La Villa Avezzani della Contea di Albe

Con l’inoltrato XII secolo, con l’arrivo dei Normanni, la Marsica si troverà inserita sui confini settentrionali del Regno normanno di Sicilia e vedrà il definitivo consolidarsi del sistema insediamentale feudale basato sui castella posti sulle alture e villae, casalia ed ecclesiae ad economia agricola poste a fondovalle. Dopo i primi tentativi nella seconda metà dell’XI secolo, nel 1143 i Normanni con i due figli di Ruggero II d’Altavilla, Ruggero ed Anfuso, provenienti dalla Valle Roveto, riescono a raggiungere il bacino fucense ed ottenere la resa definitiva di Berardo e Rainaldo, figli del Conte dei Marsi Crescenzio, gli ultimi ad avere il titolo di ” comites Marsorum ” (Ann. Ceccanenses, 283). Il comitato dei Marsi, ora detto geograficamente ” De Valle Marsi ” inserito nel Principatus Capuae, fu diviso da Ruggero II in due contee e diverse consorterie familiari: la Contea d’Albe, data a Berardo V; quella di Celano assegnata a Rainaldo; il territorio Carseolano, parte del tagliacozzano, Valle di Nerfa e Palentino dato agli eredi d’Oderisio II; parte della Valle di Nerfa ed altri feudi fucensi meridionali affidati a Simeone e Crescenzio di Capistrello (Jamison 1972, 214-225).

Il primo documento che c’informa direttamente sulla consistenza dei feudi incastellati del XII secolo è il Catalogus Baronum redatto nel 1150 ed aggiornato nel 1167/8, un catalogo che doveva servire per la Magno Expeditio, in pratica per formare un ” esercito normanno destinato a contrastare la minaccia di un attacco al Regno di Sicilia dopo l’alleanza (1149) tra Corrado III di Germania e l’imperatore bizantino Emanuele Comeno ” (Santoro 1988, 102, nota 100). In esso sono citati tutti i castella del Regno di Sicilia, ed anche quelli, che ci interessano, della Contea di Albe, in cui era inserito l’attuale territorio avezzanese:
” (Comes Albae) /1110 – Comes Rogerius de Albe dixit quod tenet in demanio Albae quod est pheudum vij militum et Castellum / novum in Marsi quod est pheudum j militis, et Paternum in Marsi quod est iij militum, et Petram Aquarum in Marsi quod est / pheudum v militum, et Tresacco, et hoc quod tenet in Luco sunt pheudum vj militum, et Capranicum quod est / pheudum j militis, et Pesclum Canalem in Marsi quod est pheudum ij militum, et Carcerem in Marsi quod est pheudum / vj militum una cum Podio Sancti Basii, et Dispendium in Marsi quod est pheudum j militis et dimidii. (Hii omnes / predicti milites et prefata castella sunt in Marsi). Una de proprio pheudo predicti Comites Berardi de Albe sunt milites / xl et cum aumento obtulit milites lxxx et servientes c. 1111 – Hec sunt castella que tenet predictus Comes in servicio: Vallem Soranam et Collem Erectum que sunt pheudum / iiij militum, et Roccam Vivi qued est ij militum, et Morream quod est ij militum, et Civitatem Antine quod est iiij / militum, et Rodemaram et Castellum Gualtieri que sunt pheudum iij militum, et Civitellam, quod est pheudum ij / militum, et Morinum quod est iij militum, et Metam quod est j militis, et Collem Longum et Roccam de Cerri que sunt pheudum / iiij militum. (Hec omnia castella sunt in Valle Marsi). 1112 – Raul de Falascosa tenet ad eodem Comite sicut dixit pheudum iij militum. Una sunt de propriis pheudis et servicio / predicti Comites Berardi milites xxviij et augmentum milites xxj. Una inter pheudum et augmentum servici sunt milites lix / et servientes c. Una demanii et servicii predicti Comites sunt de propriis pheudis milites lxviij, et augmentum sunt milites lxxj. Inter pheudum et augmentum servicii obtulit predictus comes milites cxxxiiij et servientes cc, et si / necessitas fuerit in Marchia et in provincia illa habebit universam gentem suam. ” (Jamison 1972, 215-217).

