Comune di Oricola

Che si trova negli antichi atti dell’università, con la semplice aggiunta di una j in fine, e cioé Laurentij e in quelli parrocchiali De Laurentijs, diede indubbiamente origine alle famiglie Laurenti e Laurenzi, perchè parte di loro mantennero l’ortografia e corservarono la t, e parte seguirono la pronnncia in latino e sostituirono la t in z. Questa famiglia, con Gioacchino Laurenti, nel catasto del 1600, la troviamo prima censita e successivamente sempre cospicua e importante.

Nel catasto del 1721, Antonio Laurenti, figura tra i maggiori proprietari del paese. Nel 1739, riscontro don Gaetano Laurenti, canonico e nel 1763 arciprete di Oricola, sotto i cui auspici, fu costruito l’ingrandimento della nostra parrocchia, l’attuale sacristia e la canonica; don Filippo, investito nel 1735 di altro beneficio ecclesiastico e Mariano con la importante carica di Camerlengo di S. E. il comnestabile Colonna. Da Mariano, nato il 12 ottobre 1709, che ebbe la fortuna di sposare la nipote della principessa donna Maria Eleonora Boncompagni, nacque il 6 maggio 1738 Gioacchino, che, coniugato a Rosa Sinibaldi di Carsoli, dette i natali ad Antonio, il 28 settembre 1768. Questi sposò Elisabetta Piconi di Pereto ed ebbe i figli Gaetano, Michele e Giuseppe.

Gaetano Laurenti, nato il 10 settembre 1789 e morto il 1 dicembre 1859, illustre avvocato del tempo, fu patriota e fattivo cospiratore contro i Borboni.
A capo della loggia, o meglio della vendita carbonarizia, qui, come posto di confine, egli teneva congiura ai danni di quel governo e per la cacciata degli stranieri dall’Italia. Anche questa famiglia ha origine romana, forse da Laurentum, residenza del re Latino, ove approdò Enea, o meglio dalla leggendaria stirpe Larenzia, di cui le feste Larentali, celebrate dai romani ai 23 dicembre. Il riscontro di questo cognome in Roma e provincia, ne avvalora la provenienza dall’Urbe.

La sua arma, che io conservo incisa, in un antico timbro di famiglia, si compone di un albero di lauro, di un ape e di una scritta: Dulcia sequer.
Il laurus nobilis, con le sue verdi e odorose foglie, ondulate nella estremità, sta a stabilire la elevatezza della stirpe cinta di alloro; la industre ape, ne coordina e corona la intelligente operosità, e la scritta, ponendo in relazione l’uno e l’altra, spiega che la famiglia Laurenti, cinta di alloro, ebbe origini eccelse e che, con la sua operosità, insegni che il lavoro nobiliti e ingentilisca.
Anche per la storia, ritengo opportuno tratteggiare succintamente e per sommi capi, qualche episodio della vita di Gaetano Laurenti, il quale ebbe a subire le più atroci persecuzioni della tirannia dei malaugurati Borboni.

Nei moti del 1821, e precisamente quando si cercava ristabilire, o meglio riconsolidare al trono Ferdinando I, spodestato dalla rivoluzione l’anno precedente, Gaetano Laurenti, allora sindaco di Pereto, fu arrestato da un esercito austro-ungarico, qui di passaggio, unitamente al proprio fratello Michele, a don Luca Nitoglia e all’arciprete Ferrari, il quale ultimo, nato a Carsoli, non aveva nessuna parentela con i Ferrari di Oricola, di origine milanese e tutt’altro che carbonari. Condotti fuori, nei pressi della chiesolina di S. Restituta, gli arrestati furono bendati e fatti inginocchiare per la fucilazione.

Senonchè l’ufficiale preposto al comando diede ordine di sovrassedere nel momento, per procedere alla esecuzione capitale nella vicina Arsoli, ove, nella villa di quel principe, fu ripetuto il satanico giuoco della sospensione con la sgradevole promessa della loro fucilazione in un altro luogo. E, prosegui tra mille paure, la marcia sino a Cisterna di Roma, ove un ufficiale ungherese, riconosciuto il mio bisavolo, con un segno carbonarizio, da buon settario lo assicurava che quel comando aveva ricevuto ordine di rilasciare gli arrestati, appena si fosse rientrati nel regno di Napoli.

