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Comune di Avezzano

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L’economia antrosanese, certamente non florida come quella di taluni altri paesi, ha da sempre poggiato le sue basi sullo sfruttamento della campagna e sulle attività ad esso connesse quali il piccolo commercio, l’allevamento del bestiame, la pastorizia, il bracciantato ed un modesto artigianato.
La coltivazione dei campi e stata influenzata da tre fattori essenziali: la natura fisico-chimica e l’esposizione del terreno, la vicinanza al lago Fucino ed il suo prosciugamento.

Plinio e Febonio
Il Febonio descrive la campagna di Alba, quindi di Antrosano, come sterile e poco adatta alle colture dei cereali poiché i suoi terreni sono ghiaiosi a causa delle acque piovane che nel corso dei millenni hanno trasportato sul piano i detriti del vicino massiccio del Velino: … per la congerie di sabbia e .sassi che l’acqua porta con se, i campi diventano infecondi. Eppure il colle e tutto ricoperto di alberi, specialmente di meli, peri e noci; le mele non sono belle, le pere sono saporite e son dette di Bergamo… e dolci sono poi le noci… si aggiungano poi le nocciole e le noci prenestine… vi crescono anche le viti ma non raggiungendo piena maturazione, producono vini poco gradevoli. Ve ne sono tuttavia di deliziose e gradevoli nei dintorni, sui colli aprichi: campi che producono frutti teneri, vini abbastanza piacevoli e fichi molto dolci. Sceltissimi sono i fichi che Lucio Vitellio, padre dell’imperatore Vitellio, aveva portato nel suo campo dalla Siria…(1)

Della discussa localizzazione della villa di Vitellio, che molti ritengono fosse in S.Pelino Vecchio ed altri in Antrosano, si parlera più ampiamente altrove: per ora soffermiamoci sui suoi fichi!

I fichi della Caria
Plinio cosi recita … Di questa qualità sono … i fichi minuti della Siria e quelli secchi di Caria, che furono di malo augurio a M.Crasso, che s’imbarcava contro i Parti, e che i venditori chiamano di Cauno (dal nome dell’antica città posta di ponte all’isola di Rodi).Tutti questi fichi importo nei campi di Alba dalla Siria L.Vitellio (che poi fu censore) quando era governatore in quella provincia, negli ultimi anni dell’imperatore Tiberio. M. Emmanuel Fernique(2), ripetendo quasi alla lettera quanto Febonio dice di Plinio, cosi descrive la faccenda dei fichi: …di questo genere sono… fichi e fichi secchi, i quali diedero cattivo augurio a Crasso che saliva sulla nave contro i Parti, secondo la voce di chi annunciava: si vendono fichi secchi! (di Cauno = cauneae).

Li porto dalla Siria nella campagna albense Vitellio, il quale dopo fu censore, quando fu legato in quella provincia, negli ultimi anni di Tiberio Cesare. La Caria era una regione costiera dell’Asia Minore tra la Lidia e la Licia, la Frigia ed il mare Egeo: nel 129 a.C. entro a far parte della provincia romana d’Asia. I fichi della Caria erano carnosi e dolci, quindi i più adatti per essere conservati secchi ed essere mangiati fuori stagione. Del perché i fichi secchi fossero di malo augurio a Crasso non si e mai saputo: avanziamo delle ipotesi. Mentre Crasso s’imbarcava per la guerra contro i Parti, i venditori gli offrirono i fichi secchi della Caria i cui abitanti, sin dai tempi degli antichi greci, erano poco stimati, perché ritenuti vili ed il loro nome era sinonimo di schiavo.

Infatti quando gli Elleni vinsero sugli abitanti di Caria alleati dei Persiani, le più belle donne dei vinti vennero risparmiate dalla strage e fatte schiave: l’arte antica greca tramando ai posteri la tragica sorte di queste fanciulle ritraendole mentre sopportavano un carico sulle spalle. Celebri sono le Cariatidi che sorreggono l’Eretteo nel Partenone di Atene. La pronunzia del nome Caria fatta dai venditori dei fichi ed il fatto che le cariatidi fossero sinonimo di vilta, venne probabilmente interpretato come brutto presagio dal generale romano Crasso che, come conseguenza di tale cattivo augurio, nel 53 a.C. fu vinto in battaglia da Orode I condottiero dei Parti! Trattasi, ovviamente, di una interpretazione fantasiosa.