Il conte Ruggero d’Albe era succeduto in quegli anni a ” Berardus comes de Albe “, fratello di Rainaldo di Celano e padre di Pietro, conte d’Albe e Celano. Nella prima stesura del Catalogus Baronum del 1150, infatti, compare il nome di Berardo V come titolare della contea albense, mentre nell’aggiornamento del 1167/8 il suo nome fu sostituito da Ruggero, data la sua ribellione al re normanno Guglielmo I nel 1160 con l’invasione, non autorizzata, della terra di S. Vincenzo al Volturno. Ruggero ” filius Riccardi “, ebbe la contea d’Albe nel 1166 dalla regina Margherita, ma sul finire dell’estate del 1168 abbandona la contea marsicana per quella più ricca d’Andria in Puglia (” Ruggerius de Andria “). In tale occasione la contea albense è riconsegnata al figlio di Berardo V, Pietro che, dopo la morte del cugino conte Annibale di Celano, nel 1189, la unisce a quella di Celano (Cuozzo 1984, 1110 e 1112*).

Era quindi Ruggero, e prima Berardo V, proprietario di ben 23 feudi incastellati, di cui dieci ” in demanio “, ovvero in controllo diretto di Ruggero (Albe, Castelnuovo, Paterno, Pietraquaria, Trasacco e parte di Luco, Capranico di Canistro, Pescocanale, Carcere e Poggio S. Biagio di Magliano dei Marsi, Dispendio di S. Anatolia di Borgorose), e 13 ” in servicio “, in altre parole affidati a feudatari fedeli (Balsorano e Colle Eretto, Roccavivi, Morrea, Civita d’Antino, Rendinara e Castel Gualtieri, Civitella, Morino, Meta, Collelongo e Rocca di Cerro di Villavallelonga). In totale Ruggero, come Berardo, poteva armare un piccolo esercito composto da 134 cavalieri, 200 fanti ed altrettanti scudieri.

Nel nostro territorio che, come abbiamo visto, era parte integrante della Contea di Albe, troviamo fra il 1150 e il 1168, i castella di Castelnuovo, Paterno e Pietraquaria:
Il primo, Castellum novum, era feudo di un solo milite, resa relativa ad una popolazione di circa 125-130 abitanti: i suoi resti, composti da un recinto murario, una torre sommitale quadrata e diverse cisterne, sono visibili sul Monte Castello a quota 1242 che sovrasta a sud l’attuale abitato di Castenuovo.
Il secondo, Paternum, era feudo di tre militi con una popolazione di circa 375-390 abitanti: i suoi resti con recinto murario, torre sommitale quadrata, cisterne e fossato esterno, sono sull’altura detta “La Rocca” a quota 900 che sovrasta a nord l’attuale abitato di Paterno.
Il terzo, Petram Aquarum, era feudo di ben cinque militi con una popolazione di circa 625-650 abitanti, quindi il più grande incastellamento del territorio albense, dopo la sede comitale di Albe; insediamento fortificato (con le sue tre chiese S. Maria, S. Giovanni e S. Pietro), cui facevano riferimento i numerosi insediamenti, ville e casali, della piana avezzanese e palentina con Cese e S. Basilio. Utili sono le descrizioni del Brogi sul finire dell’800 con l’osservazione delle due cisterne sommitali ricoperte dal tenace e lucido intonaco di signino (malta bianca e coccio tritato) di colore rosso, del fossato esterno sul settore nord-est, il ritrovamento di una scultura medievale raffigurante un religioso e la pergamena scritta nel 1779 in cui oltre la descrizione dell’apparizione miracolosa della Madonna al pastorello, sono citati i falsi donativi fatti al santuario mariano dal Conte di Albe Ruggero (Brogi 1889). Dell’altura dell’incastellamento di Pietraquaria rimane la citazione al foglio 13r, degli Statuti trecenteschi di Avezzano col nome di ” pesculo castrj veterj ” (“Peschio di Castel Vecchio”) posto a controllo degli insediamenti palentini (Cese e S. Basilio) e delle strade che si immettevano sul valico di Pietraquaria (Di Domenico 1996, 257, [131]).

Della vecchia sede del castellum di Pietraquaria abbiamo ormai scarsi resti legati all’erto colle, quota 957 che domina con la sua grande croce di ferro il santuario di S. Maria di Pietraquaria, a sud est del medievale Monte Tarrentinj. Si riconoscono i resti di un medio castello-recinto a pianta triangolare su pendio roccioso con recinzione in opera incerta medievale, terrazzamenti interni, tagli su roccia per appoggio di edifici con fori per l’alloggiamento delle travature lignee e cisterne: notevole il balzo roccioso sul versante verso il santuario. Della torre sommitale non rimane traccia alcuna visto lo spianamento attuato per l’erezione del belvedere e della grande cisterna sommitale.

