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Comune di Avezzano

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Dopo il terremoto, fu inevitabile l’abbattimento morale e psicologico dei superstiti, che, fra l’altro, avevano dovuto sopportare anche l’inclemenza dell’inverno, la fame, la miseria e tutte le difficoltà connesse alla calamità. Con il tempo, la fiducia e la voglia di ricominciare hanno fatto si che la gente, seppur lentamente, riuscisse a riprendersi ed attivare la ricostruzione del paese. Le abitazioni, dove possibile, sono state ristrutturate e fortificate opportunamente, con tiranti bullonati da vistose ghiere, visibili tuttora sulle facciate di case e stalle. Inoltre, le norme di edilizia abitativa, pur consentendo murature in pietra e malta, indicavano di inserirvi all’interno tratti longítudinali di ricorsi a mattoni, affinché fossero meglio collegate le pareti perimetrali degli edìfici. Solo in seguito, essendo stata catalogata la zona marsicana come area ad alto rischio tellurico, è stato introdotto il criterio di costruzioni in cemento armato.

Per quanto riguarda la chiesa parrocchiale, la ricostruzione ha subito un lungo e sofferto travaglio burocratico, tecnico ed economico; questo anche per conflíttualità derivanti da beghe e congetture fra opposte fazioni, allorché la realizzazione del progetto venne affidata all’ingegnere Buldrini di Roma e le mansioni di assistente dei lavori a Marimpietri di Corcumello. Le ostilità, molto probabilmente, erano motivate anche dal fatto che a Cese c’era un giovane di belle speranze, l’ingegner Ciciarelli (figlio di un valido “mastro, impresario”), che aveva presentato un progetto più economíco. Iniziati comunque i lavori di -scavo, vennero alla luce alcune bare contenenti resti umaní; la cosa poteva bloccare il tutto già sul nascere, ma a quel punto si decise di occultare ogni cosa ricoprendo i resti e realizzare il basamento.

Subito si registrarono manifestazioni di protesta da parte dei dissidenti; si prepararono vere e proprie rappresentazioni farsesche (chiamate in gergo “satare,), atte a mettere alla berlina personaggi, situazioni e lo stesso progetto – che veniva portato avanti anche grazie all’offerta dei raccolti della terra come grano, patate, qranturco ed altro. Proprio per quest’ultimo motivo, i versi recítatí in vernacolo dagli “attori” suonavano all’incirca così:

… Co’llo granoturco ci disegnano le campane,
jo pavimento jo fao co’lle scòppe delle patane …
(la chiesa, in pratica, non sarebbe stata realizzata)

A quel tempo era consuetudine inscenare manifestazioni di questo e di altro tipo (come le carnevalate), e coloro che osteggiavano le scelte adottate, pensarono bene di issare anche un cartello con una scritta sarcastica: La chiesa di Cese verrà inaugurata il 39 maggio dell’anno…”
(cioè mai!) Passato però il primo impatto ed i problemi iniziali, in seguito tutti dettero il proprio contributo, in danaro o con giornate lavorative, in modo da superare rancori e diffidenze.

La manodopera, oltre ad avvalersi dell’apporto di lavoratorí validi, non poteva fare a meno del servizio delle donne e di giovanissimi chierichetti che, come potevano, si prestavano all’opera; cosi si “cementò” ancor più quello spirito di altruismo e dedizione che da sempre vige nel nostro paese. In precedenza, negli anni immediatamente dopo il terremoto, le funzioni religiose si erano officiate all’interno di una baracca di tavole, predisposta nella zona delle scuole. Successivamente, nel 1925 (come detto in precedenza), è stato possibile utilizzare la chiesa intitolata a San Vincenzo Ferreri, compatrono di Cese. Anch’essa era stata costruita grazie al lavoro ed alla collaborazione della gente del posto, con la preziosa partecipazione – dall’estero – da parte di chi era emigrato. Questa costruzione, denominata impropriamente “Chiesa Vecchía”, e stata in pratica una chiesa provvisoria; è servita a soddisfare le esigenze del culto solo per un determinato arco di tempo, risultando comunque inadatta ed insufficiente per i tanti parrocchiani.

Diversamente, però, non si sarebbe potuto fare, se si considera che la chiesa “Madre” (ricostruita pressappoco sullo stesso luogo dove prima troneggiava la Chiesa della Madonna delle Grazie, o Madonna delle Cese), è stata inaugurata nel 1946, cioè circa 15 anni dopo l’inizio del progetto. Nelle pagine successive vengono riportate: la piantina relativa al piano parcellare della zona, con i nomi dei vecchi proprietari dei terreni, quella con le misure delle fondamenta e dei muri della chiesa e la sezione del basamento del campanile; inoltre viene riproposto il prospetto laterale destro (poi non realizzato) secondo un primo progetto dell’Ing. Buldrini. All’interno del volume, inoltre, sono presenti alcune foto che documentano le varie fasi della ricostruzione stessa.

Orme di un borgo (gente, fatti e storia cesense)

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La ricostruzione cese

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