I fichi di casa nostra
Ma torniamo ai fichi di casa nostra, il cui attecchimento era favorito dal clima dolce per la vicinanza del lago che mitigava i rigori invernali. Essi erano presenti nella zona circonfucense in siti ben riparati ed assolati: una di queste zone era sicuramente Antrosano che godeva e gode di ottima esposizione e buona giacitura. Ancora oggi (e sono trascorsi più di 130 anni dal prosciugamento del lago!) nel nostro paese resistono alcune piante di fico e qualcuna di ulivo. I romani chiamavano caricus tutto ciò che era, apparteneva o proveniva dalla Caria: carica ficus, dunque, era il fico della Caria, regione dell’Asia Minore (Siria): da ciò deriva quasi sicuramente il termine dialettale ancora in uso in alcuni paesi della nostra contrada di carracine che sta ad indicare, per l’appunto, il fico secco.

Anche la storia del fico, importato da Vitellio e di cui parla Plinio, non rappresenta prova certa di alcunché ma e un modesto tassello di quel vasto e variopinto mosaico sul quale un attento osservatore può scorgere spunti per la storia del nostro paese!

Gli altri prodotti prima del prosciugamento del Fucino
Il Febonio, parlando di S. Pelino (ma la circostanza e riferibile a tutto l’agro albense compreso, naturalmente, Antrosano), ricorda come qualche secolo fa nella zona abbondasse l’uva di si squisito sapore, da produrre vini che nulla avevano da invidiare agli Albani e Orvietani. Ottimo era anche l’olio ed il lino morbido, bianco, eccellente. Le piante d’olivo, come riferisce Mario Di Domenico(3) nel commento a Gli Statuti antichi di Avezzano, erano situate sui leggeri declivi intorno al lago ed uno di questi pendii era rappresentato proprio dal colle d’Albe, alle pendici del quale stava Antrosano.

La produzione dell’olio non era, pero, molto elevata ed era appena sufficiente a soddisfare il fabbisogno della famiglia del coltivatore o, al massimo, era tale da essere oggetto di baratto o modesto commercio. Il lino, la canapa e la lana, derivante dalla tosatura dei numerosi ovini della ricca pastorizia, alimentavano l’industria manifatturiera nella Marsica, nell’Abruzzo ed anche al di fuori della nostra regione: spesso, pero, venivano usati per tessere artigianalmente in casa.

Fernique, Colantoni e Brogi
Ancora il Fernique riferisce che dagli antichi l’agro albense fu ritenuto assai fertile poiché, pero, il suo suolo accidentato non era adatto alla coltura del grano, vi erano stati piantati molti alberi da frutto. Il Brogi(4) cosi descrive la Marsica ai tempi della cosiddetta età dell’oro di Cesare Ottaviano: … provveduta dalla natura d’un fertile territorio, ebbe modo di svolgere ampiamente il suo commercio colla metropoli del mondo: aveva vigneti, di cui i vini sono più volte mentovati da Marziale, che sebbene non li metta tra gli ottimi, tuttavia viene a dimostrarci ch’erano in voga. Ateneo dice che erano aspretti, ma che pero si confacevano allo stomaco.

Aveva pometi d’ogni specie, di cui i putti, per la maggior parte squisiti, e particolarmente le pere invernali, dette spine. Plinio ne lodo le noci; Simmaco i fichi o fellaciani (nell’odierno dialetto: fullacciani); e Silio ricorda che colle frutta soleasi cambiare il grano. Produceva mandorle, lino e canapa: non vi mancava l’olio e il grano, benché relativamente in poca quantità. Situata all’altezza di 700 metri dal livello del mare, aveva tuttavia un clima mite, perché il lago Fucino magnitudine maris similis come dice Strabone, qual gran serbatoio di calorico, temperava i rigori dell’inverno e gli ardori dell’estate…
Luigi Colantoni(5) ci racconta come sin dai tempi antichi, nella Marsica, si coltivassero: la spelta o farro, il frumento, l’orzo, il miglio, la rapa, il rafano, il loglio, il papavero, il lupino, il pisello, la fava, il cece, la cicerchia, la lenticchia, la veccia, la cipolla e l’aglio: i Marsi educavano con somma cura il carciofo cardone, l’olivo, la vite, il fico indigeno, il ciliegio selvatico, il melo, il pero, il sorbo… il pioppo, l’olmo, la quercia, il faggio ed il castagno… prima della guerra marsica, gia si coltivavano il mandorlo ed il persico… più tardi fu introdotto il ciliegio del mar Nero, portato in Italia da Lucullo, il fico asiatico ed il noce, trasportati nella Mar,sica da Vitellio nel suo predio albense (S.Pelino)
Ancora il Colantoni: …