A questo grande incastellamento apicale era collegata, come in altri esempi marsicani (vedi Trasacco), la torre avanzata sul piano, verso il lago, in prossimità della villa Avezzani. Di forma quadrata e con spessore basale di metri 1,20, essa è ancora individuabile nell’interno del Castello Orsini-Colonna di Avezzano affiancata sul lato sud-est. La mancanza di scarpa di base e la buona cortina muraria formata da grandi e medi blocchi angolari e blocchetti in calcare locale legati con malta tenace, permettono di datarla entro la prima metà del XII secolo, come per la parte bassa della torre di Trasacco, con tessitura muraria simile, di cui abbiamo documentazione già a partire dal 1120 nella donazione del Conte dei Marsi Crescenzio alla chiesa di S. Cesidio e Rufino: ” … prope portam Turris, & Palattij nostri, ” (Phoebonius 1668, II, Catal. Episc., 16; Grossi 1996, 21, 31-32).

La mancata citazione di Avezzano, come castellum, nel Catalogo normanno, ha sollevato dubbi e perplessità fra gli storici avezzanesi: il Brogi arriva a sostenere una presenza di un incastellamento ad Avezzano già nel 1156, in base alla (errata) lettura dell’iscrizione del portale di S. Bartolomeo, citata dal Corsignani nel ‘700; iscrizione che lo storico avezzanese attribuisce invece alla porta delle mura (Brogi 1990, 183, 271). Come abbiamo già visto, Avezzano non era dotato di mura nel 1156, visto che nel Catalogus Baronum, che fu aggiornato nel 1167/68, non vi è traccia dell’incastellamento avezzanese. D’altro canto l’erezione di nuove fortificazioni sul finire del XII e fino alla seconda metà del XIII secolo, fu duramente avversata dagli Svevi che si preoccuparono, ove fosse avvenuta, di far demolire le fortificazioni non citate nel precedente Catalogus ed edificate ” in terra demani ” (Santoro 1988, 108).
A segnare la seconda metà del XII secolo marsicano sono i diversi conflitti fra i baroni della contea albense con i Vescovi dei Marsi, circa il possesso delle nuove e ricche pievi diocesane. Il primo di essi è segnalato con il Vescovo dei Marsi Zaccaria che, intorno al 1180, ebbe una lite con i potenti feudatari normanni, Conti di Manopello, delle ville di Avezzano e di Cappelle, i ” de Palearia “, che volevano appropriarsi delle pievi di S. Nicola di Cappelle e di S. Bartolomeo di Avezzano con i loro sostanziosi possessi. La prima, proprietà (intorno al 1170-1180) dei monaci di S. Maria de Pertuso di Morino e passata alla diocesi marsicana, ad opera dello stesso Zaccaria, tramite una permuta con la chiesa di S. Leucio in Castulo (Ortucchio), fu sottoposta alle continue angherie di Gualtiero de Palearia e di altri militi locali, angherie che portarono ad un intervento energico di Lucio III che nel 1181 ammoniva i de Palearia e loro amici, pena la scomunica, a non disturbare i nuovi chierici della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 106-107 n.4).

L’avvertimento del Papa fu sentito da Gualtiero che nello stesso anno fece un accordo di intesa con il vescovo marsicano, ma la sua morte (1182), riportò la questione al punto di partenza con un Walter de Palearia che, con i suoi balivi, di nuovo disturbava S. Nicola e il suo clero. Il vescovo si vide quindi costretto a scomunicare il de Palearia con ratifica dello stesso pontefice Lucio III che, il 20 settembre del 1183, confermava la piena indipendenza della chiesa di Cappelle (Ker 1903-1911, IV, 113-114 n. 8). Ad Avezzano Gentile de Palearia, fratello di Gualtiero, aveva disturbato ed angariato i chierici della pieve di ” S. Bartholomaei de Avezzano ” per il controllo della Collegiata avezzanese e dei suoi possessi ” in castro de Cese “, provocando l’intervento del vescovo Zaccaria che, non avendo soddisfazione dal feudatario, entrò in una durissima lite con lo stesso, lite sedata nel 1182 a Capua da Roberto, conte di Capua e “maestro giustiziere”, per mandato di Guglielmo II, con l’attribuzione al vescovo della pieve ed al de Palearia dei suoi soli diritti feudali (Phoebonius 1668, II, Mars.Episc.Catalogus, cit., 20-23). Questi continui conflitti evidenziano l’arroganza dei normanni Conti di Manopello che, nella seconda meta del XII secolo, controllavano il feudo di Avezzano dopo il predominio di Taddeo, Gualtieri, Baldassare ed Ettore, parenti dei Conti dei Marsi (Belmaggio 1997, 15-16).

