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Le case, quasi tutte in pietra, a 2 o 3 piani quelle prima del terremoto, mentre le casette asismiche, dopo il 1915, erano costruite in cemento armato ad un piano. Tutte o quasi nel dopo guerra erano sfornite di bagno. Solo verso gli anni 50 arriva l’acqua potabile dentro le case, mentre le fogne cominciano a realizzarsi negli anni 60 e di conseguenza anche i bagni. Le case non avevano intonaco esterno ed in molti casi neanche quello interno, i pavimenti erano a cemento o fatti con mattoni, i tetti erano coperti da tavole con sopra i coppi (canali). I tramezzi erano a mattoni ed in alcuni casi erano addirittura fatti con le frasche. Le dimensioni delle case erano modeste (2 o 3 vani più la cantina) e spesso in un vano erano presenti vari servizi. Le finestre erano in legno, con gli scudi anch’essi in legname e con i vetri da 2 millimetri.

 

Il riscaldamento era fornito dal camino per la maggior parte delle case, le stufe erano un privilegio delle famiglie benestanti. Davanti al camino vi era una rete ferrata di protezione per i bambini piccoli e delle grosse pietre che servivano per sedersi.

L’illuminazione era data da un un’unica lampada da poche candele, dai lumi ad olio e dalle lucerne.

 

La cucina era fornita di appendirame (fatto con tavole perpendicolari a mo’ di grata, appeso al muro), dall’arca o madia (dove si riponeva il pane ed altro), da un doppio tavolo (uno grande ed uno piccolo, quest’ultimo dopo l’uso, si infilava sotto il grande), da sedie in legno con seduta in paglia (la paglia per le sedie veniva prodotta in Valle Roveto e venivano i rovetani ad imbastire le sedute. Nel paese in pochi sapevano farlo, perché richiede una tecnica particolare).

Altri utensili erano: i piatti di coccio o legno (spesso anche riparati con ciappe di ferro e stucco), i bicchieri di vetro, le bocalette di coccio, i Taviozz (una piatenella grossa di legno che serviva per il trasporto del pane, che veniva portato in testa dalle donne), la conca di rame (con la quale le donne andavano a prendere l’acqua alle fontane), i maner (coppino di rame) che serviva per bere, il fiasco, i barattoli, i caciar (una gabbia di legno dove veniva custodito il formaggio ed era avvolta da rete metallica, per paura dei topi), le pertiche, bastoni appesi al soffitto con fil di ferro per gli insaccati ed i prosciutti , il macinino da caffé, il tritapepe, i setacci (grande e piccolo, per farina bianca e rossa)  ed i pellicce (che non so cosa sia) e si usava per passare il grano intero.

Per cucinare si usavano sia il camino con i callare appeso ad una catena, all’interno dello stesso, che aveva diverse altezze, sia la fornacella che andava a carbone vegetale.

L’arredo per la camera da letto (che in molti casi ospitava l’intera famiglia) era costituito da: armadio ad un’anta o due con specchio, un comodino, un baujo (baule) per i panni e dalle lettiere (fatte in ferro battuto o legno). Le reti non c’erano e si usavano dei cavalletti in ferro sopra i quali venivano messe delle tavole, il materasso in realtà era un saccone imbottito con i cartocci del granturco e le lenzuola erano di cannaviccia (canapa, che a volte si mangiava), la cannaviccia veniva portata a Celano dove, con i telai, venivano intessuti i lenzuoli, infine c’era il copertone di lana. Il prete (un arnese di legno con dentro un coppo in ferro riempito di cenere e braci calde che serviva per scaldare il letto) si infilava fra il saccone, le lenzuola e la coperta rialzata di circa 50 cm.

Il bagno, per lavarsi (non inteso per come lo conosciamo noi ora), era formato dal treppiedi di ferro con un bacile sopra e una brocca sotto, mentre la vasca da bagno era una grande bagnarola in ferro riempita con acqua scaldata al fuoco; infine c’era il pisciaturo che serviva per le urgenze notturne.

Per reperire l’acqua le donne andavano con la conca in testa alle pubbliche fontane e quando c’era la secca dovevano arrivare fino alla sorgente del Rio.

La cantina era il ripostiglio per le attrezzature da lavoro, la legna e le botti del vino.

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Le abitazioni

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