Così, peregrinando da uno spavento all’altro, furono condotti a Gaeta, ove vennero lasciati liberi, dopo aver loro tolto danaro e quant’altro avessero di utile, compresi i cappotti. Solo a don Luca Nitoglia, e forse per un certo rispetto all’abito sacerdotale che indossava, veniva lasciato il mantello. Ma purtroppo, anche questo doveva subire la stessa sorte, poichè un militare di quella piazza-forte, incontrata la comitiva, si avvicinò al sacerdote e, preso con una mano il bavero di quell’indumento, e girata, con rara destrezza, la sua schiena su quella di don Luca, il ferraiuolo passò senz’altro a coprire le spalle dell’audace soldato.

Michele Laurenti, di carattere irrascibile e pronto a tutto, che da tempo aveva dovuto sopportare pazientemente e subire impressionanti paure, fece atto di slanciarsi sul rapitore; ma in tempo giunse a frenarne l’ira il suo fratello Gaetano, che lo esortò a riflettere di trovarsi in una piazza forte nemica.
E infatti, poco dopo, compariva dallo sbocco di un vicolo, un picchetto armato, che avrebbe certamente posto in atto la fucilazione tanto paventata per lo innanzi. Erano stati muniti di un lascia passare, che io custodisco religiosamente; ma, senza un becco di un danaro, non era cosa lieve e semplice di tornare in residenza, pedestre moto, per un tragitto di centinaia di chilometri. Decisero così di abbandonare Gaeta, di salirsene alla poco distante Itri e lì di implorare aiuto, per lo meno, per il sostentamento. Giunti colà esausti, smunti e di tutto timorosi, trovarono che dei signori passeggiavano nella piazza del paese, i quali si avvicinarono ai poveri disgraziati, piovuti in quel posto dall’abuso e dalla tirannia di quei tempi di pessimo ricordo.
Per fortuna, uno di quei signori, aveva studiato legge con Gaetano Laurenti, a Napoli: quindi fu un salutarsi, un rievocare di cose antiche e un abbracciarsi scambievole.

Nello Stato napoletano tutti gli elementi evoluti, erano contro quel Governo. Quindi è facile comprendere quali cordiali riguardi e quali deferenti attenzioni avessero i detti benemeriti oricolani, ai quali non fu permesso di essere ospitati tutti dal cennato amico, ma festeggiatissimi furono ricevuti in famiglie diverse. Dopo un paio di giorni, la patriottica brigata lasciava quel simpatico paese, tra gli abbracci e gli addii degli amici, con mezzi esuberanti, e giungeva a Civitella Roveto, ricevuta dalla opulenta e liberale famiglia Ferrazzilli, che le concesse la cortese ospitalità di confratello e il danaro da inviarsi a Itri e per proseguire il viaggio. A Tagliacozzo il conte Mancini somministrò, oltre un’accoglienza che si addiceva al suo grado sociale e di cospiratore, il danaro da restituirsi al Ferrazzilli e per tornare in residenza, dalla quale si spedi a mezzo di espresso, la favorita somma al predetto conte.

Questo fu il sistema adottato, nè poteva allora usarsi altro mezzo, poichè non esistevano banche, nè uffici postali e la spedizione di danaro non poteva effettuarsi che mediante espressi. Lo spavento aveva operato, su Gaetano Laurenti, uno scherzo di cattivo genere: la metá della testa e precisamente la parte sinistra, era divenuta completamente canuta e aveva sconvolte in modo le sue sembianze, che tornato, a prima vista, non fu riconosciuto dalla propria moglie. Successivamente don Cosimo Segni, appartenente a cospicua e signorile famiglia di Poggio Cinolfo, a mezzo di un contadino, inviava un fascicolo di carte legali, all’avvocato Gaetano Laurenti, concernenti una sua lite, vertente innanzi la Corte di Appello di Aquila.

