Ma la poesia è come l’uomo, perché è propria dell’uomo: sa avere tante voci quante sono le possibilità e le capacità di ascolto dello spirito.

E la contemporaneità del gerundio autonomo « Raccundenn’ » – e mi torna in mente il titolo di un altro testo di poesia, nel dialetto di Collelongo, Camenènne ’nzéma (Avezzano, Polla, 1983), di Pasquale Cianciusi – sembra voler attualizzare, nella continuità del raccontare, le diverse voci che, come si vedrà, si levano dal libro per riferire storie relative a un passato individuale che hanno, tuttavia, per il « cantor rectitudi>iis » – così Di Gregorio ha definito Giardini nella « Presentazione » al testo che occupa le pp. 7-9 –, valenza perenne ed oggettiva; è l’attuazione della radice riscalzata e riportata alla luce; radice che si costituisce di un contenuto desunto dal raccontare medesimo, e della forma: il racconto si dispiega in dialetto; non, tuttavia, nel dialetto codificato e ”culto”, bensi in quello più vivo e attuale, fedele, secondo il poeta, alla fon1a pescinese. Il ritrovamento e l’attualizzazione delle radici sono reperibili, nel testo, anche in un altro importantissimo ”dato”: nella dedica, pregna di significati e valori nella sua nuda semplicità: « Ad Abramo / mio padre / mio figlio ». Il culto della ”radice” sembra prezioso nella stirpe dei Giardini.

Una “illustrazione” del pittore Eliseo Parisse tratta dalla raccolta di poesie – Vivere -La sacralità del nome di Abramo – dall’ebraico Abram, con riscontri in assiro, greco, latino, arabo, nel significato di eccelso, nobile, ricorda il primo dei patriarchi dal quale spiritualmente discendono, secondo S. Paolo, tutti i cristiani – si tramanda, e, quindi, si rinnova attraverso la procreazione, ogni due generazioni; è una radice che, ripresa dalla leggenda o dalla storia sacra, è in continua germinazione, nel rispetto del proprio humus domestico e famigliare che, con il figlio (« mio figlio »), si spinge avanti, nel tempo futuro, in attesa di ulteriori rinnovi. Quanto detto finora credo sia sufficiente anche quale commento alla breve « Introduzione » dell’autore che segue, immediatamente, la dedica. Per completare la descrizione dell’aspetto strutturale della raccolta, avendo già accennato alla dotta presentazione di Di Gregorio – tesa, tra l’altro, a ricercare questa volta, non le radici ma le ”fonti” più significative della poesia di Giardini che giustamente individua nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters –, dirà che il testo, costituito da undici componimenti tutti a verso libero, è arricchito, a intervalli regolari, da otto disegni: quattro di Eliseo Parisse e quattro di Vitaliano Carteny, aventi, tutti, soggetti umani, e da cinque foto di Pescina risalenti agli anni ’30-’50, appartenenti all’« Archivio » dello stesso poeta.

Ma è tempo, ormai, di addentrarmi nell’anima dell’opera e di vedere come Giardini tenda, attraverso la poesia-racconto, a disseppellire e a riattualizzare le radici della propria terra. Oggetto della sua poesia, intanto, è sempre l’uomo. In lui l’ispirazione, finora, non è mai nata da sentimenti di contemplazione e di godimento nutriti nei confronti di fenomeni naturali; come nelle precedenti opere, è l’esistenza umana precipuo argomento della sua poesia; esistenza, come ho già detto, che non si esaurisce con l’atto della morte individuale, perché i migliori insegnamenti e la verità emergono sempre solo dopo la morte del singolo. Come la verità storica, secondo il giusto monito manzoniano, può essere raggiunta soltanto attraverso lo scavo dei documenti, quando un dato evento si è ormai concluso, cosi l’integrale valore di un uomo o di una società e la verità su di loro si definiscono quando non sono più. Non la verità di pensiero, Giardini ricerca in questa sua operetta, poiché cià non è proprio della poesia; ricerca, invece, una verità fondata su valori spirituali, che si rivela, non con l’addurre motivazioni specifiche a fatti e ad eventi, oggetto della sua poesia-racconto, bensì rappresentando fatti ed eventi nella loro nudità viva e dinamica, con semplicità e naturalezza.

