L’abolizione dei feudi

Nei primi anni dell’Ottocento, Paterno non raggiungeva neppure i 300 abitanti; anzi, la popolazione tendeva a diminuire. Secondo quanto testimoniano gli storici del tempo, i Paternesi che nel 1798 erano 238, scesero, nel 1804, a 216 (1): un calo improvviso, spiegabile con la malaria e la vita grama che la maggior parte della popolazione conduceva. Nel registro delle rivele abbiamo visto che molti signori dei paesi vicini avevano vasti possedimenti a Paterno.
Se poi si aggiungono le terre appartenenti a chiese e conventi, si deve dedurre che erano ben pochi i Paternesi che lavoravano i propri terreni.

E non è da credere che le chiese, le confraternite che in questo
periodo erano numerose, possedessero poche terre. La confraternita del SS.mo Sacramento di Avezzano, per esempio, teneva possedimenti oltre che in tenimento di Avezzano, anche in quelli di S. Pelino e Paterno. A S. Pelino, in località La Cuna, possedeva 34 coppe e 75 canne; a Paterno aveva terreni alle Castagne, a Panciano, alla vigna di Sciarretta, per un totale di 18 coppe. Inoltre a Paterno aveva dato in affitto estesi vigneti ad Angelo Buzzelli, Giovanni Di Berardino, Gioacchino Di Mattia, mentre a S. Pelino aveva affittato terre, prati, orti a Michelangelo Fracassi, Domenico Collacciani, Giacomo Vitelli per un periodo di cinque anni, cioè dal 1800 al 1805 per annue palme 12 e un mesto di grano sconcio. Una certa importanza aveva anche la Confraternita della Madonna del Soccorso, dal nome dell’omonima chiesa, che sorgeva a pochi metri ad est dell’attuale edificio delle Poste e Telecomunicazioni, a fianco della proprietà edilizia ex Filauri.

Abbastanza consistente era pure il patrimonio della laica cappella del SS.mo Sacramento, nella parrocchiale chiesa di S. Sebastiano in Paterno. Il procuratore della medesima Nicola Jacobone registra i terreni in grano dati in affitto a Sante Caruso in luogo detto Rigo d’Aiello e a Filippo latosti a S. Maria a Paradiso; la riscossione di canoni annui in denaro da Antonio Di Giulio e da Gioacchino Di Carlo per terreni siti a Caruscino, da Lorenzo Ruscitti a S. Martino; la riscossione ancora di canoni annui di mosto da Giuseppe Stornelli per terra al Greco (coppe otto); da Pasquale Flamini, Vincenzo Minicucci e Felice Cofini per terra al Canale; da Gioacchino Vitelli per terra a S. Martino; da Pasquale Flamini per terra a Pietre dei Santi; da Angelantonio Caiola per terra a S. Angelo; da Giambattista Di Berardino per terra al Canale; da Arcangelo Di Luzio per terreni a Forconito; da Angelantonio Di Cosimo per terreni a Fonte della Mora.

Risulta inoltre che Gioacchino D’Alessandro teneva in società due vacche giovani non ancora figliate col patto di dividersi i figli maschi. Tale società terminava nel 1807. La cappella del SS.mo Sacramento aveva un efficiente monte frumentario. I monti frumentari erano stati ideati dal cardinale Pier Francesco Orsini, che poi divenne papa col nome di Benedetto XIII, con lo scopo di aiutare i contadini costretti a comprare le semine a prezzi molto alti e, quindi, affrancarli dallo strozzinaggio (2). I monti frumentari erano numerosi nella Marsica. Il loro capitale si originava dalle donazioni di ecclesiastici e di privati e poi si manteneva con la restituzione della quantità del grano prestato con un incremento del dieci per cento, destinato alle elemosine e alla realizzazione di opere di interesse comune.

Il monte frumentario SS.mo Sacramento di Paterno nell’anno 1802, dopo aver provveduto a prestare le sementi a; cittadini che ne avevano bisogno, teneva ancora in capitale 37 salme e 9 coppe di grano sconcio e 4 salme e 7 coppe e mezzo di grano concio. Il grano prestato nel 1802 doveva essere restituito nel 1803. Siccome, per la scarsità del raccolto, non poté essere restituito tutto,, allorché nel 1806 si pretese la restituzione, ogni cittadino dovette dare una coppa in più. La richiesta di restituzione fu motivata dalla necessità di aumentare gli introiti, poiché in quegli anni dell’inondazione del lago, le uscite erano superiori alle entrate. Difatti, nel maggio 1806, le uscite del monte furono di 70 coppe circa, le entrate di 54, con un disavanzo di 16.