Disgraziatamente il brigadiere dei gendarmi Labella, con sede in Cavaliere, di pessima memoria, s’imbattè con il predetto spedito; e, fattagli la perquisizione, lo arrestò; sostituì i documenti legali con giornali rivoluzionari della Giovane Italia, e lo condusse innanzi al pretore di Carsoli, accompagnato da un insidioso verbale, su basi false. Questi, che doveva appartenere alla setta del carbonari, avvisò Gaetano, di mettersi in salvo, perchè lui avrebbe, per ragioni del suo ministero, dovuto disporne l’arresto, contemporaneamente a quello del reverendo don Cosimo.

Il mio bisavolo si rese irreperibile e avvisò l’amico Segni, il quale nella fretta, non trovando altro di meglio, si nascose in un’urna della chiesa parrocchiale di Poggio, ove si conservava e tuttora si conserva il corpo di S. Fortunia. Ma i gendarmi lo rinvennero nel sacro nascondiglio e l’arrestarono.
In conseguenza di che, s’iniziò un clamoroso processo che fini con l’assoluzione degli imputati, poichè il compiacente brigadiere Labella, nella maligna sostituzione del plico, aveva dimenticate di togliere dai giornali rivoluzionari l’indirizzo di Francesco Marcelli, di Arsoli, ove ne era permessa la lettura: ciò stava a stabilire l’infame montatura. Ordinariamente avviene che, specie nei piccoli paesi, si fa la lotta per l’esistenza, poichè nelle anime piccole, si apre sempre la strada alla invidia, al malanimo, alla malafede, e spesso osserviamo che subdolamente si cercano di minare, con lotte vergognose, anche a base di spionaggio, l’ingegno e la probità di persone superiori, con le quali i malevoli non sono alla portata di misurarsi. E in questi luogi si era formata una triade, che, per atterrare Gaetano Laurenti, si era posta a disposizione della polizia borbonica.

Questa infausta triade era composta del sindaco dell’epoca, benchè nipote di Gaetano Laurenti, per aver questi sposata la sorella del di lui genitore, dell’abate pro tempore di Rocca di Botte e del brigadiere dei gendarmi Labella.
Perciò per ogni minimo motivo, con i tempi che correvano, la libertà personale non era al sicuro e il poveruomo, ben di sovente, doveva andare fuggiasco, dormire fuori di casa, in fienili, in grotte, all’aria aperta e perfino in sepolture, a contatto di scheletri, teschi e ossa di morti. Ma tale era la sua circospezione che, in tanti anni di lotta, mai si riusci di porgli le mani addosso, stante la popolarità che lo circondava e i numerosi amici e parenti, che lo proteggevano.

In una mattina da una bussatina convenzionale del fedelissimo Giuseppe Minati, in una parete di una casa attigua, veniva avvertito che intorno alla sua abitazione, perlustravano ed erano in vedetta parecchi gendarmi.
Nel trambusto, nacque una felice idea. In casa di Gaetano, aveva in quella notte dormito il nipote Enrico Laurenti, il quale, allora in pieno vigore giovanile, vestitosi con gli abiti dello zio, aprì il portone di uscita e si diede a precipitosa fuga. Specie per la somiglianza del personale, i gendarmi lo scambiarono per Gaetano e lo inseguirono per la via del Castelluccio. Giunto in un certo punto, e precisamente dietro la demolita chiesa di S. Maria prope fontem, Enrico scioltesi le brache, finse di dover depositare il soverchio peso del corpo.
Con quest’amena farsa, l’affettuoso nipote, trovò il modo di eludere la rappresaglia dei gendarmi, di giustificare la corsa con la impellente necessità accennata e di salvare lo zio da certa cattura.

Gaetano Laurenti era stato educato alla scuola del dolore, che è la migliore per formare l’uomo: egli patriottico di antica tempra, di tranquilla prudenza e di tenace fermezza, aveva aderenze formidabili in provincia e altrove; tra le quali non ultima era quella dell’illustre avvocato Ferdinando Mozzetti di Pagliara di Mareri del Cicolano, allora presidente della Corte Criminale di Aquila ed emerito carbonaro. Quindi il Laurenti non tanto facilmente sopportava le insidie altrui.

