La ricercatrice Avezzanese Valentina Cipriani nel Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito



Condividi su facebook
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su linkedin
Condividi su email
Condividi su print

E’ stato pubblicato l’11 novembre sul New England Journal of Medicine, una delle riviste scientifiche piu’ autorevoli nel campo della ricerca medica, il primo report sul Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito. Tra i primi autori dell’articolo c’e’ anche la dott.ssa Valentina Cipriani, ricercatrice di origini Avezzanesi che da 15 anni vive e lavora a Londra. Ecco cosa ci ha raccontato su questo importante progetto scientifico.

La ricercatrice Avezzanese Valentina Cipriani nel Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito
Dott.ssa Valentina Cipriani, Lecturer in Statistica Genomica presso Queen University di Londra

In cosa consiste il Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito?       

Dott.ssa Cipriani: “Il Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito e’ nato nel 2013 con lo scopo di sequenziare 100,000 genomi di pazienti afferenti al sistema sanitario nazionale (www.nhs.uk) affetti da malattie rare e alcuni tipi di cancro e malattie infettive. Tramite ingenti fondi pubblici, e’ stata creata una societa’ di genomica (‘Genomics England’, www.genomicsengland.co.uk,  appartenente al Dipartimento di Salute e Servizi Sociali) responsabile di amministrare il progetto e si e’ dotato il sistema sanitario nazionale di un’infrastuttura che e’ ora in grado di offrire il sequenziamento del genoma come prestazione sanitaria di routine. Si tratta di un progetto primo al mondo con tali caratteristiche, destinato ad essere ricordato come una pietra miliare nel campo della genomica e della medicina di precisione”. 

Quali sono i principali risultati del Progetto 100,000 Genomi da poco pubblicati?  

Dott.ssa Cipriani: “Questo primo report riguarda principalmente l’analisi dei dati della fase pilota del progetto  al quale hanno partecipato piu’ di 2,000 famiglie di pazienti affetti da piu’ di 150 malattie rare diverse, senza una precedente diagnosi, per un totale di 4,660 genomi sequenziati. Per il 25% dei pazienti si e’ riusciti ad identificare per la prima volta le varianti genetiche responsabili della malattia. Il 14% di queste sono state trovate in zone del genoma che sarebbero sfuggite se si fossero utilizzate vecchie tecniche convenzionali diverse dal sequenziamento di nuova generazione dell’intero genoma.   

Qual e’ stato il suo contributo all’analisi dei dati del Progetto 100,000 Genomi? 

Dott.ssa Cipriani: “Ho coordinato e condotto l’analisi cosiddetta di ‘gene discovery’, ovvero di identificazione di geni-malattia nuovi, non precedentemente noti come responsabili di patologie. Solo questa analisi in particolare e’ stata effettuata su tutta la coorte di dati del progetto disponibile al momento, ovvero piu’ di 57,000 genomi e ha portato all’identificazione di 3 nuovi geni-malattia (UBAP1 per la paraplegia spastica ereditaria, FOXJ1 per la bronchiectasia non legata alla fibrosi cistica, e SORD per la malattia di Charcot–Marie–Tooth, gia’ confermati in altri studi indipendenti) e 19 geni candidati molto promettenti che saranno oggetto di ulteriori approfondimenti. Nonostante questo grandissimo successo, crediamo di avere solo inizato a raccogliere ‘i frutti che pendono piu’ in basso’, come si dice in inglese. Numerosissime sono le analisi di dati in corso e quelle in programmazione che vedono coinvolti centinaia di ricercatori e medici in tutto il mondo. 

Quali sono i benefici per i pazienti che hanno partecipato al Progetto 100,000 Genomi?

Dott.ssa Cipriani: “Il primo potenziale beneficio consiste nel poter ricevere la diagnosi genetica stessa, ovvero conoscere quali sono il gene e le varianti genetiche responsabili della malattia da cui si e’ affetti, in modo efficiente. Purtroppo, anche quando un paziente riesce a ricevere una diagnosi genetica, puo’ attendere in media molti anni, costellati da numerosissime visite mediche, a volte diagnosi sbagliate, un costo sostanziale per il sistema sanitario nazionale e per la famiglia del paziente, e un notevole carico psicologico in aggiunta alla malattia stessa. E’ per questo che il percorso che porta alla diagnosi genetica delle malattie rare e’ spesso definito ‘odissea genetica’.

Per 1 paziente su 4 tra quelli che hanno ricevuto una diagnosi genetica dall’analisi dei dati della fase pilota del Progetto 100,000 Genomi, conoscere la causa genetica della malattia ha determinato un immediato cambio di pratica clinica nella gestione del paziente, includendo ad esempio cambi di dieta e/o terapia, screening genetico di familiari per individuare o escludere un eventuale rischio di malattia, pianificazione informata di gravidanze o eligibilita’ a terapie sperimentali.

I risultati del Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito dimostrano come il sequenziamento di nuova generazione del genoma possa rivoluzionare la diagnostica delle malattie rare e supportano l’adozione di questa tecnica nei sistemi sanitari a livello mondiale.” 

Perche’ la ricerca sulle malattie rare e’ importante? 

Dott.ssa Cipriani: “Le malattie rare sono piu’ di 10,000 e si stima che 1 persona su 17 possa essere colpita da una malattia rara nel corso della vita. Per questo, nel loro complesso, non sono affatto cosi’ rare. Purtroppo il 75% delle malattie rare colpisce i bambini alla nascita o in eta’ precoce, con il 30% dei pazienti che non raggiunge il quinto anno di eta’. Circa l’80% delle malattie rare hanno un’origine genetica, ma per la maggior parte di esse i geni responsabili non sono ancora noti. 

Fortunatamente, i recenti progressi fatti nel sequenziamento del genoma umano stanno permettendo di accelerare considerevolmente le diagnosi genetiche, come dimostrano chiaramente i primi risultati del Progetto 100,000 Genomi del Regno Unito. Il futuro e’ molto promettente, con un target annunciato per il solo sistema sanitario nazionale inglese di arrivare a 500,000 genomi di pazienti sequenziati entro il 2024.”   

Crede che un progetto simile possa essere realizzato anche in Italia?

Dott.ssa Cipriani: “Assolutamente si’. Potenzialmente, l’Italia ha tutte le carte in regola. Ma, per far si’ che accada, servono a mio parere un’accurata pianificazione, che puo’ durare anche degli anni prima della effettiva implementazione, supportata ovviamente da un adeguato e cospicuo investimento pubblico, idealmente in sinergia con l’industria privata.”