Inoltre, con l’assenso del visitatore economico don Antonio Mosca, fin dall’aprile 1803, fu per messo alla chiesa parrocchiale di poter fabbricare il nuovo campanile in sostìtuzione del vecchio quasi completamente diruto e cadente, la cui campana grande non si poteva più suonare, perché c’era il pericolo che crollasse la stessa chiesa. Alla fabbrica del campanile si doveva aggiungere la costruzione di un antemurale, per liberare la chiesa dall’umido e formare nello stesso tempo una piccola cantina, dove conservare il vino, per poi venderlo con un vantaggio maggiore. Nel 1806 tale lavoro si trovava in parte eseguito e sì sperava di poterlo portare a termine con la vendita del grano richìesto. C’era da pagare la ditta Francesco Tranquilli di Pescina, che stava eseguendo i lavori per 429 ducati e 9 carlini. Il monte frumentarìo del SS.mo Sacramento di Paterno continuò la sua opera per diversi decenni fino a quando la Marsica, come del resto tutta l’Italia meridionale, fu strappata ai Borboni e confluì nell’unità d’Italìa.

L’abolizione dei feudi doveva comportare automaticamente la decadenza dei diritti che i feudatari vantavano nei confronti delle popolazioni soggette. Ma sarebbe stato troppo il pretendere che da un giorno all’altro potessero scomparire tutti quei privilegi che vigevano da secoli e secoli. Così ci volle del tempo prima che scomparisse il dìritto di mastrodattia che Filippo Colonna teneva a Paterno, o che rinunciasse alla vendita fuori paese del pesce preso nel lago di Fucino dai pescatori non solo di Paterno, ma anche di S. Pelino, Avezzano, Luco, Trasacco. Ci volle del tempo, ci vollero dei ricorsi alla commissione feudale; dopo tanto, però, tutte le attribuzioni connesse al feudalesimo scomparvero. Con la riforma amministrativa del 1806, i paesi furono costituiti in comuni con amministrazione autonoma; però, il nuovo decreto del 4-5-1811 ordinava che quelle amministrazioni comunali create con la legge 8-8-1806, le quali non avevano possibilità di governarsi da sole, venissero riunite ad altri centri più vasti.

Paterno, come abbiamo visto, contava allora circa 200 abitanti, un numero troppo esiguo per poter dar vita ad un’amministrazione separata; perciò, dopo cinque anni di autonomia amministrativa, cessò di essere comune e divenne frazione di Celano, dove in quell’anno era sindaco Andrea Costanzi; S. Jona e S. Potito furono aggregate ad Ovindoli. Da allora, Paterno resterà frazione di Celano fino all’anno 1954, quando passò sotto l’amministrazione di Avezzano.
Con orgoglio, spesso, si sente ripetere dagli abitanti che Paterno un tempo ha avuto amministrazione autonoma, specie quando si vuoi dar rilievo allo stato di abbandono nel quale generalmente versa la frazione: ebbene, oggi il numero degli abitanti tende a salire sempre più, segno che i Paternesi incominciano a rendersi conto che non è una maniera efficace di risolvere i problemi personali e quelli del paese in generale emigrando altrove, sia pure a cinque Km., nella vicina Avezzano.

E’ interesse di tutti i cittadini migliorare la condizione di vita nell’ambito del proprio ambiente, elevando così il livello generale della popolazione.
Oggi, quindi, si stanno creando i presupposti per tornare, speriamo il più presto possibile, a quell’autonomia amministrativa auspicata da tutti i Paternesi per il bene della popolazione e per l’avvenire del paese. Nel censimento del 1971 a Paterno risultarono circa 2.000 ab. Secondo i dati Istat del 1975, molti centri della Marsica con amministrazione autonoma, hanno una popolazione inferiore a quella di Paterno. E’ il caso di Aielli: abitanti 1.510; di Canistro: ab. 1.115; di Cerchio: ab. 1.745; di Collarmele: ab. 1.073; di Collelongo: ab. 1.816; di Lecce: ab. 1.851; di Massa d’Albe: ab. 1.945; di Ortona: ab. 1.531; di Ortucchio: ab. 1.879; di Ovindoli: ab. 1.451; di Villavallelonga: ab. 1.190.