Spedi in Aquila la guardia campestre di Rocca di Botte Giuseppe Bonanni, alias Guardaboscone, il quale raccontava che, consegnata colà una lettera a un signore, che doveva essere il Mozzetti, questi, dopo averla letta, gli dicesse: “Dite a don Gaetano, che sarà servito a pronto corso di posta”. Nel tornare il Bonanni passò a Sante Marie, ove si festeggiava il patrono, e dopo tre giorni, restituitosi in residenza, trovò, come egli diceva, un mondo nuovo, giacchè la sua gita aveva causata la destituzione del sindaco e del brigadiere Labella e la sospensione dalla messa dell’abate pro tempore di Rocca di Botte. Ma l’epoca delle liete aspettazioni e delle grandi speranze non giungeva a coronarsi di successo; le persecuzioni non cessavano e la sua tarda età, benchè di fibra ferrea, più non gli permetteva di fuggire, di nascondersi e di proseguire, a ogni muovere di fronda, una vita randaggia: quindi la necessità di crearsi un sicuro nascondiglio.

Sotto il di lui studiolo, che ha forma di due piccoli rettangoli, che si intersecano ad angolo retto, uno rispondente sopra una cameretta e l’altro nella volta reale di una sottostante scala, fu creata una piccola botola, capace appena per il passaggio di una persona. Questa botola fu costruita sulla parte dello studio, sovrastante la descritta volta reale e venne rinchiusa con un coperchio di legno, sul quale furono ermeticamente fissati mattoni non in muratura, ma con chiodi perforanti in modo si preciso che non davano adito a scoprire il creato pertugio. In questo piccolo e disagevole locale, su di una parete esterna, prospiciente su tetti e non a strada, venne praticato una finestrino, senza infissi, di circa due decimetri quadrati di luce, dalla quale, mentre si riceveva un po’ d’aria, non veniva avvertito che vi potesse albergare anima vivente.

E non tardò ad essere utile il procurato asilo, che io conservo come sacro luogo, nello stato primitivo, poichè Gaetano Laurenti vi si nascose nella circostanza in cui fu accusato di essere in continua corrispondenza con quel Livio Mariani, che era stato parte integrante del governo della Repubblica romana nel 1848-49. Il fatto non poteva nascondersi, nè impugnarsi, ma ciò non avrebbe dovuto costituire reato, poichè l’unico figlio di Gaetano Laurenti, che portava il mio nome Achille, aveva in moglie Adelaide, figlia del triunviro confinato in Atene. Quindi quale la colpabilità? Quale il delitto? Nessuno, ma i tempi erano quelli che erano e guai a essere indiziati contrari, o anche neutrali, a quel retrogrado governo.

Per tale accusa, benchè avvisato in tempo dal solito magistrato, veniva operata una minuta perquisizione in questa casa; e nell’accennato studiolo, inavvertitamente caduta, dietro uno scaffale, fu rinvenuta una lettera di Livio Mariani, che parlava d’interessi di famiglia e dell’amministrazione dei numerosi beni, che l’illustre esule possedeva in questi luoghi. Per quanto sopra, non avendo rinvenuto Gaetano Laurenti, veniva abusivamente tratto in arresto il figlio Achille, con intimazione che non sarebbe stato rilasciato finchè non si fosse costituito suo padre.

