In seguito alla concessione della Costituzione furono convocati al nuovo parlamento napoletano anche alcuni importanti rappresentanti marsicani (9 dicembre 1820). L’atto costituzionale, ispirato al modello spagnolo (di Cadice), colse il re napoletano impreparato e timoroso dopo gli scontri di piazza, specialmente quando la minaccia dell’intervento austriaco si faceva più reale (17 gennaio 1821). Tanto è vero che Ferdinando, temendo il peggio, pensò bene di ritirare tutti gli atti precedenti.
Al contrario, molti ufficiali dell’esercito borbonico, con a capo Guglielmo Pepe e Carrascosa, cercarono di organizzare le difese del regno. Nel nostro caso, il settimo di linea di stanza a Tagliacozzo doveva sbarrare la strada verso la Marsica, opponendo resistenza tra Carsoli e Colli di Monte Bove. Addirittura, tutti i benestanti marsicani, appartenenti alle vendite carbonare, si offrirono di armare a proprie spese battaglioni di militi e legionari di rinforzo, per affrontare eventuali attacchi.
Istancabilmente, il generale Pepe, dopo aver posto il suo quartiere generale a Cittaducale, visitò anche altri punti di difesa nell’Aquilano, accolto ovunque con manifestazioni di simpatia. Occorre ricordare che, al momento, il sottintendente Valentino Gualtieri era stato messo in fuga dagli ostili cittadini di Avezzano e fu presto sostituito dal marsicano Alessandro Mastroddi.
Tuttavia, dopo le sfortunate vicende degli scontri, l’esercito costituzionale fu sconfitto ad Antrodoco (7-10 marzo 1821), quando già il generale napoletano tentava invano di riunire tutti gli sbandati nella città dell’Aquila, inseguito dalla cavalleria austro-ungarica. In realtà, ogni operazione di resistenza divenne inutile di fronte alla rotta dei soldati napoletani (1).
Dopo l’entrata degli austriaci a Napoli (23 marzo 1821), una lunga serie di accuse furono rivolte a Pepe e Carrascosa dal capo di Stato maggiore Del Carretto, che li accusò di codardia. Per questo il generale napoletano, condannato a morte, fuggì in Spagna, poi a Londra e, infine, in Francia.
In ogni caso, temendo il peggio, il re Ferdinando I invitò i sudditi abruzzesi ad accogliere benevolmente le truppe di occupazione. Non v’è da stupirsi che, in questi frangenti, i carbonari marsicani, i militi, i legionari e quanti altri potevano temere rappresaglie, fuggirono mentre le avanguardie austriache entravano vittoriose ad Avezzano: “Quelle truppe, in una sola notte di permanenza, produssero danni incalcolabili oltre lo svuotamento dei depositi di viveri, all’esportazione del bestiame del comune, nei campi adiacenti ai luoghi, ove furono attendate, recisero, divelsero e sramarono barbaramente siepi, alberi da frutta e di ogni specie, viti, per farne i fuochi durante la notte; il danno alla campagna fu quello che più spiacque alla popolazione in maggioranza agricola” (2).
NOTE
- F. Carrano, Vita di Guglielo Pepe, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino, 1957; Cfr. Memorie del Generale Guglielmo Pepe intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia scritte da lui medesimo, Libreria Europea, Baudry, Parigi, 1847; L. Martini, Le fonti all’Archives Diplomatiques, vol. I, 1821, Stoccarda 1950, pp. 119-134.
- B. Jatosti, La storia di Avezzano, vol. Primo, Tip. Marsicana di V. Magagnini, 1876, pp. 125-126.