Con la legge del 1806, però, i Colonna non perdettero completamente i loro possedimenti, ma questi furono divisi in parti uguali tra gli stessi Colonna ed i Comuni. La stessa commissione feudale, istituita per risolvere le controversie tra ex feudatari e Comuni, non sempre agi con giustizia. A Paterno, per esempio, don Gennaro latosti aveva in affitto mille coppe del Colonna; ebbene, decaduto il principe, quelle terre vennero rivendicate dal Comune come beni ex feudali; invece don Gennaro Iatosti ebbe partita vinta e restò padrone incontrastato di dette terre (3). Ai contadini, che stavano sotto padrone, l’abolizione dei feudi non apportò alcun miglioramento.

Tra il 11807 e il 1808, Gioacchino Murat provvide a sciogliere anche tutti gli ordini religiosi, i cui beni furono confiscati. Era un’ottima occasione per alleviare le condizioni della povera gente il ripartire le terre confiscate ai nullatenenti, invece, chi già stava bene aumentò le sue tenute. Il barone Paolo Masciarelli comprò in quell’occasione molti terreni a Magliano e a Paterno. Simile fatto si ripeterà nel 1867, allorché una nuova legge contro il clero permetterà ai più abbienti di accrescere il loro patrimonio; acquisteranno terre nel territorio di Paterno i Marinucci di Celano e i Pace di Massa d’Albe.
Quando si spense la stella del Murat in conseguenza della caduta di Napoleone, restarono le speranze che egli aveva acceso nel cuore degli Italiani (4).

Le truppe austriache si impadronirono del regno di Napoli e occuparono militarmente Tagliacozzo, Celano, Pescina ed Avezzano. Dopo lunghe guerre e torbidi di ogni genere, per somma sventura venne la peste che dalla Dalmazia, da Corfù e da Smirne entrò nel regno, decimando gli abitanti. Ben presto alla peste si aggiunse la fame. Il Sottintendente di Avezzano dell’epoca, Valentino Gualtieri, per dare la possibilità di guadagnare qualcosa a quella parte della popolazione che versava in disagiate condizioni, pensò di compiere qualche lavoro di pubblica utilità. A spese del Comune, si ultimarono i lavori della strada che da Avezzano conduce a Paterno e di un’altra, poco utilizzata, che da Paterno conduceva a Tagliacozzo. Intanto stavano per avvicinarsi gli anni ruggenti del nostro Risorgimento ed a Napoli nel 1820, era stata strappata al re Ferdinando la Costituzione, che, però, dopo il congresso di Lubiana, venne revocata. I paesi marsìcani parteciparono attivamente alla difesa di quella costituzione, perché desiderosi di migliori condizioni e di libertà.

Ad Avezzano, a Celano, a Pescina sorsero delle compagnie di arruolati che si offrirono al generale Guglielmo Pepe, uno dei comandanti delle milizie napoletane. E non poteva essere altrimenti. perché la Carboneria nella Marsica era molto attiva e contava vendite in tutti i paesi. La vendita di Paterno aveva come denominazione « Li primogeniti de’ liberi Marsi »; gran maestro era Orazio Rainaldi e contava 9 carbonari su 387 abitanti (5). L’entusiasmo di questi patrioti fu infranto dall’esercito austriaco che, nel marzo del 1821, dopo avere occupata L’Aquila, scese nella Marsica, minacciando ed incutendo terrore. Il Borbone ristabiliva così nella Marsica l’antica forma di governo. Durante il regno di Francesco 11, le cose precipitarono. Egli, avuto sentore dello sbarco di Garibaldi in Sicilia, si ritirò nella fortezza di Gaeta, lasciando il regno in preda al più grave disordine. Al fenomeno del brigantaggio si aggiunsero le lotte sanguinose tra liberali e borbonicí con l’intervento di squadre garibaldine e di reparti dell’esercito italico da una parte e di,truppe regie napoletane dall’altra.