In quell’epoca di tirannia, si faceva buon giuoco sul binomio manette e sbirri e non vi era che invocare la paziente rassegnazione, in attesa di migliori destini, che dovevano raggiungersi con l’avvento del governo italiano.
Forse a causa del dispiacere avuto, Gaetano ammalò e appena gli fu possibile, ancora febbricitante e in incognito, montò in sella e partì per Aquila, con il fido e corraggioso suo garzone Anastasio Lucidi. Quindi nella tetra oscurità della notte, in pieno inverno, e con il timoroso dubbio di qualche brutto incontro di delinquenti o di famelici lupi, di cui la regione non difetta, cominciò il sacro calvario, volgendo e rivolgendo i tortuosi sentieri, quasi impraticabili, in scabrose scese e irte salite, attraversando a guado il pericoloso fiume Turano e poscia rasentando Carsoli, passarono per Tufo e in molteplici paesi del Cicolano, superando numerosi corsi di acqua, burroni, dirupi, sterpi, orticai e altri mille accidenti, per giungere, come Dio volle, nella mattina seguente in Aquila.

Colá egli aveva cari amici e devoti confratelli e potette ottenere l’immediato ordine di scarcerazione del proprio figlio. Ma la fatalità aveva voluto che, durante i tredici giorni di prigionia sofferti, in Carsoli scoppiasse il colera. Il detenuto, per timore della infezione, avendo ricusato dai numerosi amici materassi e biancheria e per aver dormito sul tavolaccio, in locale molto umido e micidiale, fu affetto da incurabile artride e dolori reumatici.
Tornato in Oricola, allettò e dopo parecchi mesi di inaudite sofferenze, rendeva la sua bell’anima a Dio. Quindi l’unico figlio, rimasto a Gaetano Laurenti, veniva a mancare ai vivi, il 18 agosto 1858, a soli 43 anni di età, lasciando la numerosa prole di sei figli, due maschi e quattro femmine, alle premurose cure del già trafitto suo padre.

Altre sventure avevano colpito Gaetano Laurenti: egli rimasto vedovo il 9 agosto 1829, di Maddalena Ferrari, dalla quale aveva avuto Achille e altri figli, a lui premorti, aveva sposato Geltrude Nitoglia. Anche questa seconda moglie, deceduta a soli ventiquattro anni di età, il 29 marzo 1838, gli lasciava il figlio Leonida, giovane di poderoso ingegno, che a sua volta venne a morire il 1° febbraio 1852. Intanto i martirii delle lotte politiche, e specie la fatalità, che l’aveva orbato del più cari congiunti, avevano logorato la fibre ferrea e turbata la massa sanguigna di Gaetano Laurenti. Questi, a seguito di una scalfittura, prodotta da un rasoio, in una callosità del dito medio dell’arto inferiore sinistro, fu affetto da micidiale infezione; e con sprezzo di anima stoicamente generosa, ricusando di subire l’amputazione della gamba, il 1° dicembre 1859, cessava di vivere.

Così invece dell’aurora fulgida, attesa e anelata, anzi invece del miraggio del trionfale raggiungimento delle sacrosante idee dell’Italia unita e forte, questo genio di patriottismo venne a incontrare ciò che il Leopardi, nella meravigliosa canzone alla sua sorella Paolina, chiamò La sera delle umane cose.
Di fronte a questo colosso di sapere, di intelligenza e di fattività, il cui nome squilla sonoro nella regione, tutti si devono inchinare e maggiormente mi inchino io, che vado scrivendo nella stessa stanza, ove l’insigne italiano esalava l’ultimo respiro e ove egli, delirando preconizzava la venuta del governo sabaudo, in Napoli, con le ultime sue sacre parole: “Ecco i piemontese”! E non errava, poichè questi effettivamente si approssimavano e pochi mesi dopo occupavano il regno delle Due Sicilie.

Si, o illustre Gaetano, mio bisavolo, m’inchino con devozione innanzi alla tua nobile figura, io che nella foca di affetto ti vedo circonfuso di alloro sintetizzante l’aureola della tua sapiente grandezza; io, che ti vedo con l’industre ape, che laboriosa tra i fiori del laurus nobilis, valorizza la tua fattiva e patriottica operositá; io che ti vedo con la scritta: Dulcia sequer, che sta a chiarificare che tu, preveggente precursore e mentore settario, profetizzavi il dolce avvenire della nostra cara Patria. Quindi riassumendo, vedo rappresentare egregiamente, in te personificato, il simbolo dello stemma della nostra famiglia. Di questo insigne personaggio, si potrebbe tessere una voluminosa storia, ma accorgendomi di essere uscito dai fini di questo lavoro, ne chiedo venia, con la speranza che dal lettore mi vengano concesse le attenuanti del gran culto che ogni buon cittadino deve avere per i propri antenati.

