La necessaria pacificazione del territorio (1806-1807)

Truppe francesi nella Marsica

Il regime bonapartista di Giuseppe Napoleone e poi quello di Gioacchino Murat (ambedue, in successione, re di Napoli), fu caratterizzato da una feroce guerriglia campale ovunque, senza tregua.
Non bastò certamente perseguire e sbaragliare tutte le comitive armate dalla Calabria in Abruzzo o fucilare e imprigionare i loro capi, poiché le bande si frazionavano in numerosi gruppi, seguitando ad attaccare a sorpresa città, paesi e piccoli villaggi di montagna isolati, presieduti solo da pochi soldati francesi e dalle guardie civiche cittadine.

Per gran parte del Decennio di dominazione francese (1806-1815), nelle nostre zone salirono alla ribalta delle cronache: Felice Ruggeri, alias Giovinotto di Ovindoli; Giuseppe Monaco d’Introdacqua; Pelino Petrella, Andrea Damiani, Benedetto e Giacinto Panetta, e altri innumerevoli gregari, pronti a rubare e scannare chiunque (proprietari terrieri e armentari).

Tutto questo resta ben documentato nel carteggio dell’Intendenza aquilana e della Gran Corte Criminale. Lo stesso Giuseppe Bonaparte, nei resoconti al fratello Napoleone (Memorie), denunciava la drammatica situazione in atto.

In effetti, il nuovo re di Napoli, non riuscendo a pacificare il territorio, (dobbiamo ricordare che giunse anche ad Avezzano, accolto dal sindaco Don Serafino Mattei), chiedeva continui aiuti di truppe, denaro e viveri.

Ma l’imperatore rispondeva sempre sprezzante alle sue richieste, ritenendo i ribelli napoletani soltanto criminali e non come vere truppe belligeranti.

Con parole d’ignominia e di scherno qualifico’ la gente del Sud come: canaglia, popolaccio, briganti, assassini.

Questi furono i suoi vocaboli più usati per definire le bande armate che contrastavano i francesi e i loro simpatizzanti filogiacobini.

Inoltre, raccomandò a suo fratello, di non usare mezze misure, in quanto erano necessari degli esempi severi.

Occorreva saccheggiare i villaggi, fucilare subito almeno seicento rivoltosi, bruciare le case dei trenta principali capibanda, distribuendo le loro proprietà all’armata.

Non bisognava aver riguardo nemmeno dei preti, qualora fossero coinvolti in cospirazioni filoborboniche (1).

Seguendo i consigli di Napoleone, Giuseppe Bonaparte emanò il 30 maggio 1807 un decreto molto severo, dove all’articolo secondo si leggeva che i generali comandanti le quattro divisioni della province del regno dovevano giudicare militarmente:
“… tutti i briganti presi colle armi alla mano, e tutti coloro, che avranno cospirato in qualunque modo contro lo Stato …” (2).

Nonostante ciò, il 10 settembre 1807 ben quindici proprietari armentari di Gioia Vecchio furono trucidati da Giuseppe Monaco, Giovanni Ventresca e dai fratelli Benedetto e Giacinto Panetta, riuniti in bande armate.

Poi, non contenti di averli uccisi, li impiccarono ai balconi dei loro palazzi, mentre orecchie e nasi venivano sfoggiati come collane, appese al collo dei briganti che, qualche giorno dopo, entrarono spavaldi a Pescasseroli mostrando alla popolazione i macabri trofei.

Tuttavia, dopo scontri, agguati, sparatorie e fughe, giunse la fine del marsicano Felice Ruggeri, alias Giovinotto (giustiziato il 9 ottobre all’Aquila); invece, Giuseppe Monaco d’Introdacqua, accerchiato nei pressi di Pescina dai fucilieri del capitano Genot, preferì morire combattendo insieme a suo figlio; Pelino Petrella, alias Muscillo, fu catturato e impiccato a Celano; il resto della banda subì notevoli perdite.

La barbarie non conobbe freno: tutte le teste dei ribelli furono recise e inviate nei comuni di nascita per essere esposte nella pubblica piazza a monito dei paesani (3).

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NOTE
1) A. du Casse, Simpatie Napoleoniche per gl’Italiani, Venezia, F.A. Perini, 1860, pp.46-70. Albert du Casse, soldato e storico francese, considerava i briganti dei veri patrioti che difendevano il proprio re.
2) F.D’Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’unità, Amministrazione Provinciale, L’Aquila 1994, pp.39-40.
3) Archivio di Stato di L’Aquila, Intendenza, Serie I, cat.27, b.4815 A, fasc.4; b.4815 B, fasc.13.

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