Lungo le rive del Fucino e nelle ville adiacenti, esistevano giardini a fiori, diligentemente irrigati e ripartiti; giardini a legumi e ad erbaggi; e, fra le ville rustiche ed urbane, spiccavano mirabilmente, sotto colonnati sontuosi, i ninfei, le terme e le piscine: Le praterie erano estesissime, pe’ bisogni del bestiame, che si allevava in gran copia. La nutrizione de’ contadini principalmente consisteva in legumi ed erbaggi. I cibi di carne erano rari, e consistevano in carne di agnello e di maiale, pesca e salata. L’economia pastorale fu sempre mai prosperosa… Nell’estate, le numerose greggie pascolavano sui monti, ivi dimorando all’aperto, anche di notte; e nell’inverno, passavano la notte nelle stalle…. L’industria manifatturiera si limitava alla fabbricazione dei panni lani, ed alla costruzione degli aratri e delle botti. Il commercio consisteva principalmente nella vendita delle mele, della cera, dell’olio e del formaggio…

La dura vita di campagna nell’antichità
Ma come si viveva in campagna? Chi coltivava i campi? Chi esercitava l’azione di controllo? Chi decideva sulle punizioni da infliggere ai disobbedienti?
Ed ecco nuovamente il Colantoni: …La tratta degli schiavi si faceva per lo più dall’Asia Minore. Essi erano adibiti a tutti i mestieri; e l’utile delle loro fatiche apparteneva ai padroni; per modo che tra il lavoro dell’uomo e quello delle bestie non faceva differenza. Oltrecèe all’agricoltura, alla pastorizia ed alle miniere, gli schiavi erano addetti a riscuotere le imposte ed i dazi. Le schiave più giovani e belle, pagate sempre a caro prezzo, venivano ricercate per soddisfare la libidine de’ padroni; e spesso, per turpe causa d’industria, erano mantenute ne’ postriboli.

Nelle grandi tenute, il capo degli schiavi contadini era il fattore, il villico, anch’egli schiavo, ma che sovente otteneva la liberta. Faceva le veci del padrone e, nella costui assenza, comandava, puniva ed avea cura dell’economia rurale. Nel podere, vi era la peschiera, uno steccato, ove si allevavano le lepri e l’apiario. Dal fattore dipendevano i bifolchi, gli asinai, i pecorai. La fattoressa, da buona massaia, teneva in cura la casa, la cucina, il forno, la dispensa, la cantina, il pollaio, la colombaia, il porcile, la stalla per le pecore e quella per gli asini e pei buoi.

Tutti abitavano nella fattoria, la quale conteneva le stalle e la casa abitativa. Il granaio era al piano superiore; le stalle al piano terreno, e le camere d’abitazione ed i dormitori (ergastula) nei sotterranei. Pel padrone, vi era nel podere una casa isolata. Gli schiavi ricevevano, a tempi fissi, le vestimenta, una data misura di frumento, di sale, di olio e di vinello o di aceto, col quale assaporavano l’acqua. I proprietari vicini, quando era d’uopo, si scambiavano gli schiavi.

Questi dovevano ciecamente obbedire ad ogni comando; ogni loro piccola mancanza veniva punita col bastone e colla frusta; e quando erano vecchi ed inetti al lavoro, erano venduti come oggetti fuori uso. Lo schiavo, il bue, il cavallo, l’asino e gli istrumenti agrari erano, su per giù, allo steso livello. Non per sentimento di pietà, ma per una semplice idea religiosa, nei giornigestivi accordavasi ai servi ed alle bestie addette al campo, una tregua dal lavoro… Insomma, stando alla mirabile descrizione di tutti gli scrittori antichi, dal tempo dei romani sino a meta del secolo scorso, la vallata del Fucino aveva le caratteristiche di una zona che, dal punto di vista agrario, poteva ben definirsi felice!

