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La strage di Avezzano (20 Settembre 1806)

Fulvio D Amore
Di
Fulvio D Amore
Fulvio D'Amore ricercatore e saggista dall’Età Moderna all’Età Contemporanea      LEGGI BIOGRAFIA

Il 17 settembre 1806, le truppe francesi liberarono Celano e la cavalleria del capitano Battaglia, dopo duri scontri, uccise ben quaranta insorgenti.
I filogiacobini del paese, che si erano asserragliati dentro le mura del castello per non essere trucidati, chiamarono “salvatori” i soldati napoleonici.

Tuttavia, bisogna tener conto che, il tenente Alo`, dopo aver ricevuto un’altra colonna mobile del 3° Cacciatori, intendeva annientare definitivamente le bande di Piccioli e frate Domizio Jacobucci.
Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, quando Aurelio Mattei, comandante della truppa civica avezzanese, vide avanzare l’orda brigantesca verso le mura della città, tentò una disperata resistenza. Infatti, in un primo momento insieme ai suoi fratelli fece fuoco sui ribelli; poi, sopraffatto dal gran numero di assalitori fuggi’, rifugiandosi presso il convento di Santa Caterina. Cosi’ il Piccioli, preceduto dalle sue avanguardie, entrò vittorioso in città, permettendo ai suoi seguaci di saccheggiare i palazzi dei benestanti (19 settembre 1806).
Le abitazioni dei ricchi Mattei e Minicucci furono le prime a subire spoliazioni di ogni genere. Si seppe in seguito che i danni causati dai briganti ammontarono a quindicimila ducati per la famiglia Mattei e diecimila per la famiglia Minicucci (1).

Il giorno dopo, mentre ” il nemico mangiava e si ubriacava ad Avezzano” la colonna della gendarmeria reale, ormai ben salda nei suoi ranghi, avanzo’ decisa per sloggiare i ribelli dalla città.
Addirittura, un nutrito gruppo di briganti, sprezzanti del pericolo, uscendo dalla porta di San Rocco, si gettò incontro alle truppe transalpine, non pensando che affrontare soldati ben armati e disciplinati in campo aperto sarebbe stato un vero suicidio. Infatti, completamente circondati dalla cavalleria francese che subito si aprì sulle ali, subirono una tremenda sconfitta: ottanta massisti rimasero a terra, altri quaranta, appena catturati furono fucilati poi ad Avezzano. Il tenente Alo` deciso a punire quanti gli si ponevano innanzi, fu fermato in tempo dall’Abate Lolli. Nella sua lunga relazione affermò che: ” la notte impedì un ulteriore macello” (2).

Il giorno dopo, le teste mozzate di molti ribelli pendevano appese alla Porta di San Rocco. Approfittando del trambusto, sia Piccioli sia frate Domizio Jacobucci, con astuzia riuscirono a salvarsi, fuggendo sulle montagne di Luco, mentre i loro seguaci, frazionandosi in piccoli gruppi saccheggiarono Trasacco, Gioia e Cocullo. Il presidio francese venne fissato nel castello ” del Contestabile Colonna”, situato fuori la cinta muraria. Altri rinforzi sopraggiunsero per dar manforte ai francesi ed erano costituiti da una colonna mobile comandata dal colonnello Cavagnac e da “40 bravi cittadini” di Pescina, capitanati dal filogiacobino Don Alessandro Cambise, subito dopo inviato a presidiare il castello di Celano (3).

In effetti, il rapporto del tenente Alo’ racconta sicuramente fatti reali, evitando, magari, altri dettagli importanti.
Al di fuori delle sue osservazioni, ci chiediamo soprattutto: quanti avezzanesi accolsero benevolmente le forze di Piccioli e frate Domizio Jacobucci ? E quali furono quelli che parteciparono poi all’assalto delle abitazioni dei propri concittadini, magari, solo per regolare vecchi conti in sospeso?

NOTE
1) F.D’Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’unità, Amministrazione Provinciale, L’Aquila 1994, pp.36-37.
2) A.S.Aq, Intendenza, Serie I^, cat.27, b.4814c, fasc.5.
3) Ibidem.

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