Per questo, a mio parere, il miglior Giardini di questa ”plaquette” va ricercato proprio nei componimenti in cui l’ispirazione non è inquinata da modelli preesistenti, ma, sorretta da « i vocabolarij […] r’stritt’ » del dialetto, è spontaneamente sentita perché nata dal riserbo di un accarezzato mondo interiore, costituitosi nel tempo grazie alla sua forte sensibilità nei confronti di realtà trascorse. La terza poesia-racconto Ai pond’, per esempio – che immediatamente ~<gue, nella raccolta, Passa quaccb’dun’ ogn’ tand’, il cui soggetto parlante è l’anima che si leva dalla sua tomba, e Berard’ n’n r’spunett, che è la trascrizione o la traduzione in dialetto pescinese di un passo significavo e determinante di Fontamara di Silone –, costituisce uno degli esempi <calzanti in quanto detto finora. « I pond’ », cioè « il ponte », non indica la dominazione o la localizzazione di un luogo, che, peraltro, è stato distrutto con l’approvazione di tutti i compaesani, per far posto ad una bella e comoda piazza: […] tutt’ pareva bejj n’ng’ stiv ïi più i ’ndopp’ p’ chi eva passà chi train’ n’n niva t’né paura quand’ faceva la bufera c’ steva più largh’ p’ fa i m’rcat’ c’ steva più largh’ p’ fa la festa.

« I pond’ », come gli anziani di Pescina ancora oggi chiamano la piazza, acquisisce, al contrario, simbolicamente umanizzato, valore e valenza diversi. Per i vecchi, il ponte rappresenta ancora, nella sfera della loro esistenza, il centro vitale e determinante del loro stesso destino individuale e collettivo. Davvero, « i pond’ », un tempo, era stato tutto per i pescinesi: B, il mondo contadino trovava quotidianamente la sopravvivenza per sé e per la famiglia: ll si recavano i padroni per scegliere la manodopera; li si recavano zappatori, operai, vignaioli, affinché venissero scelti. E quanto sono belli e pregnanti i versi: l’uno I capat’ s’abbijiv’n’ a Ilavurà velocemente ritmato da suoni e andatura piani, che bene evidenzia il passo spedito di coloro che venivano scelti e che, quindi, in un’epoca di provvisorietà reale, avevano risolto per quel giorno il problema della sopravvivenza; a cui si contrappone l’altro
Scunz’lat’ s’arabbijiv’n’ ammond’ più lentamente e faticosamente cadenzato per la presenza di suoni aspri e duri che rallenta l’emissione di voce, come il dolore del rifiuto frenava il passo di coloro che, scartati – come il poeta « scarta » dal verso il soggetto « jatr’ » –, erano costretti a riprendere la via di provenienza in attesa del giorno seguente. « Ai pond’ », inoltre, si riunivano e si davano appuntamento gli amici, i compari, i mediatori; li ci si recava quando si cercava qualcuno, ci si recava per feste per funerali e per ogni altro avvenimento relativo alla vita del paese. Si veda, ora, velocemente, come Giardini lo ha simbolizzato.

Gli elementi distintivi che caratterizzano « i pond’ », come oggetto da collocarsi materialmente lontano nel tempo, vengono imposti nel primo verso in forma ternaria: « Navota, raccund’n’ si vechij ». Rispettivamente, tempo azione soggetto hanno, tutti, la loro referenza nel passato. « Navota » (« una volta ») è comunemente considerato l’avverbio delle favole e delle leggende, riferito quindi ad un tempo remoto, quasi che l’avvenimento del racconto si perda nella notte dei tempi! « Raccund’n’ » (« raccontano ») indica il verbo espresso al presente, ma esso ha insito in sé il valore passato dell’ ”oggetto” da raccontare: si racconta ciò che è già accaduto; se poi a raccontare sono i « vecchij » (« vecchi ») cioè le persone che hanno ”vissuto” il passato, il racconto medesimo acquisisce maggiore valenza di antichità. Il poeta si fa portavoce unico dei racconti degli attanti, i quali, quest’ultimi, non sono indicati genericamente, ma ben determinati e, quasi, vicini, fisicamente, al lettore; « si vecchij », cioè « codesti vecchi »: come se il poeta, in questo modo, volesse caricare di una validità più saggia e acquisita la veridicità di cià che, di volta in volta (« Ma raccumand’n’ pur’ »), si racconta.