Il prosciugamento del Fucino
Con il prosciugamento del lago Fucino, tutto si trasformo inesorabilmente: fertilità dei terreni e, quindi, nuovi tipi di colture, modo di coltivare la terra, clima, commerci, industrie, diverso modo di associarsi e di lottare per l’affermazione di taluni diritti. Quando si parla del prosciugamento del Fucino e delle conseguenze che esso ha determinato nelle coltivazioni della Marsica, non si può ignorare Raffaele Nardelli(6).

Nardelli, acerrimo nemico del titanico prosciugamento, cosi tesseva l’elogio del lago e dei suoi benefici influssi sulla vegetazione marsicana: … il lago favoriva e sosteneva…molteplicità di vegetazioni, con puttificazione abbondante..
..basta memorare che un solo albero di pero rendeva dalle 400 alle 700 lire di putto all’anno… ne fa fede l’Afan de Rivera che nel progetto della restaurazione dell’emissario di Claudio, parla di questa fertilità, gareggiante con quella del bacino di Solmona e della prosperità delle viti, degli olivi, dei gelsi che, come si sa, non esultano gran fatto di campagne paludose…
Gli stessi Brisse e De Rotrou(7), persone ovviamente vicine al Principe Torlonia, dovettero sottolineare la notevole fertilità dei piani circostanti il lago ed il vigore degli oliveti, il rigoglio dei mandorli, pomi, peri e delle vigne.

Il Nardelli, con abbondanza di particolari anche di carattere scientifico, descrisse in modo chiaro ed appassionato i guai irreparabili del disseccamento: Il danno maggiore… e stato per tutte le piante maturanti a calore decrescente, dal cadere del Settembre in poi, tenuto calcolo anche che a questa altitudine la maturazione ritarda, appunto, quando inciampano alle precoci gelate, se pure hanno potuto scansare quelle del tempo della gemmazione, fogliazione e fioritura. Ecco l’intristire di tutte le piante, tra cui lo stesso mandorlo, noce, castagno e persino l’annosa quercia… ma non potendo tener dietro a tutte, accenneremo soltanto alla vite ed all’olivo.

La vigna costituiva una delle prime ricchezze di questi luoghi merce il vino che forniva… in certi anni le gelate invernali hanno compromesso il tronco della vite e ciò dice che il termometro sia disceso di 14° sotto zero… la vigna non prospera nelle palustri bassure ove hanno dominio le nebbie… ora, a causa della maggior dispersione del calore, il poco mosto che vi si ricava difetta di glucosio e, quindi, non ha i dovuti gradi alcoolici per l’imperfetta maturazione dell’uva… ed il vino suole alterarsi nella botte se non si previene con la cottura od altro….l’uva delle vigne superstiti delle mezze coste a piano inclinato, che gia in precedenza si erano acclimatate senza l’influenza del lago, non raggiungono più la perfetta maturazione ed il vino ha perduto le ottime qualità e la robustezza di una volta.

L’olivo …é morto con gravissimo ed incalcolabile detrimento della contrada, sorpreso pur esso da uno sviluppo di strati nebbiosi gelati provenienti dalla evaporazione della pianura del Fucino, quando gia deperiva per lo scomparire delle acque del Lago. Anche il parallelo con alcune zone prealpine tornava a favore delle teorie degli oppositori dell’avvenuto prosciugamento: … Il Fucino, quale moderatore degli estremi di temperatura, serbatoio ed irradiatore di calore, rendeva facilmente l’atmosfera più calda della terra ed era assoluto elemento del più equabile ed invidiabile clima, stupenda meraviglia della natura a questa altezza….non ci illudiamo, sono i laghi subalpini che rendono mite l’atmosfera e valgono a far prosperare il lauro, l’ulivo e le altre piante in mezzo alle creste ghiacciate dei monti creando un’oasi tra le nevi perpetue delle Alpi: togliete quei laghi e il tristo manto dei ghiacci si stenderà uniforme la ove al presente crescono gli agrumi e fioriscono i giardini… tutto quel miracolo di vegetazioni, tutta quella mitezza di clima sono dovuti alle acque che portano un dolce tepore al suolo ed all’aria. Qualche modesto tentativo di Nicola latosti e Vincenzo Masciarelli di riprodurre talune piante fu vano poiché, ormai, l’acclimatazione di talune essenze non era più possibile!