Avezzano, stanca delle lotte e delle vendette tra liberali e borbonici, istigata da false notizie, dietro l’iniziativa di un ex brigadiere della milizia borbonica, Diego Diez, il quale, per l’occasione, aveva rispolverato la divisa che teneva nascosta in una casa di Paterno, restaurò il governo borbonico.
1 liberali mal soffrivano questo stato di cose e, al comando di Serafino De Gíorgio di Scurcola, dall’Aquila si diressero verso Avezzano. Al Portone della Corte, furono messi in fuga dai cittadini avezzanesi che li inseguirono fino a Paterno, ove raggiunsero un soldato di nome De Cesare, al quale fu tagliata la tcsta che venne riportata ad Avezzano in segno di vittoria. Nel novembre del 1860, il generale Pinelli con soldati regolari, dall’Aquila, attraverso Celano e Paterno, raggiunse Avezzano, ove instaurò un governo liberale.

Sconfitto definitivamente Francesco II, si credeva che una lunga pace regnasse nell’Italia meridionale; invece, si ebbe un periodo caratterizzato, oltre che dal fenomeno del brigantaggio, da diversi tentativi di instaurazione del vecchio regime, aventi protagonisti nostalgici sostenitori dei Borboni.
Una certa risonanza ebbe l’avventura che si concluse nella Marsica del generale spagnolo Borjes. Costui era sbarcato in Calabria con alcuni compagni spagnoli, per organizzare una guerriglia in favore di Federico IL Credeva, come gli avevano promesso, che avrebbe trovato armi, denaro, uomini e che il popolo si sarebbe sollevato. Non trovò nulla di tutto questo e, alla fine, tradito dagli stessi Borboní, pensò di ritirarsi nello stato pontificio. Portava con sé un diario dove erano annotate le località che doveva toccare nella ritirata: Capracotta, Ateleta, Roccaraso, Roccavalleoscura, Forca Caruso, Arco di Paterno, Scurcola, Tagliacozzo, Roccacerri, Carsoli, Riofreddo.

La ritirata, come si può arguire dall’itinerario, fu molto difficile e condotta con coraggio, perché contrastata dalle guardie nazionali che si erano messe alla sua caccia. Nel dicembre del 1861 il Borjes giunse sulle rive del lago Fucino con circa quindici compagni. Furono bloccati tutti i varchi e le vie che conducevano verso ì confini pontìfici. Ma il Borjes procedeva di notte e inosservato. Il 7 dicembre si fermò all’osteria di Quadranella, sotto Celano, ove stette l’intera giornata. A sera, con la guìda esperta di Luigi Ranelletti, figlio dell’oste, a cavallo, riprese la marcia. Alle ore 23 si trovava a Paterno e la sorpassò soltanto un quarto d’ora in anticipo sugli inseguitori. Dopo aver oltrepassato Cappelle e Scurcola, con l’aiuto dì un’altra guida più esperta
dei luoghi, tal Di Giovanni dì Sante Marie, continuò, evitando Tagliacozzo e Sante Marie e, arrivato tra i boschi della Valle di Luppa, sfinito, pensò di ritirarsi in un cascinale.

Intanto il comandante la guarnigione di Tagliacozzo, maggiore Franchini, avvertito della presenza del Borjes nella sua zona, si metteva in azione. A Sante Marie, incontrato il Di Giovanni che era fuggito di nascosto, si fece indicare il nascondiglio degli Spagnoli. Questi avevano posto di guardìa una sentinella, la quale, dopo aver dato l’allarme, fuggì tra i boschi e, dopo lungo peregrinare, raggiunse prima la masnada del capobanda Chiavone di Sora e poi si rifugiò in Roma. Si accese una furente sparatoria e, solo dopo che il cascinale fu dato alle fiamme, il Borjes sì arrese con tutti ì suoi. Tra le sue robe fu trovato il diario e altri documenti importanti. Portato a Tagliacozzo, fatto confessare, il Borjes fu fucilato con tutti i suoi compagni. Così finì nella Marsica l’avventura del generale spagnolo Borjes, la cuì fine suscitò tante polemiche in tutta l’Europa.

NOTE
1. L. Giustiniani: op. cit., vol. VII, pag. 138.
2. G. letti: Cronache della Marsica, Regina Editore, Napoli, pag. 12.
3. G. letti: op. cit., pag. 46.
4. P.. Colletta: Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825.
5. G. letti: op. cit., pag. 61.

Il paese Paterno…monografia storica di un centro della Marsica

Mario Di Berardino