È questo il primo documento in cui appare la pieve di S. Bartolomeo, probabilmente sovrapposta alla chiesa cassinese di S. Clemente durante la prima metà del XII secolo, che fa da centro alla villa Avezzani che va estendendosi con il suo abitato nella località “Pantano”. È questo il periodo in cui ha inizio il fenomeno di sinecismo, conclusosi agli inizi del ‘300, dei numerosi insediamenti sparsi del territorio avezzanese che incominciano a far capo alla località Pantano in cui si elevava la nuova importante pieve. Questi insediamenti sono ricordati dal Febonio e dagli autori successivi: S. Felice alle Grotte di Claudio vicino alla Grotta di S. Felice; Castelluccio o S. Lorenzo, intorno al Monte Salviano; Arrio sotto Monte Aria; Cerrito o S. Leonardo lungo la Via Consolare (ora Via San Francesco); Vico o S. Maria di Vico, vicino i cimiteri; Pescina o S. Nicola, vicino al Carcere di Avezzano; Perrate o Parate a Scalzagallo; San Basilio, nei Piani Palentini; La Fonte o S. Salvatore, a Caruscino; Vicenne o S. Andrea, all’incrocio con Via Giuseppe Garibaldi e l’omonima strada, Gagliano o S. Sebastiano, all’incrocio fra Via XX Settembre e Via Garibaldi; Pennerina o SS. Trinità sopra Le Mole; Scimino o S. Simeone, alla Pulcina; Le Fratte o S. Paolo, sotto S. Maria di Loreto; S. Callisto, fra Via di S. Andrea e la Circonfucense; Casole o S. Maria della Casa, sotto Caruscino; Pantano o Avezzano, sul sito del vecchio centro storico. Insediamenti recentemente riposizionati da Serafino Del Bove Orlandi (Teresa Cucchiari Mostra 1999, p. 6.).

Nel frattempo però la presenza monastica nella Marsica iniziava il proprio declino verso la metà del XII secolo, dopo le ultime conferme imperiali a Farfa e Montecassino ad opera d’Enrico V e Lotario III: nel 1118 Enrico V aveva confermato a Farfa i possessi marsicani (Chron.Farf., II, 282); con la conferma di Lotario III di Suplimburgo del 1137 a Montecassino, la celebre abbazia possiede ancora quaranta monasteri e sette castra distribuiti in tutta la Marsica e donati in precedenza dai Conti dei Marsi nella seconda meta dell’XI secolo (Sennis 1994, 63). È questo il periodo in cui la famiglia dei conti dei Marsi, sebbene intimorita dalla presenza normanna, riesce a controllare la sede episcopale ed anche ad esprimere ben due abati a Montecassino, Gerardo e Rainaldo II (Chron.Mon.Casin., IV 43, 512; IV 128, 604).
Con la Bolla di Clemente III, inviata il 2 giugno del 1188 al vescovo Heliano, la Diocesi dei Marsi ha ormai una consistenza maggiore con un controllo capillare del territorio: vi si trovano riferimenti diretti sulla permuta (confermata) delle chiese di Cappelle e S. Leucio di Castulo e sui contrasti fra l’episcopato dei Marsi con i preti di S. Giovanni Capodacqua di Celano, con i monaci cistercensi di S. Maria di Pertuso di cui è nuovamente ricordata la ” pravam praesuntionem “. Le chiese sono ormai 229 (compresa la cattedrale di S. Sabina): ben 170 chiese in più rispetto alla bolla di Pasquale II del 1115; le pievi ” cum titulis suis ” sono ben 23, fra le quali S. Vincenzo alle Forme, S. Lorenzo in Cuna di Paterno, S. Andrea e S. Bartolomeo di Avezzano. I confini della Diocesi dei Marsi ora sono chiaramente definiti, dal Carseolano alla Valle di Nerfa, dall’Altopiano delle Rocche alla Valle del Giovenco, alla Vallelonga ed inizio dell’alta valle del Sangro: ” A Furca Ferrati decurrunt ad Caput Carriti; inde per Vadum de Marso; in Portella de Valle Putrida; per Serram de Feresca; per Argatonem; per Serram de Camino; per Serram Formellae; inde ad molinum vetus; inde ad Furcam Aceri; per Serram de Ruo; per Serram de Troja; inde ad Pesculum Canale; inde ad petram Imperatoris; per Serram de Cervaja; inde ad Sanctum Britium; per Furcam di Auricola; inde ad Sanctum Georgium; per flumem Sisarae; per turres de Ofrano; per Scalellas; per Tufum fluvii Rumanii; per Trepontium; inde ad Vulpem mortuam; per Buccam de Teba; per rivum gambarorum; per Serram de candida; per Ventrinum; et redeunt ad Furcam Ferrati. ” (Di Pietro 1869, I, 311-320).

Giuseppe Grossi