Lo zafferano
Gli antichi scrittori ignorano, invece, la coltivazione dello zafferano, probabilmente introdotto nella nostra contrada in epoca successiva. Dello zafferano, invece, ci parla Mario Di Domenico(8) nel commento a Gli Statuti antichi di Avezzano: siamo, pero, gia nel XIII secolo. …Lo zafferano, anticamente, fece la ricchezza dell’intero contado marsicano e dintorni. Il suo commercio si estendeva anche oltre il regno napoletano…la qualità dello zafferano marsicano ed aquilano era rinomata e tra le più pregiate. Il nome antico del prodotto crocus sativus si modificava a seconda dei luoghi di provenienza e prelibatezza, cosi si ricavava il crocus cartwrightiano e il crocus Orsini, dal nome del feudatario della contea di Albe.

Il tubero dello zafferano richiede un terreno non troppo compatto piabile ed umido. Questo trovava perciò idonea coltura nella fascia di terreno attuale che va da Avezzano verso il lato nord-ovest dei Piani Palentini fino a Magliano: Antrosano si trovava proprio inserita in questa propizia posizione!
Da tempo ormai lo zafferano non viene più coltivato da noi anche perché i costi di produzione sono elevatissimi e per gli acquirenti il prezzo e quasi proibitivo: esso viene coltivato ancora soltanto a Civitaretenga e Navelli nella conca aquilana.

Le mandorle, i cereali, le lenticchie ed altro
Anche i campi seminati a segale, malgrado le proprietà dietetiche del cereale, sono quasi completamente scomparsi. Pochi mandorli resistono ma i nostri mandorleti, che sono stati il perno della ricca e fiorente industria confettiera di Sulmona, sono solo un bel ricordo del passato. Molti commercianti marsicani raccoglievano mandorle nella Marsica e le vendevano nella Valle Peligna e ciò rappresentava una discreta fonte di guadagno per gli agricoltori. A questa pianta viene ora riservata scarsa attenzione mentre avrebbe bisogno di cure ed accorgimenti: questo e uno dei motivi del declino della produzione. Altro motivo, pero, e rappresentato dalla concorrenza delle mandorle spagnole e californiane che vengono importate a basso costo.

Prima dell’ultima guerra, ma anche dopo, in molti paesi marsicani (e tra questi certamente Antrosano), veniva prodotta una certa quantità di lenticchie di piccolo calibro molto richieste dal mercato per lo squisito sapore: la impossibilita di meccanizzare la sua coltivazione ed il conseguente elevato costo di produzione, ne hanno deteiminato, ora, quasi la scomparsa; altro motivo e la concorrenza di lenticchie di grande taglia prodotte altrove e che, pur essendo di poco pregio e di non eccezionale sapore, sono facilmente commerciabili perché più presentabili sul mercato. Anche le cicerchie, una volta immancabili nella nostra cucina, oggi rischiano di scomparire(9).

La produzione e la lavorazione della canapa
Sino a meta degli anni cinquanta, gli antrosanesi erano ancora dediti alla coltivazione ed alla lavorazione della canapa che, in sostituzione del lino, della seta e del cotone, rappresentava la materia prima necessaria per dotare le figliole di un corredo povero ma sufficiente a maritarle. Per la lavorazione della canapa e necessaria l’acqua ed Antrosano approfittava del vicino fiume Salto in tenimento del comune di Scurcola e dei propri fontanili sempre ben provvisti per la vicinanza di locali sorgenti.

Per la presenza di abbondanti sorgenti, anche a Celano sino a qualche decennio fa si coltivava e lavorava la canapa che, successivamente, veniva portata per la vendita al ricco mercato settimanale del sabato ad Avezzano o in altri centri marsicani e abruzzesi. La canapa, che ha bisogno di terreni umidi, veniva seminata durante il mese di marzo a Fucino, su modeste porzioni di terreno; essa, si sa, germina ad appena +1C’ e resiste abbastanza bene alle gelate ed alle brinate tardive: e adatta, insomma, al nostro clima cosi imprevedibile. La semina avveniva a fine marzo ed il raccolto veniva effettuato in due fasi: a fine luglio o principio d’agosto si raccoglieva lo spadone, cioè la parte più dura che veniva usata per realizzare funi, sacchi e grossi teli e la parte più morbida e pregiata, usata per realizzare lenzuola e biancheria intima, veniva raccolta a settembre, quando gli steli e le foglie posti nella parte più alta della pianta, ingiallivano appena.

