La riforma del MES e i testa coda del M5S. Il Paese di fronte a un bivio



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Avezzano – Il 9 dicembre il Parlamento voterà sulla riforma del MES, e già la cronaca politica, ha evidenziato le fibrillazioni parlamentari, col M5S sull’orlo di una crisi di nervi di fronte alla scelta da fare. Mentre la politica si rotola nel fango della propaganda più becera i cittadini faticano a capirne le ragioni, salvo essere risucchiati nel gorgo delle dichiarazioni strumentali di qualche accattone del pensiero minimo che alimenta il rumore ipnotico di una narrazione che impedisce all’opinione pubblica di capire ciò che sta accadendo.

La riforma del MES vuole anticipare al 2022, il Fondo unico di risoluzione per le banche. Una specie di airbag finanziario che si apre quando una banca va in default, permettendole di continuare a operare con i clienti. Le risorse per gestire queste crisi sarebbero fornite annualmente dalle principali banche europee, attraverso conferimenti al fondo unico di risoluzione, gestito da un organismo della Commissione Europea.

Il fondo, al momento, dispone ancora di poche risorse perché di fatto non è ancora operativo. L’Eurogruppo ha proposto che una prima dotazione finanziaria possa essere attinta dal MES che poi verrà reintegrato. È bene chiarire che l’Italia ha già aderito al MES, tanto che nel 2013, recepì le così dette CACs (Clausole di Azione Collettiva) sui titoli del debito pubblico. In base a queste clausole, dal 1°gennaio 2013, i titoli di Stato con durata superiore ai 12 mesi (BTp, BTpi, CcT, CTz e BTp Italia) sono già assoggettati al MES.

Le clausole, indicate nei prospetti informativi dei titoli, possono essere applicate fino al 45% delle emissioni annuali, nell’eventualità di ristrutturazione del debito pubblico. Dal momento che per avviare la procedura è necessario l’accordo con la maggioranza dei creditori di ciascuna serie, il piano di ristrutturazione potrebbe essere compromesso per il fatto che la maggioranza, potrebbe esserci per certe serie, e potrebbe mancare per altre. Da qui l’esigenza di riformare il MES.

La riforma verte sull’opportunità di modificare le CACs in modo che il voto dei creditori possa essere acquisito totalmente in un’unica assemblea. L’approvazione a maggioranza, in una sola assemblea, consentirebbe di decidere per tutte le serie di un dato titolo, senza la necessità di votare per ogni singola serie emessa. Ciò proteggerebbe le ristrutturazioni del debito dai così detti fondi Locusta o Avvoltoi che dir si voglia, come accadde, per esempio, nei default dell’Argentina e della Grecia.

Con le votazioni singole, uno Stato che vuole ristrutturare il debito, può chiedere che la decisione sulla ristrutturazione sia acquisita con un voto unico di tutti i creditori. Il doppio voto, com’è oggi, in virtù del quale, votano prima i detentori di ogni singolo bond, e poi, insieme, tutti i possessori di tutti gli altri bond, anche se della stessa tipologia di emissione, offre ai fondi speculativi la possibilità di speculare sui prezzi.

Se l’Italia non votasse la riforma, farebbe il gioco dei fondi-avvoltoio. Sarebbe l’ennesima prova di incoerenza del M5S che a parole si dichiara contro gli squali del mercato finanziario, e poi nei fatti, fa loro un favore, non si sa quanto consapevolmente.

Va detto che il voto favorevole al MES, non conferisce al MES la facoltà di obbligare uno Stato al default, tutt’altro, è proprio questo strumento che consente allo Stato di essere garantito e quindi protetto dai fondi speculativi, tutelando risparmiatori, contribuenti e welfare.

La riforma del MES serve a sostenere gli stati in difficoltà, non a farli fallire come vogliono far credere i sovranisti da diporto. Quando uno stato sovrano ha difficoltà ad onorare i propri debiti, la prima cosa che fa è rinviare le scadenze dei rimborsi ai creditori. Molti risparmiatori italiani vissero un’esperienza simile col default dell’Argentina ai tempi dei Tango Bond, titoli con interessi a due cifre.

Chi aveva investito in titoli argentini, attratto da quei rendimenti, fu costretto ad accettare una decurtazione del rimborso e l’allungamento delle scadenze, oltre che un corposo taglio degli interessi percepiti. Tutto questo dopo aver sopportato il crollo dei prezzi dei titoli sui mercati e l’adesione a arbitrati internazionali e a dispendiose class action quasi sempre, senza alcun esito.

La funzione del MES è attenuare i contraccolpi di questo genere di crisi finanziarie, intervenendo a sostegno dei paesi in difficoltà, in maniera da evitare pericolosi effetti domino che trascinerebbero anche gli altri paesi UE nel baratro di una crisi sistemica irreversibile.

A tal fine i titoli di Stato saranno del tutto equivalenti alle più note obbligazioni subordinate emesse dalle banche, con clausole che consentiranno la decurtazione del rimborso, a fronte di un accordo sottoscritto da una maggioranza qualificata dei creditori, senza che sia necessaria l’unanimità.

Siccome per gli Stati non esiste una legge fallimentare che disciplina la possibilità di negoziare le condizioni di rimborso con i creditori, la riduzione degli interessi oppure l’allungamento delle scadenze, e di imporle, a determinate condizioni, anche ai creditori dissenzienti, il MES diventa una soluzione migliore del bail-in.

Sarà sempre la Commissione Europea a mantenere le prerogative di controllo e di supervisione dei bilanci dei paesi UE, mentre il MES avrà un ruolo prevalentemente tecnico, anche se Olanda e Finlandia avevano provato a far assumere al MES un ruolo più ampio, ma senza riuscirci.