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Comune di Avezzano

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Oltre al gioco delle bocce ed alla morra, gli uomini del paese praticavano (e praticano) volentieri anche quello delle carte. Tutti questi passatempi erano tipici delle giornate d’inverno, ma anche dei tempi (solitamente detti) morti e dei giorni festivi. Ci si riuniva sui marciapiedi assolati, nei vicoli riparati, sotto le tettoie, all’ ombra delle case o dei pergolati. Bastavano un tavolo rudimentale, un mazzo di carte e quattro giocatori, ma il più delle volte si superava tale numero; per questo si ricorreva al classico “battifondo”. se i giocatori in esubero erano due o quattro, oppure alla carica “déjjo signòro”, se a giocare si presentavano in cinque. Ciò avveniva anche perché i tavolinetti disponibili ed i mazzi di carte non abbondavano; inoltre il divertimento era garantito quando non si era in pochi. Al termine di ogni partita, poi, si svolgeva la “primiera” (con cui taluni erano autorizzati a bere il vino messo in posta, ed altri costretti ad assistere pazientemente, sperando nel turno successivo); per molti rappresentava la meta più ambita poiché, oltre all’eventuale bevuta, poteva riservare sicuro divertimento.

Ogni rione, ogni sobborgo, ogni gruppo di giocatori aveva i propri personaggi e le proprie particolarità. Naturalmente fra i giocatori c era chi riteneva quel passatempo un puro motivo di relax e di svago e lo arricchiva con un tocco di colore e vivaci battute. Uno di questi era “Cesaro” che “ajji Palazzi” metteva a disposizione dei compagni il proprio cortile fresco ed ombreggiato (grazie ad una vigorosa pianta di “bbattecca). C’era anche chi, come il suo dirimpettaio “Ggiuannono , mostrava invece una ferma professionalità nel gioco, e propri o per questo non ammetteva superficialità, divagazioní ed errori di sorta.

Oltre a loro due, erano soliti partecipare tanti di quelli che abitavano nel circondario (Felice, Menanzino, Peppo “de Giammattista”. Vincenzino “déjjo Sartoro”. Pasqualuccio, Fioravantì), ma anche altri che abitavano altrove; tutti dovevano comunque essere presenti prima del sorteggio delle coppie. Solo alla passatella venivano ammessi i ritardatari e quelli che non avevano giocato; ovviamente, questi dovevano garantire una quantità di vino proporzionale al loro numero ed alla posta messa in palio dai concorrenti titolari. In una domenica autunnale, capitò che risultassero compagni proprio “Cesaro” e “Ggiuannòno”,- i due vinsero fino a quando l’euforia non condizionò il primo, portandolo ad un naturale rilassamento ed all’atteggíamento scherzoso.

L’altro, che suggeriva sempre di fare attenzione sia ai “prestigiótori” (quelli che sapevano raggruppare alcune carte nel “mazzòcco`) che al taglio delle carte (sostenendo che “all’azata sta la pagnotta”), fu tradito proprio da una leggerezza del compagno; quest’ultimo, invece di alzare le carte (come avrebbe voluto il compagno), disse semplicemente all’avversarío: – Dalle! – Questa scelta mandò su tutte le furie “Ggiuannóno”, che prima di iniziare aveva raccomandato all’altro serietà ed impegno dicendo: – Fai attenzione, non ti distrarre, guarda come mescolano le carte e stai attento quando alzi. Lascìa stare gli scherzi ed i soliti “piripipì, piripípì “! La partita volgeva quasi al termine, poiché i due avevano collezionato già 27 punti, mantenendo un largo margine di vantaggio su Felice e Vincenzino (gli avversari), fermi appena ad 11. Questi ultimi sembravano scoraggiati al punto di ritenere vano il proseguo del gioco, tanto era lo svantaggio accumulato; la sorte, pero**, volle che in quella mano i primi prendessero solo due figure, mentre gli altri, oltre al” cappotto”. accumulassero ben 9 punti di “buon gioco”. vincendo ínsperabilmente la partita.

Naturalmente, “Ggiuannòno”, ferito dall’assurdo (per lui) recupero, addebitò la sconfitta allo scarso impegno del compagno. Si mostrò – con ovvi rimbrotti – arrabbiato e deluso, ma l’altro, per nulla intimorito nè` offeso, lo invitò semplicemente ad alzarsi. L’altro lo fece a mò dí sfida ed a quel punto
“Cesaro”, indicandogli la pianta vicina, proseguì: La vidi quela bbattecca? Mannaggia o sasso tu si comme essa: tanto rosso e tanto fessa. – Poi lo rassicurò garantendogli la vittoria nell’imminente passatella, che, a quel punto della serata (ormai era ora di chiudere), era la cosa più importante. La primièra, però, fu ad appannaggio di “Pasqualuccio” che, rimasto “ólemo” per tutto il pomeriggio, era stato l’unico a non aver mai bevuto.

In quell’occasione cérano in palio due litri di vino, visti i tanti giocatori, per cui gli sviluppi del gioco e le il autorizzazioni alla bevuta” potevano essere svariati. Il vino, invece, “s’incanalò” su un unico binario perché il vincitore, un bicchiere alla volta, lo bevve tutto. Nessuno dei presenti avrebbe mai immaginato che si sarebbe vendicato in tal modo dell’affronto subito, ne che sarebbe riuscito a reggere tutta la bevanda da solo, senza offrirne neanche a chi mai aveva comandato in precedenza (pur riuscendo a bere per bontà altrui).
D’altra parte, non si riuscì neppure ad interpellare in merito il vincitore; questi, infatti, fu preso da una irrefrenabile risata e cominciò a girovagare sorreggendosi ad ogni appiglio, per rimanere in equilibrio (tanto da dover essere sorretto e messo nuovamente a sedere).

“Ggiuannòno”, smaltita la rabbia per la precedente sconfitta, si vendicò bonariamente con il compagno dicendogli: – D sta bene, visto che volevi vincere, se non altro, la passatella. – Poi si unì agli altri nel divertimento che garantiva l’euforia generale. Poco dopo, giunta 1 ora del” rompete le righe”. tutti ripresero gli attrezzi per far ritorno a casa, mentre ‘Pasqualuccio” continuava a ridere barcollando sulla sedia. In quattro, allora, decisero di ricondurlo verso la sua abitazione (poco distante), ma, poco dopo aver iníziato a portarlo “in trono”. dovettero desistere per l’impossibilità di trattenere le risate. Euforícamente “sollevato”A. come chi viene portato in trionfo, Pasquale aveva pensato bene di alzare la mano destra con le tre dito spiegate, per “benedire” tutti coloro che assistevano alla spassosa scena. Per tutto il tragitto continuò ad imitare il Sommo Pontefice, sorridendo beatamente, mentre i quattro che lo sostenevano in viaggio faticavano per il peso e per le risa da trattenere.

Orme di un borgo (gente, fatti e storia cesense)

Osvaldo Cipollone

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La primiera

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