Il raccolto si effettuava mediante estirpamento manuale, quindi veniva raccolta e trasportata al paese ove si iniziava un lungo ciclo di lavorazione artigiana che doveva portare, infine, ad un grosso rotolo di panno.
Nicola Di Matteo(10) ha descritto in modo preciso e colorito, senza disdegnare l’uso dei termini dialettali, tutte le fasi della lavorazione: anche con l’ausilio del suo breve ma convincente saggio, proveremo a rappresentare i vari passaggi.
La pianta veniva divisa in tre parti: quella alta, quindi la parte munita di semi necessari alla semina dell’anno successivo ed infine quella più bassa. Il tutto, riunito in fascine, veniva poi portato per l’essiccazione sull’aia posta sul piano ove attualmente e stata edificata la nuovissima chiesa dell’Immacolata, chiamata Terra della Chiesa perché appartenente, appunto, al Beneficio della parrocchia.

Dopo essiccata, veniva adagiata su un grosso e robusto panno, quindi veniva ripetutamente battuta mediante apposito arnese allo scopo di separarne il seme; successivamente i fasci venivano fatti macerare per più di una settimana nel fiume Salto, prima di Scurcola Marsicana, in prossimità del bivio per Magliano dei Marsi. Risciacquata più volte, veniva ritrasportata alla Terra della Chiesa o in altre aie ben assolate e ventilate. La semina, il raccolto, il trasporto, la macerazione e la battitura: tutti lavori pesanti che richiedevano le forti braccia maschili! Per tutte le fasi successive, pero, era richiesta l’opera delle donne, più inclini ai lavori ripetitivi e di pazienza. Attraverso un’altra lunga serie di manipolazioni, si separava la parte legnosa dalla fibra vera e propria: quest’ultima, poi, veniva filata mediante la conocchia.
Il filo avvolto nel fuso veniva poi riavvolto in grosse matasse che venivano bagnate e battute nel pubblico fontanile allo scopo di provocarne l’ammorbidimento: la battitura veniva effettuata su due pietre di cui una ancora giacente nel citato fontanile, l’altra – con iscrizione latina – e quella gia descritta nel capitolo Le lapidi.

Per candeggiare (termine più appropriato alle moderne lavatrici automatiche! ) si poneva il tutto nuovamente per due settimane in acqua mista a cenere, quindi veniva fatta bollire, poi risciacquata ed infine sottoposta ad un vero e proprio bucato che veniva effettuato per mezzo dell’acqua gia in precedenza bollita con la cenere. La canapa, asciugata, era pronta per la tessitura: la tela cosi ottenuta, certamente non raffinata come quella prodotta dagli ingranaggi industriali, veniva reiteratamente lavata ed asciugata al sole perché diventasse la più bianca possibile.

Il rotolo di panno, a questo punto, era pronto affinché – duranti i mesi del rigido inverno il cui clima impediva i lavori all’aperto – le mamme e le giovani promesse (o non) spose, potessero pazientemente approntare il corredo.
Le lenzuola, le federe, le tovaglie, i canovacci e persino la biancheria intima, non erano forse degni di competere con quelli più fini ed elaborati delle spose di città, ma la povera (e nello stesso tempo molto dignitosa) economia rurale del paese di più non poteva permettersi!

La mietitura
Il rito della mietitura meriterebbe di essere raccontato con dovizia di particolari: nel rimandare il tutto alla lettura di C’era una volta… la trita”” da Antrosano un paese da scoprire, ci limitiamo a ricordare che per le necessarie operazioni di battitura e spulatura del grano, ci si avvaleva dell’opera dei cavallari di Cappadocia, proprietari di equini che venivano utilizzati per le predette operazioni.