« I pond’ » si anima, nella poesia, di tante situazioni umane, più che di volti, espresse con uno stile – caratterizzante l’intera raccolta – ellittico, essenziale e dinamico, che fa uso costante della paratassi e dell’asindeto, privo di aggettivi qualificativi che possano dare un volto materialmente visibile al « ponte » definendolo nel colore nella forma nella sostanza. Vivace è il susseguirsi di versi liberi espressi, per un tratto, alternativamente, uno in forma narrativa col verbo al passato per descrivere la situazione, incalzato, immediatamente dal successivo, in forma discorsiva diretta col verbo al presente, per attualizzare e vivificare « i pond’ » medesimo:

Quand’ jiv’ truvenn’ quacch’dun’ « Affacc’t’ ai pond’ ». Quand’ t’ s’rveva quacch’dun « Vid’ s’ sta ai pond’ ». Quand’ n’n z’ truvea a nnisciuna part’ « Sicuramend’ sta ai pond’ »; versi, con i quali « i pond’ » viene a identificarsi come luogo-ritrovo, o, meglio, come luogo-vita dell’antica Pescina, tanto che ancora oggi la piazza è chiamata, dai vecchi, « i pond’ ». Altre volte la poesia-racconto si dispiega in prima persona, come nella mastersiana J so e, come, nella più originale e meglio riuscita L’ pan’ cott’, in cui Giardini si fa « autore convenzionale » di altri personaggi, siano essi, ancora una volta – è il caso di J so –, spiriti oltremondani, o no. In L’ pan’ cott’ egli impersona un altro anziano che nel ’39 era in tenera età. Storia politica e civile – con la visita del principe Umberto, figlio del re d’Italia, a Pescina (e ancora « i pond » è il centro vitale del paese) in una annata improvvida in cui, si esprime il poeta con una metafora, a mio parere stupenda, « la miseria s’ sc’m’ndeva » – e storia socio-famigliare – con la gente che va « a vv’dé i discors’ » (altrettanto indovinata questa forma ellittica accentuata dalla sinestesia) mentre la mamma, in casa, prepara il lesinare per l’intera famiglia eccezionalmente unita per l’occasione – si intersecano in un quadro che, ancora una volta, schizzato con pennellate decise e definite, trasmette, attraverso gli eventi narrati, dal vecchio con eguale lucidità e lindore di quando li ha vissuti, valori di pura genuinità e di prima saggezza.

E il poeta, a me sembra sia bravissimo a cogliere, nella compiutezza logica del verso – pochi sono gli enjambements tesi solo ad innalzare ’ pathos del racconto ‘ –, i dettagli situazionali particolari e le sottili sfumature degli animi dei personaggi, attraverso il susseguirsi di azioni e reazioni che li coinvolgono individualmente e sociologicamente: dalla paura del bambino perché nella confusione della folla, qualcuno gli possa rubare dalle tasche la ricchezza di quel giorno: T’neva l’ saccocc’ pien’ i mezz’ a tutta quella gend’ t’neva paura ch’ m’ s’ fr’chiv’n’ tutta quella « rrobba »; « robba » che consisteva in « na fruscia d’ laur’ » e « na scenna d’ajj » chieste in prestito a due vicine di casa per ordine della madre; alla voce « tosta » dell’ispettore dell’arma di fanteria, che annuncia l’ospite regale in perfetto italiano; dall’impercettibile, eppur notato, cenno di impazienza del capofamiglia quando, al suo ritorno, non trova ancora il desco pronto; alla paziente e sempre accorta figura materna che tacitamente anima ed è l’anima del racconto. Come è bravo, Giardini, a racchiudere negli ultimi quattro versi, che si fanno brevissimi, il saggio monito del carpe diem oraziano:

I pur’ ogg’ eva jit’ avam’ magnat’ p’ add’man’ Di’ pruvved’ che, se valido in un’epoca di stenti reali, come è quella raccontata, dovrebbe, forse, avere maggiore ragione di essere perseguito per spegnere « la rabbia ’ngorp’ » e tutte le sue derivate – e mi riferisco all’omonima poesia-protesta del volumetto – a chi fatica ad accettare il senso di provvisorietà che l’attuale società moderna sembra accompagnare. La memoria, il ricordo, il racconto di ciò che è stato ”vita” non possono non esprimere un messaggio di eticità e di fiducia per l’uomo, e la poesia, nella sua ricerca di verità, è deputata ad elevare il valore di esso