Solo aggiungerò che al suo ben fornito archivio, debbo quasi tutte le notizie, che vado scrivendo. Filippo e Tito Laurenti, conservando le idee tramandate dall’illustre loro avo, presero parte attiva nel risorgimento italiano: Filippo fu volontario nella milizia mobile, per la repressione del brigantaggio e tenente della guardia nazionale; Filippo e Tito si arruolarono ai garibaldini, sotto il comando di Enrico Ferrazzilli di Civitella Roveto, che doveva congiungere le proprie truppe, nel fissato concentramento in Tivoli, con Giuseppe Garibaldi e altra armata proveniente da Frosinone. La infausta battaglia di Mentana, ne aveva guastato il proponimento e non permise che allora si marciasse su Roma.

Dei discendenti di Gaetano Laurenti, nella linea maggiorasca rimango io, modesto agricoltore, che tornato precariamente da Roma, a tempo perso, vado rovistando tra le antiche carte di famiglia; e nella linea collaterale, i miei tre cugini, residenti nell’alma cittá; e cioè Gaetano, che, per competenza medica indiscussa, è direttore dell’ospedale di S. Giovanni e del Sanatorio Umberto I, ove è anche primario; il professore Livio, direttore didattico, fiduciario provinciale dell’Associazione Fascista della Scuola, e facente parte della commissione ministeriale per i programmi e libri di stato; e Noradino, già maestro elementare, che con spirito di abnegazione e volontá non comune, proseguì da solo nello studio e conseguì la laurea di ingegnere civile.
A questi miei cugini, va aggiunto il loro compianto fratelto, professar comm. Temistocle, chirurgo di valore nella clinica di Roma, insignito dell’alta onorificienza dei Cavalieri di Malta e della croce al merito di guerra. Questi, fornito delle migliori doti di mente e di cuore, docente in patologia speciale dal 1916, in clinica chirurgica e medicina operatoria dal 1929, costantemente ne esercitò l’insegnamento. E, mentre appunto era in commissione degli esami di laura, fu colto da malore e sulla breccia, dopo due giorni, il 28 giugrio 1932, a soli cinquatadue anni, veniva strappato dalla inesorabile morte, al nostro caro affetto.

Questa popolazione, che ricorreva alla sua opera filantropica, competente e sempre gratuita, unendosi al nostro grave lutto, ne piange l’immatura e irreparabile perdita. L’antica famiglia Laurenti, nei primordi del 1815, si divise in tre rami: Gaetano, come sopra rappresentato, Michele, la cui famiglia rimase estinta e Giuseppe, dal quale discendono i nipoti e pronipoti seguenti: Giovanni, che con il commercio e le industrie si è procurata un’ottima posizione economica; Ettore e Renato, avvocati del foro di Roma; Carlo, agronomo nel Genio Civile; Silvio, Giuseppe e Paolo che, iniziata la carriera impiegatizia, esplicano rispettivamente le loro mansioni di capo treno il primo e di capi-stazione gli altri; Torquato rappresentante di una cospicua casa commerciale di Genova; Alfredo che, esercitando commerci e rivendite di generi diversi, va di molto migliorando le proprie condizioni; Domenico pratico di farmaceutiche, e i rimanenti tutti- piccoli proprietari e buoni agricoltori.
Dallo stesso capo stipite Giuseppe, proveniva Siro, giovane avvocato, che tanto riprometteva per le sue preclari doti di ingegno e di virtù e che veniva rapito dalla morte, a soli venticinque anni, il 19 settembre 1925.
I Laurenzi, che come dissi, anticamente dovevano avere la stessa origine dei Laurenti, tutti buoni elementi, per quanto modesti, sono laboriosi contadini.

Testi a cura del prof. Achille Laurenti

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