Il vincolo di amicizia con i contadini ed i boscaioli di Cappadocia e rimasto saldo per tanti anni ma ora, a causa dell’avanzare delle moderne tecnologie, esso e destinato, purtroppo, a rimanere soltanto un ricordo del passato!
Fino alla scoperta della energia elettrica ed all’invenzione dei relativi macchinari da essa azionati, gli antrosanesi si recavano a macinare in Civitella Roveto, ove c’era un mulino azionato dalla caduta dell’acqua del fiume Liri.
Nel 1934, Berardino Paoloni acquisto due impianti elettrici da mulino: uno per la macinazione del grano, l’altro per il mais. Ambedue gli impianti presentavano la tramoggia in legno in cui veniva immesso il frumento; l’organo macinante era costituito da due macine in pietra a forma circolare, sovrapposte, di cui una fissa e l’altra rotante, ricoperte dalla coprimacina; nel cassone di legno veniva raccolto il grano dopo essere stato stritolato.

Il tutto era azionato da un motore che tramite una lunga cinghia trasmetteva il movimento all’albero passante che a sua volta determinava il movimento degli ingranaggi. L’impianto comprendeva anche una gru in ferro che serviva per rimuovere saltuariamente le macine una delle quali fa attualmente bella mostra di se nel piazzale antistante la nuova chiesa dell’Immacolata.
La stanza ove si macinava era chiamata palmento: tra i farinacei che vi si lavoravano, deve essere annoverato il farro o spelta, un frumento molto duro, simile al grano, tipico di luoghi assai freddi, umidi e cretosi le cui loppe rimangono aderenti al granello.

Sfarra, infatti, e un termine dialettale con il quale si indica la macinatura del farro che viene usato, spesso mescolato ad altri prodotti dell’agricoltura, per alimentare gli animali. Prima il prosciugamento del lago e il conseguente mutamento del clima, poi l’avvento dell’era tecnologica e le leggi di mercato che esigono alto rendimento e produttività, hanno determinato l’abbandono della coltivazione di tante piante che avevano una importanza non soltanto biologica ma anche culturale: le nuove esigenze dei mercati interni ed esteri, hanno messo definitivamente in crisi le predette piccole risorse economiche dei nostri paesi a tutto vantaggio di prodotti esteri.

Oggi la campagna rappresenta ancora una risorsa per il paese ma le stalle si sono quasi tutte trasformate in depositi di trattori ed altre attrezzature agricole e le vacche, i cavalli e gli asini, sono quasi completamente scomparsi; i terreni fuori dell’agro fucense sono coltivati in modo estensivo e le ubertose terre di Fucino sono per lo più sfruttate da coloro che, ormai dediti ai più comodi e talvolta redditizi lavori del settore terziario, intendono incrementare il loro stipendio mensile!

Note
(1) Muzio Febonio – Historia Marsorum – Libro III
(2) Fernique M.Emmanuel – La Regione dei Marsi – traduzione di Ilio Di lorio del testo originale pubblicato a Parigi nel 1880. Ristampa di Adelmo Polla Editore – Cerchio, 1991
(3) Mario Di Domenico – Gli statuti antichi di Avezzano – trascrizione, traduzione in italiano e commento – De Cristofaro Editore Roma, 1996.
(4) Tommaso Brogi – La Marsica antica medioevale – Tipografia Salesiana – Roma, 1900 – Ristampa anastatica dello studio bibliografico di Adelmo Polla
(6) Raffaele Nardelli – Clima e vegeta:ione nella Marsica prima e dopo il prosciugamento del lago Fucino – Tipografia di V.Magagnini – Avezzano,1883 – Ristampa anastatica dello Studio Bibliografico Adelmo Polla – novembre 1984. (7) Brisse e De Rotrou – Prosciugamento del lago Fucino – Tipografia Poliglotta – Roma, 1883 – ristampa del 1983 – Tipolitografia Nobile Paolini – Avezzano
(8) Mario Di Domenico – Gli statuti antichi di Avezzano trascrizione, traduzione in italiano e commento De Cristofaro Editore – Roma. 1996.
(8) Mario Di Domenico – Gli statuti antichi di Avezzano trascrizione, traduzione in italiano e commento De Cristofaro Editore – Roma. 1996.
(9) Tuttoaffari – anno 1999 – servizio giornalistico di Alvaro Salvi
(10) Nicola Di Matteo – Antrosano, un paese da scoprire – Numero Unico, 1997
(11) C’era una volta… la trita da Antrosano un paese da scoprire – Numero Unico – 1997

Testi tratti dal libro Antrosano memoria e storia
(Testi a cura di Giovanbattista Pitoni e Alvaro Salvi)

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L'agricoltura e l'economia rurale

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